— Dunque sei d’accordo anche tu — replicai. — Ho viaggiato in due tempi storici del tutto diversi. È dunque possibile che la storia si possa rimodellare come creta?
— Forse… — mormorò Nebogipfel. — Quando sei tornato nella tua epoca, nel 1891, hai portato qualche reperto del tuo viaggio?
— Nulla, tranne alcuni fiori bianchi, simili a malve, che una Eloi di nome Weena mi aveva messo in tasca. I miei amici li osservarono: appartenevano a una specie loro ignota, e ricordo che fecero commenti sui pistilli…
— Amici? — intervenne Nebogipfel, con voce tagliente. — Hai lasciato un resoconto del tuo viaggio, prima di ripartire?
— Sì, ma non un resoconto scritto. A cena, ho narrato dettagliatamente ad alcuni amici tutto ciò che mi era successo. — Sorrisi. — E uno di loro, se lo conosco bene, finirà per trascrivere il mio racconto in forma avventurosa, magari presentandolo come fantastico…
— In tal caso — affermò Nebogipfel, sempre in tono calmo, ma con una strana sfumatura drammatica — ecco la tua spiegazione.
— Spiegazione?
— Per la divergenza storica.
Lo guardai con orrore, cominciando finalmente a capire: — Vuoi dire che, con il mio racconto… con la mia profezia, ho cambiato la storia?
— Sì. Grazie a quell’avvertimento, l’umanità è riuscita a evitare i conflitti e le degenerazioni da cui è scaturito il mondo crudele e primitivo degli Eloi e dei Morlock: invece, ha continuato a evolversi, permettendoci infine di imbrigliare il sole.
Ero incapace di affrontare le conseguenze di tale ipotesi, che pure mi colpì per la sua veridicità e chiarezza. — Ma alcune cose sono rimaste immutate — gridai. — Voi Morlock vivete ancora nelle tenebre!
— Non siamo Morlock — ribatté pacatamente Nebogipfel. — O almeno, non siamo quelli che tu ricordi. Quanto all’oscurità… Che bisogno abbiamo di un eccesso di luce? Abbiamo scelto l’oscurità. I nostri occhi sono strumenti eccellenti, capaci di percepire la bellezza. Senza l’accecamento prodotto dal sole, è possibile discernere la bellezza del cielo in tutte le sue sfumature…
Polemizzare con Nebogipfel non riuscì a distrarmi: fui costretto ad affrontare la realtà. Chinando la testa, mi fissai le mani, grandi, callose, segnate dalle cicatrici di decenni di lavoro. Il mio unico scopo, al quale avevo dedicato ogni sforzo, era stato esplorare il tempo, per osservare l’evoluzione della vita da un punto di vista cosmologico, oltre i pochi decenni concessi alla mia esistenza effimera. Invece sembrava che la mia impresa fosse andata ben al di là.
La mia invenzione si era rivelata molto più potente di una semplice macchina per viaggiare nel tempo: era una macchina della storia, una distruttrice di mondi!
Ero un assassino del futuro: i miei poteri, se si doveva credere a Tommaso d’Aquino, erano superiori a quelli di Dio stesso. Modificando la storia, avevo cancellato miliardi di esseri prima che potessero nascere.
Sopportai a stento la consapevolezza di tanta presunzione. Avevo sempre diffidato del potere personale, perché non avevo mai conosciuto nessuno che fosse tanto saggio da poterlo esercitare, eppure mi ero assunto più potere di qualunque altro uomo che fosse mai vissuto.
Promisi dunque a me stesso che, se fossi riuscito a recuperare la macchina del tempo, sarei tornato nel passato per correggere ancora una volta la storia, definitivamente, cancellando l’invenzione di quel congegno infernale… E in quel momento mi resi conto che mai avrei potuto ritrovare Weena, perché non soltanto avevo causato la sua morte, bensì, come avevo appena scoperto, avevo cancellato la sua stessa esistenza.
In quel tumulto di emozioni, la sofferenza per quella piccola perdita mi parve dolce e limpida, come una nota elevata dall’oboe nel clamore di una grande orchestra.
