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«Però è possibile» lo interruppe il papa.

«Sì, Santità.»

Il papa alzò la mano, come una lama che tagli l’aria. «Crediamo di avere ascoltato tutto ciò che occorreva ascoltare dai nostri amici della Flotta della Pax. Potete ritirarvi, ammiraglio Marusyn, ammiraglio Aldikacti, ammiraglio Wu.»

I tre alti ufficiali piegarono il ginocchio, chinarono la testa, si alzarono e si allontanarono indietreggiando da Sua Santità. Con un ronzio la porta si chiuse alle loro spalle.

Ora nella cappella erano presenti dieci dignitari, oltre ai silenziosi aiutanti del papa e al consigliere Albedo.

Il papa sporse la testa verso il segretario di Stato, cardinale Lourdusamy. «Disposizioni, Simon Augustino?»

«L’ammiraglio Marusyn riceverà una lettera di rimprovero e sarà trasferito all’organico generale» disse piano Lourdusamy. «L’ammiraglio Wu prenderà il suo posto come comandante in capo prò tempore della Flotta della Pax, finché non sarà trovato un sostituto adatto. L’ammiraglio Aldikacti è stata proposta per la scomunica e il plotone d’esecuzione.»

Il papa annuì tristemente. «Ora ascolteremo il cardinale Mustafa, il cardinale Du Noyer, il primo funzionario esecutivo Isozaki e il consigliere Albedo, prima di concludere questa faccenda.»

«… E così terminò l’inchiesta ufficiale del Sant’Uffizio relativa agli eventi sul pianeta della Pax Marte» concluse il cardinale Mustafa. Diede un’occhiata al cardinale Lourdusamy. «Proprio allora il capitano Wolmak ritenne indispensabile che i miei collaboratori e io tornassimo sulla Arcangelo Jibril ancora in orbita intorno al pianeta.»

«Prego, eccellenza, continui» mormorò il cardinale Lourdusamy. «Può precisarci la natura dell’emergenza che per il capitano Wolmak richiedeva il suo ritorno?»

«Sì» disse Mustafa, lisciandosi il labbro inferiore. «Il capitano Wolmak aveva scoperto il cargo interstellare che aveva caricato materiali dalla base non segnata nei pressi della città marziana di Arafat-kaffiyeh. La nave era stata scoperta alla deriva nella fascia degli asteroidi del sistema della Vecchia Terra.»

«Può dirci, eccellenza, il nome di quella nave?» lo sollecitò Lourdusamy.

«AMSS Saigon Maru.»

Malgrado il suo ferreo autocontrollo, il PFE Isozaki contrasse le labbra. Ricordava quella nave. Il suo figlio maggiore vi si era imbarcato nei primi anni di tirocinio. La Saigon Maru era un vecchissimo cargo per minerale grezzo e collettame, un vettore a slitta ionica da tre milioni di tonnellate circa, se ben ricordava.

«PFE Isozaki?» disse bruscamente Lourdusamy.

«Sì, eccellenza?» La voce di Isozaki era calma e priva di emozioni.

«La sigla fa pensare che la nave sia iscritta nel registro navale della Pax Mercatoria. È esatto, signor Isozaki?»

«Sì, eccellenza. Ma ricordo che l’AMSS Saigon Maru fu venduta come rottame, insieme con una sessantina di altre antiquate navi da carico, circa… otto anni standard fa, se la memoria non mi tradisce.»

«Eccellenze? Santità?» intervenne Anna Pelli Cognani. «Posso?» Aveva bisbigliato nel comlog sottile come un’ostia e ora si toccò l’orecchino.

«PFE Pelli Cognani, prego» disse il cardinale Lourdusamy.

«Le nostre registrazioni mostrano che la Saigon Maru fu realmente venduta a imprenditori indipendenti di demolizioni otto anni, tre mesi e due giorni standard fa. Comunicazioni successive confermarono che quelle navi erano state demolite e riciclate nelle fonderie automatiche orbitali di Armaghast.»

«Grazie, PFE Pelli Cognani» disse Lourdusamy. «Cardinale Mustafa, può continuare.»

Il Grande Inquisitore annuì e continuò la relazione, limitandola allo stretto necessario. Mentre parlava, rivedeva le immagini che non descriveva nei particolari…

La Jibril e le navi torcia di scorta rallentavano fino a un silenzioso capitombolo sincrono e uguagliavano la velocità del cargo scuro. Lui aveva sempre immaginato che le fasce di asteroidi fossero grappoli di pianetini strettamente ammassati, ma nonostante le immagini multiple sul quadro grafico tattico, non vedeva rocce, solo il cargo nero opaco, brutto e funzionale come una rugginosa massa di tubi e di cilindri, lungo mezzo chilometro. Avendo uguagliato velocità e traiettoria, la Jibril e la Saigon Maru, sospese a soli tre chilometri l’una dall’altra, con il sole giallo della culla dell’uomo che ardeva a poppa, parevano immobili: solo le stelle ruotavano lentamente intorno a loro.

