Senza altri commenti la nave si spostò in fuori, girò, tornò indietro lungo la parete rocciosa a picco, finché non fu di fronte alla forra, un taglio verticale che scendeva per alcune migliaia di metri dalla zona di ghiaccio e di neve molto più in alto e a un certo punto terminava, a circa quattrocento metri sul livello del tempio adesso nascosto dalla curvatura della roccia verso ovest.
La nave si librò in verticale fino a trovarsi a soli cinquanta metri dal fondo della forra. Notai con sorpresa alcuni torrenti scorrere sui ripidi fianchi rocciosi della forra, cadere nel centro della voragine e poi riversarsi nel vuoto, formando una cascata. Dappertutto c’erano alberi e muschi e licheni e piante in fiore: prati che salivano per molte centinaia di metri lungo i torrenti e che alla fine si mutavano in semplici striature di licheni multicolori che proseguivano verso i livelli di ghiaccio in alto. Sulle prime fui sicuro che lì non ci fosse segno d’intrusione umana, poi vidi le cornici (larghe appena da starci in piedi, pensai) scalpellate lungo la parete nord e i sentieri nel muschio verde brillante e le pietre disposte ad arte per guadare il corso d’acqua; allora notai la minuscola costruzione segnata dalle intemperie, troppo piccola per essere una baracca, più simile a un gazebo con finestre, che si trovava sotto sempreverdi scolpiti dal vento lungo il fiume, quasi al culmine della forra verdeggiante.
Indicai la costruzione: la nave si mosse da quella parte e restò librata nei pressi del gazebo. Capii perché sarebbe stato difficile, se non impossibile, atterrare lì. La nave del console non era poi molto grande (per secoli era rimasta nascosta nella torre di pietra del vecchio poeta, nella città di Endymion) ma, anche se fosse atterrata in verticale sulle pinne o sui sostegni estensibili, avrebbe schiacciato alberi, erba, muschi, piante fiorite. Parevano cose troppo rare, su quel mondo di rocce verticali, per distruggerle in quel modo.
Perciò la nave rimase librata. E aspettammo. Una trentina di minuti dopo il mio arrivo, una giovane donna svoltò nel sentiero, dalla parte delle cornici di roccia, e ci salutò con entusiasmo, agitando il braccio.
Non era Aenea.
Rimasi deluso, lo ammetto. Il desidero di rivedere la mia giovane amica era diventato un’ossessione: sospetto d’avere avuto, in quel periodo, assurde fantasticherie sulla nostra riunione: Aenea e io ci correvamo incontro, in un prato fiorito, lei di nuovo la bambina undicenne, io il suo difensore, e ridevamo per il piacere di rivederci e io la sollevavo da terra e la facevo girare in tondo, la tiravo in aria…
Be’, il prato fiorito c’era. La nave restò librata e morfizzò una scaletta che scendeva fino al prato punteggiato di fiori e si posava accanto al gazebo. La giovane donna attraversò il torrente, saltando di pietra in pietra, con perfetto equilibrio, e venne sorridendo alla mia volta, su per la montagnola erbosa.
Aveva passato da poco i vent’anni. Possedeva la grazia fisica e il portamento che ricordavo da migliaia di immagini della mia giovane amica. Ma in vita mia non avevo mai visto prima quella donna.
"Possibile che Aenea sia cambiata così tanto in cinque anni?" mi domandai. "Che si sia camuffata per nascondersi agli agenti della Pax? O mi sono semplicemente dimenticato del suo aspetto?"
L’ultima ipotesi pareva improbabile. Anzi, impossibile. La nave mi aveva assicurato che per Aenea sarebbero trascorsi cinque anni e alcuni mesi, se mi aspettava su quel pianeta; ma il mio intero viaggio, compresa la parte in crio-fuga, aveva richiesto solo quattro mesi. Ero invecchiato di alcune settimane appena. Non potevo aver dimenticato Aenea. Non l’avrei mai dimenticata.
«Ciao, Raul» disse la giovane donna dai capelli scuri.
«Ciao» risposi, incerto.
Lei venne avanti e mi tese la mano. Aveva una stretta decisa. «Sono Rachel. Aenea ti ha descritto perfettamente.» Si mise a ridere. «D’altra parte non ci aspettavamo nessun altro che venisse a farci visita in un’astronave come quella…» Mosse la mano nella direzione della nave sospesa come un pallone frenato che dondoli piano nel vento.
