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«La crociata contro gli Ouster continuerà» disse il cardinale Lourdusamy. «Li terremo a bada, finché potremo.»

«A questo scopo» precisò il consigliere Albedo «il Nucleo ha sviluppato la propulsione Gideon e lavora a nuove tecnologie per la difesa dell’uomo.»

«Continueremo la ricerca della bambina… ormai giovane donna, ritengo» soggiunse Lourdusamy. «E se sarà catturata, verrà isolata.»

«E se non sarà catturata, eccellenza?» domandò il Grande Inquisitore cardinale Mustafa.

Lourdusamy non rispose.

«Dobbiamo pregare» disse Sua Santità. «Dobbiamo chiedere l’aiuto di Cristo in questo momento di massimo pericolo per la nostra Chiesa e per la specie umana. Ognuno di noi dovrà fare il massimo e oltre. E dobbiamo pregare per l’anima di tutti i nostri fratelli e sorelle in Cristo… anche e soprattutto per l’anima della bambina Aenea, che senza saperlo conduce la sua stessa specie in un simile pericolo.»

«Amen» disse monsignor Luca Oddi.

Poi, mentre nella piccola cappella tutti gli altri si inginocchiavano e chinavano la testa, Sua Santità papa Urbano XVI si alzò, si accostò all’altare e iniziò a celebrare una messa di ringraziamento.

14

Aenea.

Il suo nome giunse prima di ogni altro pensiero cosciente. Pensai a lei prima di pensare a me stesso.

Aenea.

E allora giunse la sofferenza e il rumore e l’assalto furioso degli elementi: ero inzuppato e sbatacchiato. Ma a svegliarmi fu soprattutto il dolore.

Aprii un occhio. L’altra palpebra pareva incollata da sangue rappreso o da altra sostanza. Prima di ricordare chi ero o dove ero, sentii il dolore di innumerevoli graffi e tagli, ma anche di qualcosa di peggio alla gamba destra. Allora ricordai chi ero. E poi ricordai dove ero finito.

Scoppiai a ridere. O meglio, tentai di ridere. Avevo le labbra tagliate e gonfie, altro sangue o sostanza appiccicosa mi bloccava un angolo della bocca. La risata sgorgò come una sorta di folle gemito.

"Sono stato inghiottito da una specie di calamaro volante in un mondo tutto atmosfera e nuvole e fulmini" pensai. "E ora vengo digerito nel rumoroso ventre di quella creatura."

Era davvero rumoroso! Esplosivamente rumoroso. Rombi, scoppi, uno sbatacchiamento e un martellamento. Come di pioggia sul baldacchino di una foresta tropicale. Socchiusi l’occhio buono per vedere meglio. Buio, poi un lampo di luce bianca, buio e rossi echi retinici, altri lampi bianchi.

Ricordai le trombe d’aria e le tempeste di dimensioni planetarie che venivano verso di me mentre galleggiavo nel kayak appeso alla paravela, prima che la creatura mi inghiottisse. Ma questa non era tempesta. Era il finimondo. Il materiale che mi batteva il viso e il petto era nylon sbrindellato, i resti della paravela, fronde di palma bagnate e pezzi di fibra di vetro fracassata. Guardai in basso e attesi il lampo seguente. Il kayak era lì, ma scheggiato e fracassato. Le mie gambe erano lì, ancora parzialmente al sicuro nella chiglia del kayak, la sinistra intatta e funzionante, ma la destra… Gridai di dolore. La destra era proprio rotta. Non vedevo l’osso sporgere dalla carne, ma ero sicuro d’avere una frattura nella parte bassa della coscia.

Per il resto, mi sentivo a posto. Ero pieno di lividi e di tagli. Avevo croste di sangue sul viso e sulle mani. I calzoni erano poco più che stracci. La camicia e il giubbotto erano a brandelli. Mi girai, inarcai la schiena, distesi le braccia, flettei le dita, mossi le dita del piede sinistro e cercai di muovere quelle del destro: ero più o meno tutto d’un pezzo… niente schiena rotta, niente costole fratturate, niente danni ai nervi, tranne forse a quelli della gamba destra, che mi doleva come se mi tirassero filo spinato nelle vene.

Quando balenò di nuovo il lampo, cercai di stabilire dove mi trovavo. Pareva che il kayak rovinato e io fossimo impigliati nel tetto di una giungla, incastrati fra rami a pezzi, avvolti dalla paravela a brandelli e dalle funi penzolanti, battuti con violenza da fronde di palma mosse da una tempesta tropicale, nel buio rotto solo dai lampi, appesi a chissà quale altezza dal terreno.

