"Non mancherò. Desidera altro?"
«Sì. Hai per caso qualche oloregistrazione di… di Aenea… nel nostro ultimo viaggio?»
"Ho in archivio parecchie ore di tali registrazioni, signor Endymion. La nuotata nella bolla a gravità zero, sulla loggia esterna. La disputa sulla religione contrapposta al razionalismo. Le lezioni di volo nel pozzo centrale, quando…"
«Bene, preparale. Le guarderò mentre faccio colazione.»
"Programmerò il robochirurgo per tre mesi di sonno in crio-fuga dopo l’intervallo di sette ore di domani."
Respirai a fondo. «D’accordo.»
"Il robochirurgo chiede di iniziare le riparazioni ai nervi e di iniettare subito degli antibiotici, signor Endymion. Desidera dormire?"
«Sì.»
"Con sogni o senza? La medicazione può essere personalizzata per l’uno o l’altro stato neurologico."
«Senza sogni» dissi. «Niente sogni, per ora. Più tardi ci sarà abbastanza tempo per i sogni.»
"Molto bene, signor Endymion. Buona notte."
PARTE SECONDA
15
Mentre mi trovo con A. Bettik, Jigme Norbu e George Tsarong sulla cornice del mercato Phari, giunge la notizia: alla fine, navi della Pax e soldati sono giunti anche qui su T’ien Shan, le "Montagne del cielo".
«Dovremmo informare Aenea» dico. Intorno a noi, sopra di noi, sotto di noi, migliaia di tonnellate di impalcature oscillano e scricchiolano per il peso di una folla di persone che comprano, vendono, barattano, discutono, ridono. Pochissimi hanno sentito la notizia dell’arrivo della Pax. Pochissimi, quando la sentiranno, capiranno le implicazioni. La notizia proviene da un monaco di nome Chim Din, appena tornato da Potala, la capitale, dove lavora come maestro nel Palazzo d’inverno del Dalai Lama. Per fortuna Chim Dim lavora anche, a settimane alterne, come montatore di bambù, nel Hsuan-k’ung Ssu, il "Tempio a mezz’aria", il progetto di Aenea; e mentre va al tempio, si ferma a salutarci nel mercato Phari. Così, fuori della corte a Potala, siamo tra i primi a sapere dell’arrivo della Pax.
"Cinque navi" ha detto Chim Din. "Parecchie decine di cristiani. Circa metà sono guerrieri in rosso e nero. Circa metà della metà sono missionari, tutti in nero. Hanno affittato un gompa, il monastero della setta Berretto Rosso, vicino al Rhan Tso, il lago Lontra, accanto al Fallo di Shiva. Hanno consacrato parte del gompa per farne una cappella dedicata al loro Dio uno e trino. Il Dalai Lama non consentirà di usare macchine volanti né di oltrepassare la cresta meridionale del Regno di mezzo, ma ha permesso loro di viaggiare liberamente in questa regione."
«Dovremmo informare Aenea» ripeto ad A. Bettik, sporgendomi verso di lui per farmi udire al di sopra del chiacchiericcio della piazza del mercato.»
«Dovremmo informare tutti a Jo-Kung» replica l’androide. Si gira, dice a George e a Jigme di completare gli acquisti, di non dimenticare i portatori per l’ordinazione di cavi e di bambù bonsai supplementari per la costruzione, e poi alza il pesante sacco da montagna, serra nella sua imbracatura gli attrezzi da scalata e mi rivolge un cenno.
Prendo anch’io il mio pesante sacco da montagna e precedo l’androide fuori del mercato e giù per le scale dell’impalcatura, fino al livello dei cavi. «La via Alta è più veloce della via Pedonale, no?»
A. Bettik annuisce. Ho esitato a proporre, per il viaggio di ritorno, la via Alta: l’androide, privo di un braccio, incontra difficoltà con i cavi e gli scivoli. Dopo la nostra riunione, mi sono sorpreso che non si fosse confezionato un uncino metallico (il suo braccio sinistro termina con un liscio moncherino a mezza strada fra il gomito e il polso) ma presto ho visto come usava una cinghia di cuoio e vari accessori di cuoio per ovviare alla mancanza delle dita.
«Sì, signor Endymion» dice. «La via Alta. È molto più rapida. Sono d’accordo. A meno che non voglia usare come corriere un aviatore.»
