Scivolo, rimbalzo e mi fermo a tre metri dalla parete, trovo un solido punto d’appoggio sulla roccia e con la rapidità derivante dalla pratica sgancio la carrucola e la fune di sicurezza. L’attimo dopo, A. Bettik scivola e si ferma accanto a me. Anche con una sola mano, l’androide ha movimenti molto più sciolti dei miei, sui cavi: sfrutta meno di un metro di spazio d’atterraggio.
Restiamo lì per un minuto e guardiamo il sole in equilibrio sul profilo della cresta Phari: la bassa luce dipinge la sommità a cono che si alza sopra la corrente a getto, a sud. Poi ci sistemiamo l’imbracatura e la reticella di attrezzi. Alla fine dico: «Sarà già buio, quando giungeremo nel Regno di mezzo».
A. Bettik annuisce. «Preferirei che lo scivolo fosse già alle nostre spalle prima che faccia buio, signor Endymion. Ma penso che sia solo un pio desiderio.»
Il solo pensiero di usare lo scivolo nel buio mi fa aggricciare lo scroto. Mi domando futilmente se un androide maschio ha la mia stessa reazione fisiologica. «Allora muoviamoci» dico e mi avvio a passo svelto giù dalla cornice di pietra.
Sul cavo abbiamo perso alcune centinaia di metri di quota e ora dobbiamo ricuperarla. La cornice termina presto, sui picchi delle Montagne del cielo ci sono poche zone piane, e i nostri stivali fanno rumore mentre percorriamo una impalcatura passerella di bambù bonsai appesa alla parete dell’abisso e sporgente sul vuoto. Non c’è ringhiera. Il vento della sera si alza; mentre procediamo, chiudo ermeticamente il giubbotto termico e il chuba di lana di zigocapra. Il pesante sacco da montagna mi rimbalza sulla schiena.
Il punto jumar si trova a meno di un chilometro a nord della cornice d’atterraggio. Sulla passerella non incontriamo nessuno, ma in lontananza, dall’altra parte della valle rannuvolata, si accendono le torce sulla via Pedonale tra Phari e Jo-kung. Le impalcature e il labirinto di ponti sospesi da questo lato del Grande Abisso si animano di persone dirette a nord; alcune vanno di sicuro al Tempio a mezz’aria per ascoltare le discussioni nella sessione pubblica serale tenuta da Aenea. Voglio arrivare lì prima di loro.
Il punto jumar consiste in quattro corde fisse che corrono lungo la parete verticale per circa settecento metri sopra di noi. Quelle corde, di colore rosso, sono per la salita. Qualche metro più in là penzolano le corde azzurre per il rinvio dalla sommità della cresta. L’ombra della sera ormai ci copre e il vento è gelido. «Fianco a fianco?» dico ad A. Bettik, indicando una delle corde interne.
L’androide annuisce. La sua espressione è identica a come la ricordo dalla nostra partenza da Hyperion, quasi dieci dei suoi anni fa. Cosa mi aspettavo? Che un androide invecchiasse?
Togliamo dalle reticelle gli ascender a motore, li agganciamo a due corde contigue di microfibra; proviamo a scuoterle, come se lo strattone potesse dirci che sono ben ancorate. Qui le corde fisse sono controllate solo di tanto in tanto dagli addetti ai cavi; potrebbero essere sfilacciate dai morsetti jumar di qualcuno o abrase da spuntoni di roccia nascosti o coperte di ghiaccio. Presto lo sapremo.
Agganciamo una catena a margherita e le staffe all’ascender a motore. A. Bettik srotola otto metri di corda da scalata che agganciamo con moschettoni alle nostre imbracature. Così, se una corda fissa cede, uno di noi può arrestare la caduta dell’altro. Questa almeno è la teoria.
Gli ascender a motore costituiscono quasi tutta la tecnologia posseduta dalla maggior parte degli abitanti di T’ien Shan: alimentati da una batteria solare sigillata, poco più grandi della nostra mano che si adatta all’impugnatura anatomica, gli ascender sono eleganti attrezzi da scalata. A. Bettik controlla gli agganci e annuisce. Col pollice metto in moto i miei due ascender. Le spie luminose sono verdi. Sposto l’ascender destro di un metro, lo blocco, metto il piede nell’anello della staffa, controllo di non essermi impigliato, faccio salire un poco l’ascender sinistro, lo blocco, sposto il piede di due anelli e proseguo a questo modo. E così per settecento metri. Di tanto in tanto ci fermiamo, appesi alle staffe, e guardiamo dall’altra parte della valle, dove la via Pedonale brilla di torce. Ora il sole è tramontato, il cielo è divenuto subito più scuro, porporino e violaceo, e le stelle più luminose già compaiono. Calcolo che ci restano circa venti minuti di vero crepuscolo. Percorreremo nel buio lo scivolo.
