— Mi sembra di stare sopra un tavolo gigantesco — dissi. — Credevo che il paesaggio avrebbe avuto l’aspetto di una ciotola immane. A causa di quale paradosso non riesco a percepire di trovarmi all’interno di una grande sfera o all’esterno di un pianeta gigante?
— C’è un modo per percepirlo — rispose Nebogipfel, ombreggiato dal parasole. — Guarda in alto…
Allora inclinai la testa all’indietro. Dapprima vidi soltanto il sole, e il cielo, che avrebbe potuto essere quello della Terra. Poi, poco a poco, cominciai a intravedere qualcosa oltre le nubi: erano le chiazze che avevo osservato poco prima, attribuendole agli occhiali. Si trattava di sfumature d’azzurro, di grigio e di verde, simili all’effetto di un acquarello, tali che le più grandi rimpicciolivano al confronto con i più piccoli brandelli di nubi. Sembrava una mappa, o meglio, alcune mappe schiacciate insieme e viste da una grande lontananza.
E fu proprio quest’analogia a condurmi alla verità.
— È il lato opposto della Sfera, oltre il sole… Immagino che le macchie di colore che vedo siano gli oceani, i continenti, le catene montuose, le praterie, e forse persino le città!
Era un paesaggio straordinario, come se le superfici rocciose di migliaia di pianeti scorticati fossero state appese come tante pellicce di coniglio. La vastità della Sfera era tale che non si percepiva alcuna curvatura: piuttosto, era come trovarsi compresso fra strati diversi, ossia fra la prateria piatta e il coperchio del cielo chiazzato, con il sole sospeso in mezzo come una lanterna, e le profondità dello spazio a un miglio o due soltanto sotto i miei piedi.
— Rammenta che quando osservi il lato opposto dell’Interno stai guardando oltre l’ampiezza dell’orbita di Venere — avvertì Nebogipfel. — Da tale distanza, la Terra stessa sembrerebbe ridotta a un punto luminoso. Le dimensioni geografiche, qui, sono molto maggiori che sulla Terra.
— Debbono esservi oceani tanto vasti da poter inghiottire la Terra… — osservai, pensoso. — Immagino che i processi geologici in un mondo come questo siano…
— Non esistono processi geologici, qui — interruppe Nebogipfel. — L’Interno e i suoi paesaggi sono interamente artificiali. In sostanza, tutto ciò che vedi è stato progettato così, e tale viene mantenuto, del tutto consapevolmente. — In quel momento, parve insolitamente riflessivo. — Questo corso della storia è molto diverso dall’altro che mi hai descritto, ma alcune costanti rimangono: questo è un mondo di giorno perpetuo, a contrasto con il mio mondo notturno. Proprio come nell’altra storia, abbiamo spaccato la specie in due opposti, di buio e di luce.
Poi Nebogipfel mi accompagnò al bordo del disco vitreo. Mentre lui restava sulla piattaforma, protetto dal parasole, io balzai audacemente nella prateria circostante. Il suolo mi parve duro, ma fui lieto della sensazione procurata da una superficie diversa, dopo giorni di pavimento cedevole. Sebbene corta, l’erba era dura e irta, come quella che si trova di solito presso le sponde marine. Allorché mi chinai a conficcarvi le dita, scoprii che il suolo era asciutto e sabbioso. Nella fila di fossette che avevo scavato con le dita vidi un insetto, che subito fuggì, seppellendosi nella sabbia.
Sull’erba sibilava la brezza. Non si udivano canti d’uccelli, né voci di altri animali.
— Il suolo non è molto fertile…
— No — convenne Nebogipfel. — Però il — e pronunciò nella sua lingua una parola incomprensibile — si sta riprendendo.
— Che cosa significa quella parola?
— Indica l’insieme delle piante, degli insetti e degli animali che vivono in maniera interdipendente. Sono trascorsi soltanto quarantamila anni dalla guerra.
— Quale guerra?
