All’improvviso A. Bettik scarta a sinistra e con le lame ricurve delle piccozze corta e lunga morde profondamente il ghiaccio tra un volo di schegge — non ha senso, una simile mossa lo manderà, ci manderà!, a rimbalzare contro la parete interna, la parete verticale di ghiaccio, e poi sibilando nel nero vuoto — ma mi fido di lui, prendo la decisione in meno di un secondo, pianto la lama della piccozza più grande, batto forte col martello da ghiaccio, mi sento il cuore in gola mentre slitto di lato e rischio di andare dritto anziché curvare a sinistra, sul punto di roteare su me stesso e a spirale giù dal ripiano di ghiaccio a 140 chilometri all’ora, ma correggo la corsa e mi stabilizzo e passo in un lampo davanti a un buco nel fondo di ghiaccio dove saremmo scivolati se non avessimo fatto quel folle scarto, piombando in una breccia del bordo larga sei otto metri, una botola verso la morte, e poi A. Bettik scende con fracasso dalla parete interna, con un lampo di piccozza nel chiarore delle lune frena la scivolata e continua a precipitarsi giù per lo sperone Abruzzi, verso l’ultima serie di curve sui pendii di ghiaccio dello Hua Shan.
E io lo seguo.
Sul monte Fiore siamo troppo intirizziti e scossi per alzarci dalla slitta; restiamo immobili al gelo per parecchi minuti. Poi, insieme, ci tiriamo in piedi, mettiamo a massa le cariche piezoelettriche, smontiamo le slitte, le pieghiamo e le riponiamo nel sacco da montagna. Percorriamo a piedi e in silenzio il sentiero di ghiaccio intorno alla spalla del monte Hua Shan: io stupito per l’immediata reazione e il coraggio di A. Bettik, l’androide in un silenzio che non so interpretare, ma che mi auguro di cuore non sia collera per la mia affrettata decisione di fare ritorno seguendo quel percorso.
Gli ultimi tre tratti in funivia sono una delusione, notevoli solo per la bellezza del chiarore delle lune sui picchi e sulle creste intorno a noi e per la difficoltà che trovo a manovrare con le dita intirizzite gli anelli a D dei freni.
Dopo il vuoto dei pendii superiori rischiarato solo dalle lune, Jo-kung pare incendiata di torce; evitiamo le impalcature principali e prendiamo le scale che portano nella forra. Allora siamo circondati dall’ombra proiettata dalla parete nord, interrotta da torce sfrigolanti poste lungo l’alta passerella che va al Hsuan-k’ung Ssu. Percorriamo lentamente l’ultimo chilometro.
Arriviamo proprio mentre Aenea sta per iniziare la sessione serale di discussioni. Nella piccola piattaforma a pagoda sono radunate circa cento persone. Aenea guarda sopra le teste della folla, vede il mio viso, chiede a Rachel di iniziare la discussione e viene subito nel ventoso vano di porta dove A. Bettik e io ci siamo fermati.
16
All’arrivo su T’ien Shan, le Montagne del cielo, ero confuso e un po’ depresso, lo ammetto.
Dormii in crio-fuga per tre mesi e due settimane. Avevo sempre pensato che in animazione sospesa non si sognasse, ma mi sbagliavo. Per gran parte del viaggio ebbi incubi e mi svegliai disorientato e apprensivo.
Il punto di traslazione del nostro sistema solare di partenza si trovava a una distanza di appena diciassette ore dal pianeta; ma nel sistema di T’ien Shan emergemmo dalla velocità C-più in un punto al di là dell’ultimo pianeta ghiacciato del sistema e fummo obbligati a decelerare per tre giorni interi. Camminai nei diversi ponti della nave, su e giù per la scala a chiocciola, perfino nella piccola loggia che avevo ordinato alla nave di estrudere. Dissi a me stesso che si trattava di allenamento per il pieno ricupero della gamba (mi faceva ancora male, anche se la nave aveva dichiarato che il medibox l’aveva guarita e che non mi avrebbe dato fastidio) ma in realtà cercavo solo di dissipare energia nervosa. Non ero mai stato così ansioso in vita mia, ne sono sicuro.