Rabbrividisco, mentre il vento ulula intorno a noi.
Per gli ultimi duecento metri le corde fisse penzolano sopra ghiaccio verticale. A. Bettik e io abbiamo nella reticella ramponi pieghevoli, ma ne facciamo a meno e continuiamo il faticoso rituale: jumar-aggancio-passo-liberare staffe-riposare un secondo-jumar-aggancio-passo-riposo-jumar. Impieghiamo quasi quaranta minuti a salire quei settecento metri. Quando mettiamo piede sulla cresta di ghiaccio che funge da piattaforma, il buio è già abbastanza fitto.
T’ien Shan ha cinque lune: quattro sono asteroidi catturati, ma seguono un’orbita abbastanza bassa da riflettere un bel po’ di luce; la quinta è grande quasi quanto la Luna della Vecchia Terra, ma segnata sul quadrante superiore destro da un solo, enorme cratere d’impatto i cui raggi si allargano come una lucente ragnatela verso ogni angolo visibile della sfera. Ora questa grossa luna, l’Oracolo, si leva a nordest, mentre A. Bettik e io avanziamo lentamente a nord lungo la stretta cresta di ghiaccio, agganciandoci a cavi fissi per non essere sbattuti via dal vento glaciale che ora si proietta giù dalla corrente a getto.
Mi sono calato sugli occhi il cappuccio termico e mi sono messo la maschera facciale, ma il vento gelido mi fa bruciare ugualmente gli occhi e ogni pezzetto di pelle esposta. Qui non possiamo indugiare a lungo. Ma l’impulso a mettersi in piedi e a guardare è forte in me, come sempre quando sono al terminale dei cavi della cresta K’un Lun e guardo il Regno di mezzo e il mondo delle Montagne del cielo.
Mi fermo sul campo di ghiaccio, piatto e aperto, all’inizio dello scivolo, per dare un’occhiata intorno. A sud e a ovest, dall’altra parte della zangola di nubi illuminata dalle lune e perduta nelle profondità, la cresta Phari splende alla luce dell’Oracolo. In alto, torce lungo la cresta a nord di Phari segnano chiaramente la via Pedonale e molto più a nord si scorgono i ponti sospesi illuminati. Al di là del mercato Phari c’è un bagliore nel cielo e immagino che sia la luce di torce di Potala, Palazzo d’inverno per Sua Santità il Dalai Lama e sede della più sfarzosa architettura di pietra del pianeta. Potala si trova a qualche chilometro a nord di qui e la Pax ha appena avuto in concessione una enclave nei pressi del Rhan Tso, dove a sera cade l’ombra dello Shivling, il "Fallo di Shiva". Sorrido sotto la maschera termica: mi immagino i missionari cristiani rimuginare su quella sconcezza pagana.
Al di là di Potala, centinaia di chilometri verso ovest, c’è il regno di creste di Koko Nor, con i suoi innumerevoli villaggi sospesi e i suoi pericolosi ponti. Molto a sud, lungo la grande dorsale detta Lobsang Gyatso, si estende il territorio della setta Cappello Giallo, che termina al picco Nanda Devi, dove si dice abiti la dea indù della felicità. A sudovest di queste zone, così lontano che vi splende ancora il sole, c’è Muztagh Alta con le decine di migliaia di abitanti islamici che custodiscono le tombe di Ali e di altri santi dell’Isiam. A nord di Muztagh Alta le creste corrono in territori che non ho mai visto, nemmeno dall’orbita durante l’avvicinamento, e che ospitano le alte case degli Ebrei Erranti lungo le vie di accesso al monte Sion e al monte Moriah, dove le città gemelle di Abramo e Isacco vantano le migliori biblioteche di T’ien Shan. A nord e a ovest di quelle città si alza il monte Sumeru — il centro dell’universo — e il picco Harney, anch’esso stranamente il centro dell’universo: tutt’e due si trovano seicento chilometri a sudest dei quattro picchi San Francisco, dove la popolazione hopi-eschimese sbarca il lunario sulle gelide creste e nelle fenditure ricche di felci, anch’essa sicura che i loro picchi delimitino il centro dell’universo.