"Alberi? Terreno?"

Il pianeta dove prima veleggiavo non aveva terreno, almeno non un terreno che potessi raggiungere senza che l’enorme pressione mi riducesse a una massa grande come il mio pugno. E mi pareva improbabile che ci fossero alberi nel nucleo di quel pianeta gioviano, dove l’idrogeno passava allo stato metallico per l’enorme compressione. Perciò non ero più su quel pianeta. E neppure nel ventre di quella creatura. Dov’ero?

Il tuono esplose intorno a me, col fragore di granate al plasma. Il vento si alzò, scosse il kayak sul suo precario posatoio e mi strappò un grido per il dolore alla gamba. Forse perdetti conoscenza per qualche minuto: quando riaprii l’occhio, il vento era caduto e gocce di pioggia mi colpivano come migliaia di pugni gelidi. Mi tolsi dagli occhi la pioggia e croste di sangue; avevo la febbre, la pelle scottava anche sotto la gelida pioggia.

"Da quanto tempo sono qui?" mi domandai. "Quali microbi nocivi hanno trovato le mie ferite? Quali batteri dividono con me le viscere del calamaro volante?"

A rigor di logica, il ricordo di volare nella nuvolaglia del pianeta gioviano e di essere inghiottito dal gigantesco calamaro era solo un sogno causato dalla febbre: fuggendo da Vitus-Gray-Balianus B, mi ero teleportato qui, dovunque fosse, e tutto il resto era sogno. Ma intorno a me c’erano i resti della paravela. E il ricordo era vivido. E c’era il fatto logico che nella mia odissea la logica non funzionava.

Il vento scosse l’albero. Il kayak scivolò sul precario nido di fronde e di rami spezzati. La gamba rotta mi inviò pugnalate di dolore in tutto il corpo.

Avrei fatto meglio, mi dissi, ad applicare un po’ di logica alla mia situazione. Il kayak rischiava di scivolare da un momento all’altro, oppure i rami si sarebbero rotti e l’intera massa di schegge di fibra di vetro, di bretelle di nylon-10 ancora fissate ai pezzi dello scafo e di brandelli di memostoffa bagnata che erano stati la paravela sarebbe precipitata nel buio, tirandosi dietro me e la mia gamba rotta. Malgrado il balenio di lampi, che adesso era meno regolare e mi lasciava nel buio assoluto, non vedevo niente sotto di me, a parte altri rami, chiazze di buio e i grossi tronchi grigioverdastri di alberi che si torcevano su se stessi in una stretta spirale. Non riconobbi quella specie di alberi.

"Dove sono? Aenea… e ora dove mi hai mandato?"

Lasciai perdere quella linea di pensiero. Era quasi una forma di preghiera e non volevo prendere l’abitudine di pregare la ragazzina con cui avevo viaggiato e che avevo protetto, con cui avevo diviso il cibo e discusso per quattro anni.

"Comunque, tutto sommato, potevi mandarmi in un mondo meno difficile, ragazzina" pensai. "Se avevi possibilità di scelta, cioè."

Il tuono rombò, ma nessun lampo illuminò la scena. Il kayak si mosse e sprofondò, la prua spezzata si inclinò di colpo. Agitai le braccia dietro di me, cercando il grosso ramo che avevo visto nei lampi. C’erano rami spezzati in abbondanza, sterpi scheggiati e affilati come rasoi, il margine seghettato delle frasche. Mi afferrai e tirai, cercando di fare leva per estrarre la gamba rotta dall’abitacolo del kayak, ma la fronda non teneva e uscii solo per metà, scosso dalla nausea per il dolore. Immaginai che puntini neri mi danzassero davanti agli occhi, ma la notte era così buia che non faceva differenza. Vomitai dal fianco del kayak che non smetteva di oscillare e cercai di nuovo una ferma presa nel labirinto di rami spezzati.

"Ma come diavolo sono finito sulla cima degli alberi?"

Non importava. Niente importava, al momento, se non liberarmi da quel casino di pezzi di fibra di vetro e di funi ingarbugliate.

"Ora prendo il coltello e mi tiro fuori da questa trappola."

Il coltello era sparito. La cintura era sparita! Le tasche del giubbotto erano strappate e il giubbotto era ridotto a pochi brandelli. La camicia era nelle stesse condizioni. La pistola a fléchettes che avevo impugnato come un talismano contro il calamaro volante era sparita… Ricordai confusamente che pistola e zaino erano caduti dal kayak, quando il tornado aveva stracciato la paravela. Vestiti, torcia laser, razioni di cibo… tutto sparito.