15
Vita e morte fra i Morlock
Un giorno Nebogipfel mi condusse nel luogo forse più inquietante fra tutti quelli che visitai in quella regione della Sfera.
Ci avvicinammo a una zona, forse di mezzo miglio quadrato, dove i divisori sembravano più bassi del solito. Poco a poco, percepii una sorta di blaterio morbido, sempre più forte e sempre più intenso, il caratteristico puzzo nauseabondo dei Morlock, stantio e dolciastro. Nebogipfel mi fece fermare al margine della zona.
Con gli occhiali, potei notare che la superficie pulsante brulicava di bambini gementi e trotterellanti: migliaia di giovani Morlock che con le manine si tiravano a vicenda i ciuffi di pelliccia incolta, si cacciavano cibo nelle bocche scure, pasticciavano con divisori di dimensioni ridotte, si rotolavano come scimmiette. Qua e là si aggiravano individui adulti che aiutavano i piccoli a rialzarsi, sedavano piccole dispute o calmavano crisi di pianto.
Divertito, osservai quella marea d’infanzia. Forse qualcuno, anche se certo non io, scapolo convinto, avrebbe trovato attraente una moltitudine di bimbi umani; ma quelli erano Morlock… Occorre ricordare che, con le loro chiome sottili, la pelle pallida e fredda come quella di un verme, i Morlock non sono esseri che possano attrarre la sensibilità umana. E per farsi un’idea della mia impressione in quel momento, si dovrebbe immaginare un tavolo gigantesco pullulante di larve!
Mi rivolsi alla guida: — Dove sono i loro genitori?
Come se cercasse le parole giuste, Nebogipfel esitò, prima di rispondere: — Non hanno genitori. Questo è uno stabilimento di riproduzione. Quando sono abbastanza cresciuti, i bambini vengono trasportati in un asilo, qui sulla Sfera, oppure…
Distogliendo l’attenzione, osservai Nebogipfel da capo a piedi, ma la pelliccia gli copriva tutto il corpo, nascondendone la conformazione.
Trasalendo di stupore, mi resi conto di un altro fatto che non avevo colto, benché fosse stato evidente fin dal mio arrivo sulla Sfera: i Morlock, tutti quelli che avevo visto, inclusi Nebogipfel e i due giganti provenienti dalle regioni a bassa gravità, non presentavano alcuna traccia di differenziazione sessuale: la loro pelliccia rada non lasciava dubbi in proposito. Gli adulti erano del tutto simili ai bambini, privi cioè di caratteristiche maschili o femminili. In quel momento mi resi conto che non sapevo nulla dei loro meccanismi di riproduzione, né avevo pensato a informarmi.
Intanto, Nebogipfel mi fornì alcuni ragguagli sull’educazione dei giovani Morlock.
Ogni individuo iniziava la propria esistenza negli stabilimenti di riproduzione e nei giardini d’infanzia, uno dei quali, come ricordavo dolorosamente, occupava tutta la Terra. Oltre ai rudimenti del comportamento sociale, il bambino sviluppava una facoltà essenziale, quella di apprendere. Era come se uno scolaro del diciannovesimo secolo, anziché imbottirsi la testa con un sacco di assurdità sul Greco, sul Latino, o su oscuri teoremi di geometria, impalasse a concentrarsi, a utilizzare le biblioteche, ad assimilare le conoscenze, e soprattutto a pensare. In seguito, l’acquisizione di qualunque sapere specifico dipendeva dalle necessità contingenti e dalle inclinazioni individuali.
Quando Nebogipfel mi spiegò in breve tutto ciò, la semplicità e la logicità del processo mi colpirono quasi fisicamente. Ma certo! pensai. Al diavolo la scuola! Quale differenza, rispetto al conflitto imperante tra ignoranza e incompetenza dei miei anni di studio, che non rimpiango affatto!
Chiesi a questo punto a Nebogipfel quale fosse la sua professione.
Mi spiegò che, una volta individuata l’epoca dalla quale provenivo, lui stesso ne era diventato un esperto, studiando i documenti raccolti dal suo popolo, e così aveva scoperto alcune differenze significative fra le usanze delle nostre specie.