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Studiai l’acqua: opaca, torbida come latte grigio. Poteva essere profonda tanto alcuni centimetri quanto parecchi metri. Gli alberi sommersi non fornivano alcun indizio. La corrente era veloce, ma non così veloce da portarmi via, se avessi mantenuto la presa sui rami che pendevano, bassi, sulla torbida distesa d’acqua. Con un po’ di fortuna, senza gli equivalenti locali delle cisti di fango o degli acari dracula o delle aguglie piranha che pullulavano nella paludi di Hyperion, sarei riuscito ad andare a guado verso… qualche posto.

"Per guadare occorrono due gambe, Raul, ragazzo mio. Mi sa che ti toccherà saltellare nel fango su un piede solo."

E va bene, saltellare nel fango, allora. Mi afferrai con tutt’e due le mani al ramo e calai nella corrente la gamba sinistra, quella buona, tenendo la destra appoggiata al largo ramo dove ero disteso. La manovra mi causò nuove fitte di dolore, ma continuai ad abbassare il piede fin dentro l’acqua fangosa, poi vi infilai la caviglia e il polpaccio, poi il ginocchio, poi cambiai posizione per scoprire se potevo reggermi in piedi… e tesi i muscoli delle braccia, perché la gamba ferita era scivolata dal ramo, causandomi un’ondata di sofferenza che mi costrinse ad ansimare.

L’acqua era profonda meno di un metro e mezzo. Riuscivo a stare dritto sulla gamba buona: l’acqua mi arrivava alla cintola e mi schizzava il petto. Era tiepida e pareva lenire la sofferenza della gamba rotta.

"Tutti quei graziosi e pimpanti microbi in questo brodo tiepido, molti di loro mutati dai giorni delle navi seminatrici. Già si leccano le ganasce, Raul, vecchio mio."

«Sta’ zitto!» dissi fiaccamente, guardandomi intorno. Avevo l’occhio sinistro tumefatto e incrostato di sangue rappreso, ma riuscivo a utilizzarlo. La testa mi doleva.

Innumerevoli tronchi d’albero che si alzavano dall’acqua grigia fino alla grigia pioggerella su tutti i lati, fronde gocciolanti e rami di un grigio verdastro così scuro da parere quasi nero. Alla mia sinistra il panorama pareva un pochino più vivido. E in quella direzione il fango pareva un po’ più solido sotto i piedi.

Cominciai a muovermi da quella parte, spostando avanti il piede sinistro e cambiando presa di ramo in ramo, a volte chinandomi sotto fronde pendenti, a volte deviando di lato con un movimento da torero per consentire il passaggio di rami secchi o di altri detriti portati dalla corrente. Il cammino verso la zona più luminosa richiese varie ore. Ma non avevo niente di meglio da fare.

La giungla allagata terminava in un fiume. Appeso all’ultimo ramo, sentii la corrente che cercava di tirarmi via la gamba buona e fissai l’infinita distesa d’acqua grigia. Non scorgevo la riva opposta, non perché la distesa fosse senza limiti, visto che le correnti e i mulinelli si spostavano da destra a sinistra e rivelavano che si trattava di un fiume e non di un lago o di un oceano, ma perché la nebbia o bassa nuvolaglia intorbidiva l’aria fin quasi alla superficie dell’acqua e nascondeva qualsiasi cosa distasse più di un centinaio di metri. Acqua grigia, gocciolanti alberi grigioverdastri, nuvole grigio scuro. La luce pareva diminuire. La notte era in arrivo.

Con la gamba in quello stato non potevo proseguire oltre, avevo fatto il massimo. La febbre infuriava. Malgrado la temperatura da giungla, battevo i denti e controllavo a malapena il tremito delle mani. In qualche momento della faticosa avanzata nella giungla coperta d’acqua avevo aggravato la frattura a un punto tale che per il male avevo voglia di urlare. No, lo ammetto, urlavo davvero! Piano, dapprima; ma con il passare delle ore e l’intensificarsi della sofferenza e il peggiorare della situazione, urlavo brani di marcette della Guardia nazionale, poi limericks sconci imparati quando lavoravo sulle chiatte del fiume Kans, infine semplici grida di dolore.

"Ecco la risposta all’idea di costruire una zattera."

