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Aenea mi aveva detto che un tempo c’erano cavi fissi di carbonio-carbonio per tutto il tratto di scivolo e che i passeggeri vi erano agganciati come lo saremmo stati noi in una funivia o in corda doppia e che usavano un anello a basso attrito simile alla carrucola della funivia per non perdere velocità. Così si poteva frenare mediante il cavo oppure, se la slitta minacciava di volare via nel vuoto, usare la corda dell’anello come imbracatura automatica d’arresto. Una simile cintura di sicurezza comportava ammaccature e ossa rotte, ma almeno il passeggero non sarebbe volato nel vuoto insieme con la slitta.

Ma i cavi fissi si erano dimostrati inadeguati, mi disse Aenea. Richiedevano troppa manutenzione per restare puliti e funzionanti. Improvvise tempeste di ghiaccio li incollavano alla parete lungo lo scivolo e chi li percorreva, magari a 150 chilometri all’ora, poteva scoprire che il suo anello d’aggancio incontrava a un tratto ghiaccio inamovibile. Di questi tempi è già abbastanza difficile mantenere pulita la funivia; i cavi fissi dello scivolo erano diventati poco pratici.

Così gli scivoli erano stati abbandonati. Almeno finché i ragazzi in cerca di brividi e gli adulti troppo impazienti non scoprirono che per mantenere la slittolamina nella scanalatura nove volte su dieci bastava procedere come in glissade sulla neve… ossia usare una o più piccozze per frenare la corsa e tenere una velocità abbastanza bassa da restare nel solco. "Abbastanza bassa" significa inferiore ai 150 chilometri all’ora. Nove volte su dieci funzionava. Se si era abbastanza abili. E se le condizioni atmosferiche erano perfette. E se c’era la luce del giorno.

A. Bettik e io avevamo preso lo scivolo in tre altre occasioni, una volta per portare da Phari la medicina indispensabile a salvare la vita a una bambina e due volte per imparare le curve e i rettifili. Il viaggio era stato esilarante e terrificante, ma l’avevamo compiuto senza danni. Però ogni volta era giorno pieno, non c’era vento, e altri scivolavano davanti a noi e ci mostravano la via.

Adesso è buio, davanti a noi il lungo percorso brilla malignamente nella luce della luna. La superficie pare ghiacciata e dura come pietra. Non so se qualcuno ha già percorso quel tratto, oggi, o questa settimana. Se qualcuno ha controllato che non ci siano fenditure, gobbe di ghiaccio, fratture, incavamenti, crepacci, spuntoni, altri ostacoli. Non so quanto fossero lunghe le antiche piste per toboga, ma questo scivolo supera i venti chilometri, corre lungo il fianco a strapiombo dello sperone Abruzzi che collega la cresta K’un Lun ai pendii dello Hua Shan, si appiattisce nei graduali campi di ghiaccio sul lato ovest del monte Fiore, vari chilometri a sud della più lenta e più sicura via Pedonale che scende sinuosamente da nord. Dallo Hua Shan in poi, bisogna percorrere solo nove chilometri e tre facili tratti di funivia fino alle impalcature di Jo-kung e poi fare una buona camminata nella forra e giù per le ripide passerelle fino al Hsuan-k’ung Ssu.

A. Bettik e io siamo seduti fianco a fianco come bambini su uno slittino in attesa di una spinta di mamma o di papà. Mi sporgo, afferro per la spalla il mio amico e lo tiro più vicino per farmi sentire attraverso il materiale termico del suo cappuccio e della maschera. Ora il vento mi trafigge con aghi di ghiaccio. «Niente in contrario se vado avanti io?» grido.

A. Bettik gira il viso, tanto che le nostre guance, coperte di stoffa, si toccano. «Signor Endymion» replica «dovrei essere io a fare strada. Ho percorso questo scivolo due volte più di lei, signore.»

«Nel buio?» grido di rimando.

A. Bettik scuote la testa. «Pochi lo percorrono nel buio, di questi tempi, signor Endymion. Ma ho un’ottima memoria e ricordo ogni curva e ogni rettilineo. Credo che le sarei utile, mostrandole i giusti punti di frenata.»

Esito solo un secondo. «E va bene» dico. Gli stringo la mano, guanto contro guanto.

Con occhiali a visione notturna sarebbe facile come una scivolata di giorno, che secondo me non è poi così facile. Ma nell’odissea fra i teleporter ho perduto i visori che avevo con me e non ne ho preso un paio di ricambio, anche se sulla nave c’era. "Porta due dermotute e due respiratori" mi aveva trasmesso Rachel per conto di Aenea. Non poteva accennare anche agli occhiali a visione notturna?