Il cardinale Mustafa ricordò, e rimpianse, la decisione di seguire i militari che stavano per salire a bordo del cargo e ispezionarlo. Ricordò l’affronto di infilarsi in una tuta corazzata da combattimento delle guardie svizzere, uno strato di dermotuta monomolecolare-D, seguito da un reticolo neurale IA, poi la tuta spaziale vera e propria, più ingombrante delle dermotute civili a causa del rivestimento in polimero della corazza, e infine le cinture a rete per l’equipaggiamento e il monoreattore morfizzabile. La Jibril aveva scandagliato col radar lo scafo una decina di volte: a bordo nessuno si muoveva o respirava. Ma la Arcangelo era ugualmente arretrata a distanza d’attacco di trenta chilometri, non appena il Grande Inquisitore, il comandante della sicurezza Browning, il sergente dei marines Nell Kasner, l’ex comandante delle forze terrestri maggiore Piet e dieci commandos guardie svizzere/marines erano balzati dal portello di sortita.

Il cardinale Mustafa ricordò come gli batteva il cuore, mentre con i jet si avvicinava al cargo morto, traghettato nell’abisso da due commandos, come se fosse solo un altro pacco da trasbordare. Ricordò la luce del sole che scintillava sui dorati visori antiscoppio, mentre i soldati comunicavano con brevi trasmissioni in codice e segnalazioni manuali e prendevano posizione ai lati della camera stagna spalancata. Due soldati entrarono per primi, con i monoreattori che pulsavano senza rumore, armi d’assalto pronte. Poi il comandante Browning e il sergente Kasner li seguirono rapidamente. Un minuto più tardi vi fu un breve messaggio in codice sul canale tattico e i due soldati portarono Mustafa nel nero foro della camera stagna che pareva in attesa.

Cadaveri fluttuavano nei raggi delle torce laser. Immagini da cella frigorifera di mattatoio. Carcasse congelate, costole striate di rosso, addomi sventrati. Bocche spalancate e impietrite in eterne grida mute. Stelle filanti di sangue congelato e occhi sporgenti e iniettati di sangue. Viscere alla deriva in un’accozzaglia di traiettorie fra raggi di luce simili a pugnali.

"L’equipaggio" aveva trasmesso il comandante Browning.

"Lo Shrike?" aveva domandato il cardinale Mustafa. Tra sé recitava il rosario, con rapida monotonia, non per rassicurare il proprio spirito, ma per tenere la propria mente lontano da quelle immagini fluttuanti in una luce infernale davanti ai suoi occhi. Era stato avvertito di non vomitare nell’elmetto: filtri e spazzole avrebbero ripulito il vomito prima che lo soffocasse, ma non erano garantiti al cento per cento.

"Probabilmente lo Shrike" aveva risposto il maggiore Piet, infilando la mano guantata nello squarcio della gabbia toracica di un cadavere. "Guardi qui, il crucimorfo è stato strappato. Proprio come ad Arafat-kaffiyeh."

"Comandante!" aveva chiamato per radio uno dei soldati che si erano spinti a poppa. "Sergente! Qui! Nella prima stiva di carico!"

Browning e Piet avevano preceduto il Grande Inquisitore nella lunga stiva cilindrica. I raggi delle torce laser si perdevano nell’enorme ambiente.

Lì i cadaveri non erano squarciati e maciullati. Erano ordinatamente distesi su lastre di ferrocarbonio che sporgevano dalle paratie e tenuti in posizione da strisce di rete di nylon. Le lastre fuoruscivano da tutti i lati della chiglia e lasciavano solo un corridoio a zero g nel centro. Mustafa e le guide e i due che lo reggevano, fluttuarono nella distesa nera, mentre i raggi delle torce laser colpivano a sinistra, a destra, in basso, in alto. Carne congelata, carne livida, codici a barre sulle piante dei piedi, peli pubici, occhi chiusi, mani ceree contro il nero del ferrocarbonio ai lati dell’osso iliaco, peni flaccidi, mammelle congelate nell’assenza di peso, capelli incollati a lividi crani o sparsi in aureole congelate. Ragazzini dalla pelle liscia e fredda, dal ventre sporgente, dalle palpebre traslucide. Bambini con codici a barre sulle piante dei piedi.