Cominciavo ad abituarmi alla caustica voce che mi risuonava nella testa. La voce e io avevamo fatto pace, quando avevo capito che non mi incitava a distendermi per aspettare la morte, ma si limitava a criticare i miei inadeguati sforzi per restare in vita.

"Ecco qui la tua migliore possibilità di una zattera, Raul, vecchio mio."

Il fiume trasportava un albero intero, il cui tronco ritorto a spirale rotolava nell’acqua profonda. A quel punto ero immerso fino alle spalle e mi trovavo a dieci metri dalla corrente vera e propria.

«Già» risposi. Sentii scivolare le dita sulla liscia corteccia del ramo a cui mi reggevo. Cambiai posizione e mi tirai un po’ più su. Qualcosa mi sfregò la gamba rotta e stavolta fui sicuro di avere davanti agli occhi un turbinio di punti neri. «Già» ripetei. Quali saranno, mi domandai, le probabilità di non perdere i sensi, di avere luce sufficiente, di restare vivo abbastanza a lungo da prendere al volo uno di quegli alberi pendolari? Tanto per cominciare, era impensabile arrivaci a nuoto. Avevo la gamba destra fuori uso e gli altri tre arti mi tremavano come foglie. Avevo appena la forza di reggermi a quel ramo ancora per qualche minuto. «Già» dissi ancora. «Merda!»

"Mi scusi, signor Endymion, dice a me?"

A quella voce rischiai di perdere la presa sul ramo. Sempre appeso con la destra, abbassai la sinistra e mi guardai il polso, nella luce sempre più fioca. Il comlog mostrava un lieve bagliore che l’ultima volta non c’era.

«Be’, che il diavolo mi porti! Ti credevo rotto.»

"Lo strumento è danneggiato, signore. La memoria è stata cancellata. I circuiti neurali sono completamente morti. Solo i chips di trasmissione funzionano grazie all’energia d’emergenza."

Mi accigliai. «Non capisco. Se la tua memoria è stata cancellata e i tuoi circuiti neurali sono…»

Il fiume mi tirò la gamba rotta, allettandomi a lasciare la presa. Per un momento non riuscii a parlare.

«Nave?» dissi alla fine.

"Sì, signor Endymion?"

«Tu sei qui!»

"Naturalmente, signor Endymion. Proprio dove lei e la signorina Aenea mi avete ordinato di restare. Sono lieta di annunciarle che tutte le riparazioni sono state…"

«Fatti vedere» ordinai. Era quasi buio. Filamenti di nebbia si protendevano verso di me sul fiume nerastro.

La nave si alzò, gocciolante, orizzontale, la prua a soli venti metri da me nel centro della corrente, bloccando il flusso come un masso spuntato all’improvviso, librata ancora per metà in acqua, un nero leviatano che divideva il fiume in rumorosi rivoli. Le luci di navigazione palpitavano a prua e sulla nera pinna da pescecane molto più indietro nella nebbia.

Scoppiai a ridere. O a piangere. O forse mi limitai a gemere.

"Desidera raggiungermi a nuoto, signore? O è meglio che venga io da lei?"

Le dita mi scivolavano. «Vieni tu» dissi e afferrai di nuovo il ramo, con tutt’e due le mani.

Nel ponte di crio-fuga, dove Aenea soleva dormire durante il viaggio da Hyperion, c’era un medibox. Era antico — be’, tutta la nave era antica — ma il suo autoriparatore funzionava, era ben rifornito e per giunta, secondo quando aveva raccontato la garrula nave nel viaggio da Hyperion, ai tempi del console era stato modificato dagli Ouster.

Giacqui nel tepore ultravioletto, mentre morbide appendici mi sondavano la pelle, mi disinfettavano le ferite, mi suturavano i tagli più profondi, mi somministravano flebo di analgesici e terminavano la diagnosi.

"Si tratta di una frattura composta, signor Endymion" disse la nave. "Vuole esaminare le radiografie e le lastre a ultrasuoni?"

«No, grazie» risposi. «Come l’aggiustiamo?»

"Abbiamo già cominciato" disse la nave. "Mentre parliamo, l’osso viene sistemato. Il collante plastico e il graffaggio ultrasonico inizieranno mentre lei dormirà. A causa della riparazione ai nervi e ai tessuti muscolari danneggiati, il robochirurgo raccomanda almeno dieci ore di sonno, mentre inizia le procedure."