Balenò il lampo, anche se il brontolio dei tuoni si era allontanato. Sotto la pioggia torrenziale notai un luccichio al polso.
"Il comlog. La maledetta banda metallica è di sicuro indistruttibile."
Cosa me ne sarei fatto, del comlog? Non avevo idea. Comunque, meglio di niente. Sotto il tamburellare della pioggia, mi portai il polso alle labbra e gridai: «Nave! Comlog acceso… Nave! Ehi!»
Nessuna risposta. Ricordai che durante la tempesta elettrica sul pianeta gioviano le spie luminose del comlog lampeggiavano per segnalare il sovraccarico. Provai un senso di perdita che non sapevo spiegarmi. La memoria della nave scaricata nel comlog era stata, nel migliore dei casi, un idiota sapiente, ma mi aveva tenuto compagnia per lungo tempo e mi ero abituato alla sua presenza. E poi mi aveva aiutato a pilotare la navetta che ci aveva portato da Fallingwater a Taliesin West. E…
Misi da parte la nostalgia e agitai di nuovo le braccia alla ricerca di un appiglio; alla fine mi aggrappai alle funi che penzolavano intorno a me come liane sottili. Funzionò. Di sicuro ì tiranti della para-vela si erano impigliati saldamente nei rami superiori e alcune funi sostenevano il mio peso, mentre col piede sinistro grattavo la scivolosa fibra di vetro per togliere dal relitto la gamba rotta.
Il dolore mi fece perdere i sensi per qualche istante, era intenso come quello provocato dal calcolo renale nei momenti peggiori, con una sola differenza: giungeva a ondate irregolari. Ma quando fui di nuovo in grado di ragionare non ero più nel relitto, ero aggrappato al tronco a spirale della palma. Qualche minuto più tardi, una microesplosione di vento imperversò nella giungla e il kayak cadde a pezzi: alcuni furono trattenuti dalle funi ancora intatte, altri ruzzolarono fra gli schianti nel buio.
"E ora?" mi domandai.
"Aspetta l’alba" mi risposi.
"E se non c’è alba, su questo pianeta?"
"Allora aspetta che il dolore passi."
"Perché dovrebbe passare? Il femore fratturato esercita trazione sul nervo e sul muscolo. Hai la febbre alta. Dio solo sa da quanto tempo eri lì svenuto nella pioggia e tra le frasche, con le ferite aperte a qualsiasi microbo assassino volesse entrare. Può darsi che sia iniziata la cancrena. Quel puzzo di vegetazione marcia potrebbe provenire da te!"
"La cancrena non si sviluppa così rapidamente, no?"
Nessuna risposta.
Reggendomi con il braccio sinistro al tronco di palma, cercai di tastare con la destra la coscia ferita, ma al minimo tocco gemevo e mi sentivo svenire. Se fossi svenuto di nuovo, con ogni probabilità sarei caduto dal ramo. Decisi di toccare la parte inferiore della gamba: in molti punti era insensibile, ma pareva in buone condizioni. Forse era solo una semplice frattura nella parte bassa del femore.
"Una semplice frattura, Raul? In un pianeta giungla, durante una tempesta che potrebbe essere permanente, per quel che ne sappiamo. Senza medikit, senza possibilità di accendere un fuoco, senza attrezzi, senza armi. Solo una fratturina alla gamba e qualche linea di febbre. Oh be’… purché sia davvero una semplice frattura."
"Chiudi quel cesso di bocca!"
Sotto la pioggia battente soppesai le alternative: restare lì aggrappato per il resto della notte — poteva significare dieci minuti o altre trenta ore — o cercare di scendere a terra.
"Dove aspettano gli animali da preda? Proprio un bel piano!"
"Ti ho detto di chiudere il becco. A terra potrei trovare un riparo dalla pioggia, un posto dove riposare la gamba, rami e liane per fare una steccatura."
«E va bene!» dissi a voce alta. Armeggiai nel buio per trovare una fune o una liana o un altro ramo e iniziare la discesa.
Per arrivare a terra impiegai, credo, fra le due e le tre ore. Ma poteva anche essere la metà o il doppio. La tempesta aveva esaurito i lampi e sarebbe stato quasi impossibile trovare appigli nel buio quasi totale, ma sopra la fitta volta della giungla comparve un bizzarro, fioco bagliore rossastro, quasi invisibile, che consentì ai miei occhi di adattarsi quanto bastava a trovare qui una fune, là una liana, più in là un solido ramo.