La nave voleva parlarmi di quel sistema stellare nei minimi (e penosi) particolari: stella gialla tipo G, bla, bla, bla (be’, lo vedevo da me!), undici pianeti, tre giganti gassosi, due fasce di asteroidi, alta percentuale di comete nella parte interna del sistema, bla, bla, bla. A me interessava solo T’ien Shan. Mi sedetti nel pozzetto olografico e guardai crescere il pianeta. T’ien Shan era sorprendentemente luminoso. Abbagliante. Una vivida perla contro il nero dello spazio.
"Ciò che vede è lo strato di nubi inferiore e permanente" continuò in tono monotono la nave. "L’albedo è notevole. Ma ci sono nuvole più alte. Vede quei turbini tempestosi nella parte inferiore destra dell’emisfero illuminato? Quegli alti cirri che provocano ombre nelle vicinanze della calotta polare artica? Sono le nuvole che portano maltempo agli abitanti umani."
«Dove sono le montagne?» domandai.
"Qui" rispose la nave e cerchiò un’ombra grigia nell’emisfero nord. "Secondo le mie vecchie mappe, quello è un grande picco nella parte settentrionale dell’emisfero orientale, Chomo Lori, "Regina di neve". Vede quelle striature che corrono verso sud? Vede come rimangono ravvicinate finché non passano l’equatore e come poi si distanziano sempre più l’una dall’altra fino a scomparire nelle masse di nubi del polo antartico? Quelle sono le due creste dorsali, la cresta Phari e la cresta K’un Lun. Furono le prime linee rocciose abitate del pianeta e sono un ottimo esempio del primo, violento sollevamento cretaceo dakotano che formò il…"
Bla, bla, bla. E io riuscivo a pensare solo a Aenea, Aenea, Aenea.
Era strano entrare in un sistema solare e non trovare navi della Flotta della Pax che ci dessero l’altolà, né difese orbitali, né basi lunari — nemmeno una base su quel gigantesco occhio di bue della luna più grande, una liscia sfera arancione con un solo, enorme cratere d’impatto, come se l’avessero colpita con un unico proiettile — né traccia di scie di propulsione Hawking né di emissioni di neutrini né di campi lenticolari gravitazionali né di aree pulite di navette automatiche Bussard: nessun segno di tecnologia superiore. La nave disse che da certe zone del pianeta proveniva un rivolo di trasmissioni a microonde; una volta intercettate, risultarono in cinese pre-Egira. Per me fu una vera sorpresa. Non ero mai stato in un pianeta dove la maggioranza degli esseri umani non parlasse una versione dell’inglese della Rete.
La nave entrò in orbita geosincrona sopra l’emisfero orientale. "Le sue istruzioni erano di cercare il picco Heng Shan, che dovrebbe trovarsi a circa seicentocinquanta chilometri a sudest del Chomo Lori… Eccolo là!" La veduta telescopica nel pozzetto olografico zumò in avanti su un magnifico dente di neve e di ghiaccio che attraversava almeno tre strati di nuvole e la cui cima luccicava, chiara e brillante, sopra gran parte dell’atmosfera.
«Cristo!» mormorai. «E dov’è il Hsuan-k’ung Ssu? Il Tempio a mezz’aria?»
"Dovrebbe essere… là!" rispose, trionfante, la nave.
Guardavamo direttamente in giù lungo una cresta verticale di ghiaccio, neve e roccia grigia. Banchi di nuvole si arrostivano al sole, alla base dell’incredibile lastrone. Anche solo a guardarlo in ologramma, mi sentii girare la testa per le vertigini e mi aggrappai ai cuscini della cuccetta.
«Là, dove?» Non vedevo alcun edificio.
"Quel triangolo scuro" disse la nave e cerchiò una zona che pensavo fosse un’ombra sul lastrone di roccia grigia. "E questa linea… qui."
«Qual è l’ingrandimento?»
"Il triangolo misura all’incirca uno virgola due metri lungo il lato maggiore" disse la voce che avevo imparato dal comlog a conoscere così bene.
«Un edificio molto piccolo perché ci vivano delle persone.»