Lo guardo, penso che voglia scherzare. Gli aviatori sono dei pazzi, una razza a parte. Lanciano il loro parapendio dalle alte costruzioni, prendono forza ascensionale dalle grandi pareti di roccia, attraversano gli ampi spazi fra le creste e i picchi dove non esistono cavi né ponti, guardano gli uccelli, cercano le termali come se ne andasse della vita; be’, la loro vita dipende proprio da quelle correnti d’aria calda. Non ci sono zone piatte dove un aviatore può posarsi, se cambia l’infido vento o se la spinta ascensionale viene a mancare o se il parapendio ha un guasto. L’atterraggio forzato su una parete di cresta significa morte quasi certa. La discesa nelle nuvole sottostanti significa morte matematica. Il minimo errore nel valutare il vento, le correnti ascensionali, le correnti verticali, la corrente a getto, qualsiasi errore, significa morte. Per questo motivo gli aviatori vivono in solitudine, fanno parte di una setta segreta e chiedono una fortuna per eseguire gli ordini del Dalai Lama e consegnare messaggi da Potala o per trascinare nel cielo striscioni di preghiera durante qualche cerimonia buddhista o per portare comunicazioni urgenti da un mercante al suo ufficio in modo da battere la concorrenza o (così dice la leggenda) per visitare il picco orientale T’ai Shan, separato dal resto di T’ien Shan da più di cento chilometri di aria e di nuvole micidiali, e isolato per vari mesi nell’arco dell’anno locale.
«Non mi pare opportuno affidare a un aviatore una simile notizia» dico.
A. Bettik annuisce. «Sì, signor Endymion, ma i parapendii si possono comprare qui al mercato. Al banco della Gilda degli aviatori. Potremmo comprarne due e seguire la via più breve per il ritorno. Hanno prezzi molto elevati, ma potremmo vendere alcune zigocapre da soma.»
Non so mai quando il mio amico androide scherza. Ricordo l’ultima volta in cui mi sono trovato appeso a una paravela e devo farmi forza per non rabbrividire. «Hai mai usato il parapendio su questo pianeta?» replico.
«No, signor Endymion.»
«Su qualche altro pianeta?»
«No, signor Endymion.»
«Quali sarebbero, secondo te, le nostre probabilità, se provassimo?»
«Una su dieci» risponde senza un attimo d’esitazione.
«E quali sono le nostre possibilità con cavi e scivolo, a questa tarda ora del giorno?»
«All’inarca nove su dieci prima del buio. Meno, se il tramonto ci coglie ancora sullo scivolo.»
«Allora prendiamo cavi e scivolo» concludo.
Aspettiamo nella breve coda di gente che lascia il mercato e prende i cavi; poi è il nostro turno di salire sulla piattaforma di partenza. Il ripiano di bambù si trova circa venti metri sotto l’impalcatura più bassa del mercato e sporge sull’abisso cinque metri più del resto di Phari. Sotto di noi, per migliaia di metri, non c’è altro che aria; e al fondo di quel vuoto c’è solo l’onnipresente mare di nuvole che si frange contro le creste di roccia sporgerti verso l’alto, simile a una bianca marea che batta contro palificazioni di pietra. Vari chilometri più in basso, sotto quelle nuvole, ci sono gas velenosi e l’agitato mare acido che copre tutto il pianeta tranne le montagne.
L’addetto ai cavi ci fa segno di avanzare; A. Bettik e io saliamo insieme sulla piattaforma di salto. Da quel punto di connessione, venti o più cavi scendono in diagonale verso l’abisso e creano una nera ragnatela a perdita d’occhio. Il più vicino terminale dei cavi si trova a più di un chilometro e mezzo verso nord, su un piccolo dente di roccia che si staglia contro il bianco splendore del Chomo Lori, "Regina di neve", ma noi andiamo a est, al di là del grande vuoto fra le creste: il nostro punto d’arrivo dista più di venti chilometri e il cavo che scende in quella direzione si fonde nel bagliore serale della lontana parete di roccia e pare finire a mezz’aria. E la nostra destinazione si trova più di trentacinque chilometri al di là di quel punto, a nord e a est. A piedi impiegheremmo circa sei ore per fare il lungo viaggio a nord lungo la cresta Phari e poi a est, seguendo il sistema di ponti e di passerelle. Viaggiando per cavo e scivolo dovremmo impiegare metà tempo, ma l’ora è tarda e lo scivolo è molto pericoloso. Lancio ancora un’occhiata al sole basso e mi domando di nuovo se ho fatto la scelta più assennata.