Sorgeva il sole? Poco probabile. Il bagliore pareva troppo diffuso, troppo debole, quasi chimico.
Calcolai che mi ero trovato a circa venticinque metri dal suolo. I grossi rami continuavano fino a terra, ma le taglienti fronde di palma diminuivano, mentre scendevo. Mi riposai nella forcella di due rami per riprendermi dal dolore e dal giramento di testa; quando continuai la discesa, scoprii sotto di me acqua montante. Ritrassi in fretta la gamba sinistra. Il bagliore rossastro era appena sufficiente a mostrare acqua da tutte le parti, torrenti d’acqua che scorrevano fra i tronchi a spirale delle palme, mulinelli d’acqua nerastra che si frangevano come un rapinoso fiume di petrolio.
«Oh merda» sospirai. Per quella notte non sarei andato oltre. Accarezzai la vaga idea di costruire una zattera. Mi trovavo su un pianeta diverso, perciò dovevano esserci due teleporter, uno a monte e un altro a valle. Fin lì, in qualche modo, c’ero arrivato. E già una volta avevo costruito una zattera.
"Sì, quando stavi bene, a pancia piena, con due gambe sane e gli attrezzi, una scure e una torcia laser per esempio. Ora non hai neppure tutt’e due le gambe."
"Piantala, per favore. Piantala!"
Chiusi gli occhi e cercai di prendere sonno. Ora avevo i brividi per la febbre. Non ci badai e cercai di pensare alla storia che avrei raccontato a Aenea quando ci saremmo rivisti.
"In realtà non sei affatto convinto che la rivedrai, vero?"
«Chiudi la maledetta boccaccia!» La mia voce si perdette nel rumore della pioggia sul fogliame della giungla e nel furioso turbinio d’acqua mezzo metro più in basso. Capii che sarei dovuto risalire di un paio di metri sui rami da cui ero appena sceso con tanta fatica e sofferenza. Non era da escludere che il livello dell’acqua salisse. Sarebbe stata una vera ironia: faticare tanto, solo per farsi spazzare via più facilmente. Meglio abbondare e risalire di tre o quattro metri. Avrei cominciato fra un minuto. Dovevo solo riprendere fiato e aspettare che le ondate di dolore si calmassero un poco. Al massimo fra due minuti.
Mi svegliai in una luce che pareva pappetta annacquata. Ero disteso di traverso su vari rami incurvati, a solo qualche centimetro da una distesa d’acqua agitata e grigia che si muoveva fra i tronchi a spirale sotto la chiara spinta di una corrente. C’era ancora una penombra da crepuscolo inoltrato. Per quel che potevo saperne, forse avevo dormito tutto il giorno ed ero pronto a iniziare un’altra notte infinita. Pioveva ancora, ma poco più di una pioggerellina. La temperatura era tropicale, anche se per la febbre non potevo essere buon giudice, e l’umidità era altissima.
Avevo dolori dappertutto. Non mi era facile separare il sordo dolore alla gamba rotta dal dolore alla testa, alla schiena, alle viscere. Ogni volta che giravo la testa, mi pareva di avere nel cranio una palla di mercurio che per un bel pezzo continuava a cambiare pesantemente posizione. Le vertigini mi diedero di nuovo la nausea, ma non avevo più niente da vomitare. Rimasi aggrappato nell’intrico di rami e contemplai le glorie dell’avventura.
"La prossima volta che ti serve una commissione, ragazzina, manda A. Bettik."
La luce non svanì, ma neppure divenne più vivida. Cambiai posizione ed esaminai l’acqua che scorreva nei pressi: grigia, increspata da mulinelli, piena di detriti, fronde di palma, vegetazione morta. In alto non vidi segno del kayak e della paravela. Ormai i pezzi di fibra di vetro e di stoffa caduti giù nella lunga notte erano stati spazzati via.
Pareva un allagamento, come quando le precipitazioni nelle paludi sopra la baia Toschahi, su Hyperion, depositavano il limo per un altro anno. Una inondazione temporanea. Ma capii che quella foresta inondata, quell’infinito acquitrino di umida giungla, poteva benissimo essere una condizione permanente, lì. Dovunque "lì" fosse.