«Come sta Aenea?» domandai, con voce che suonò strana alle mie stesse orecchie. «Dov’è?»
«Oh, nel tempio. Sta lavorando. È nel bel mezzo del più impegnativo turno di lavoro. Non poteva allontanarsi. Mi ha chiesto di venirti a prendere e di aiutarti a liberarti della nave.»
"Non poteva allontanarsi" ripetei tra me. Che diavolo di storia era questa? Avevo attraversato letteralmente l’inferno, ero stato tormentato da calcoli renali, inseguito da agenti della Pax, scaricato in un pianeta senza terreno solido, inghiottito e rigurgitato da un mostro alieno, e lei non poteva allontanarsi, maledizione? Mi morsicai il labbro per resistere all’impulso di dire ciò che pensavo. Ammetto che in quel momento la mia emotività raggiungeva punte davvero alte.
«Cosa significa "liberarmi della nave"?» dissi invece. Mi guardai intorno. «Ci sarà pure un posto dove atterrare.»
«In realtà non c’è» disse la giovane donna di nome Rachel. La guardai meglio, nella vivida luce del sole: probabilmente era poco più anziana della Aenea attuale, sui venticinque anni forse. Aveva occhi castani, intelligenti, capelli castani tagliati corti senza tanti fronzoli, come Aenea, pelle abbronzata da lunghe ore all’aria aperta, mani indurite per il lavoro, la ragnatela di rughe intorno agli occhi tipica di chi ride spesso.
«Possiamo fare così» disse Rachel. «Prendi dalla nave ciò che ti occorre, un comlog o un apparecchio trasmittente per richiamarla quando ti servirà, due dermotute e due riciclo-respiratori della scorta in magazzino; poi ordina alla nave di saltare sulla terza luna, uno degli asteroidi catturati dal pianeta, il penultimo in grandezza. Lassù c’è un profondo cratere dove può stare nascosta. Quella luna ha un’orbita quasi geosincrona, rivolge a questo emisfero sempre la stessa faccia. Se chiami per radio, la nave è qui in pochi minuti.»
La guardai, sospettoso. «Perché le dermotute e i respiratori?» Nel magazzino della nave ce n’erano diversi. Erano progettati per ambienti di vuoto spinto non pericolosi, dove non era necessaria una vera corazza spaziale. «Qui l’aria mi sembra abbastanza ricca.»
«Hai ragione» convenne Rachel. «A questa altitudine l’atmosfera è sorprendentemente ricca di ossigeno. Ma Aenea mi ha detto di chiederti di portare le dermotute e i riciclo-respiratori.»
«Perché?»
«Non lo so, Raul» disse Rachel. Aveva uno sguardo sereno che pareva sincero e innocente.
«Perché la nave deve nascondersi? C’è la Pax sul pianeta?»
«Non ancora. Ma da circa sei mesi ne aspettiamo l’arrivo. Al momento non ci sono veicoli spaziali su T’ien Shan o in orbita, a parte la tua nave ora. E neppure aerei. Niente skimmer, VEM, ortotteri, elicotteri, solo parapendii, gli aviatori, e quelli non uscirebbero mai così lontano.»
Annuii, ma esitavo.
«I Dugpa hanno visto oggi una cosa che non avrebbero saputo spiegare» continuò Rachel. «Il puntino luminoso della tua nave contro il Chomo Lori, voglio dire. Ma alla fine riescono a spiegare tutto in termini di tendrel, perciò non sarà un problema.»
«Cosa sono i tendrel? E chi sono i Dugpa?»
«I tendrel sono portenti» disse Rachel. «Divinazioni nell’ambito della tradizione sciamanica buddhista prevalente in questa zona delle Montagne del cielo. I Dugpa sono… be’, se traduciamo la parola alla lettera, gli "altissimi". Le popolazioni che vivono alle altitudini superiori. Ci sono anche i Drukpa, le popolazioni delle valli, ossia delle gole più basse, e i Drungpa, gli abitanti delle valli boscose, soprattutto coloro che vivono nelle grandi foreste di felci e nei boschetti di bambù-bonsai delle zone occidentali della cresta Phari e più in là.»
«Così Aenea è al tempio?» dissi, testardo, restio a seguire il "suggerimento" di Rachel e nascondere la nave.
«Sì.»
«Quando posso vederla?»
«Appena ci arriviamo» sorrise Rachel.
«Da quanto tempo conosci Aenea?»