In teoria l’escursione di oggi doveva essere una tranquilla gita al mercato Phari, una notte trascorsa alla locanda e poi un viaggio di ritorno a spalle ben cariche, in compagnia di George Tsarong, Jigme Norbu e una lunga fila di portatori carichi dei pesanti materiali per il cantiere.

Forse, mi dico, ho avuto una reazione eccessiva alla notizia dell’arrivo della Pax. Ormai è troppo tardi. Anche se torniamo indietro, la discesa a corda doppia lungo le corde fisse sulla cresta K’un Lun sarebbe pericolosa come la scivolata. Questa, almeno, è la bugia che mi racconto.

Guardo A. Bettik applicare all’anello nella cinghia di cuoio del braccio sinistro il corto (38 centimetri) martello da ghiaccio e poi preparare la normale piccozza lunga 75 centimetri. Seduto a gambe incrociate sulla slitta, impugno con la sinistra il martello da ghiaccio e mi tiro dietro nella destra, come un timone, la più lunga piccozza. Rivolgo di nuovo all’androide il gesto a pollice alzato: guardo A. Bettik spingersi nel vuoto sotto il chiarore delle lune, ruotare una volta, poi raddrizzare con perizia la slitta, servendosi del martello corto, mentre volano schegge di ghiaccio, e lanciarsi a tutta velocità oltre il bordo e sparire alla vista in un minuto. Aspetto che fra l’androide e me ci sia un intervallo di circa dieci metri, quanto basta a evitare la spruzzaglia di ghiaccio del suo passaggio senza perdere di vista lui nella luce arancione dell’Oracolo; poi mi spingo giù anch’io.

Venti chilometri. A una velocità media di 120 all’ora dovremmo coprire la distanza in dieci minuti. Dieci minuti di gelo, adrenalina, nausea, terrore, reazioni in un microsecondo o morte.

A. Bettik è brillante. Esegue alla perfezione ogni curva, giunge basso alle alte pareti in modo che il suo apogeo — e il mio, qualche secondo più tardi — pencoli proprio all’orlo della parete di ghiaccio, esce di gran carriera dalla curva sopraelevata, proprio alla velocità giusta per il tratto discendente dritto, poi urta e salta la lunga rampa ghiacciata a una velocità tale che la vista mi si confonde, la serie di colpi mi risale lungo la spina dorsale al punto da farmi vedere doppio, triplo, e la testa mi pulsa dal dolore che ne deriva; poi la vista mi si confonde di nuovo per le schegge di ghiaccio che volano, che creano vividi aloni nel chiarore delle lune, mentre le stelle impassibili si rovesciano e turbinano sopra di noi, brillanti stelle in gara anche con il bagliore arancione dell’Oracolo e la vivida luce degli asteroidi catturati, e poi freniamo un poco e rimbalziamo pesantemente e corriamo di nuovo forte, ci arrestiamo in una stretta curva a sinistra che mi mozza il fiato, poi scivoliamo in una più stretta curva a destra, poi voliamo su un rettifilo così ripido che la slitta e io sembriamo sibilare in caduta libera. Per un minuto guardo dritto in basso le nubi di fosgene illuminate dalle lune, verdi come iprite nell’ingannevole chiarore, e poi tutt’e due sfrecciamo con stridore in una serie di spirali, stretti tornanti simili all’elica del DNA, con le slitte che vacillano sul bordo di ogni curva così che per due volte la mia piccozza colpisce nient’altro che aria gelida, ma ogni volta cadiamo di nuovo giù ed emergiamo (più che uscire dalle curve, siamo sputati fuori, come due proiettili di fucile sparati proprio sopra il ghiaccio) e poi ci incliniamo di nuovo in alto, usciamo accelerando in un rettifilo e schizziamo per otto chilometri di parete di ghiaccio sullo sperone Abruzzi e ora è la parete destra dello scivolo a fare da piano di corsa, la mia piccozza scaglia nello spazio verticale schegge di ghiaccio e la nostra velocità aumenta, aumenta ancora, diventa qualcosa di più di semplice velocità, e l’aria gelida e rarefatta penetra come una lama nella maschera e nelle vesti termiche e nei guanti e negli stivali riscaldati, mi intirizzisce la carne e mi lacera i muscoli. Sento la pelle ghiacciata della guancia tendersi sotto la maschera termica, ghigno come un idiota, una smorfia fra rictus di terrore e la pura gioia della velocità spensierata, braccia e mani in adattamento continuo, automatico, istantaneo, ai cambiamenti della piccozza timone e del martello freno.