Allora Nebogipfel, esprimendosi in un modo che poteva soltanto avere copiato da me, scrollò le spalle, con un ondeggiamento che gli fece frusciare la pelliccia: — Chissà? Le cause sono state dimenticate, e i combattenti, i popoli e i loro discendenti, sono tutti morti.
— Ma mi avevi detto — ribattei, in tono d’accusa — che non esistono guerre, qui.
— Non fra i Morlock. Ma nell’Interno… La guerra a cui ho accennato fu terribile: caddero bombe, la terra fu distrutta, ogni forma di vita venne annientata.
— Ma sicuramente le piante, gli animali di piccole dimensioni…
— La distruzione fu completa. Non puoi capire… In un territorio di un milione di miglia quadrate, ogni forma di vita perì, tranne l’erba e gli insetti. Soltanto da poco tempo il paese è diventato sicuro.
— Ma quali esseri vivono qui? Sono simili a me?
Dopo un breve silenzio, Nebogipfel rispose: — Alcuni ricordano la tua specie arcaica, ma ve ne sono persino altri ancora più antichi. Conosco una colonia di Neandertaliani ricostruiti che ha reinventato le religioni di quel popolo scomparso. Altri invece si sono evoluti, e sono tanto diversi da te quanto lo sono io, anche se in modo differente. La Sfera è vasta. Se desideri che ti conduca a una colonia di esseri approssimativamente simili alla tua specie…
— Oh, non sono affatto certo di ciò che desidero! Credo di essere sopraffatto da questo luogo: da questo mondo di mondi. Voglio capirlo, prima di scegliere dove trascorrerò la mia vita. Puoi comprenderlo?
Apparentemente ansioso di sottrarsi al sole, Nebogipfel non discusse: — Benissimo. Quando vorrai rivedermi, dovrai semplicemente tornare qui alla piattaforma e chiamare il mio nome.
Così ebbe inizio il mio soggiorno solitario nell’Interno della Sfera.
In quel mondo di mezzogiorno perpetuo non esisteva nessun ciclo di giorni e di notti in base a cui calcolare il trascorrere del tempo. Tuttavia avevo il mio orologio da tasca: anche se naturalmente aveva perduto ogni riferimento a causa dei miei viaggi nel tempo e nello spazio, serviva a contare periodi di ventiquattro ore.
Dalla piattaforma, Nebogipfel evocò un semplice rifugio di pianta quadrangolare, con una finestrina e con una porta a diaframma, simile a quella che ho descritto in precedenza. Oltre a lasciarmi un vassoio di cibo e di acqua, mi mostrò come procurarmene altri: bastava inserire nuovamente il vassoio nella superficie della piattaforma, ciò che procurava una strana sensazione, e pochi secondi dopo compariva un nuovo vassoio carico di cibi. Giacché non disponevo di altre fonti di approvvigionamento, repressi la nausea che tale processo innaturale suscitava in me. Nebogipfel mi mostrò anche come inserire oggetti nella piattaforma affinché venissero puliti, come faceva lui stesso, persino per lavarsi le mani. Ricorsi a questo metodo per lavare gli indumenti e gli stivali (anche se i calzoni mi venivano restituiti senza piega), tuttavia non riuscii mai ad utilizzarlo per la mia igiene personale: non riuscivo a sopportare neppure l’idea d’inserire una mano, un piede, o peggio ancora il viso, in quella superficie uniforme. Continuai perciò a lavarmi con l’acqua.
A questo proposito, ero ancora privo dell’occorrente per radermi, talché la barba mi era cresciuta incolta: benché lunga e folta, era di un deprimente color grigio ferro.
Prima d’andarsene, Nebogipfel m’insegnò anche a sfruttare tutte le risorse degli occhiali. Toccandone la superficie in un certo modo era possibile far sì che ingrandissero le immagini degli oggetti lontani, avvicinandoli nitidamente. Li sperimentai subito, mettendoli a fuoco su di un’ombra lontana che avevo creduto essere un boschetto: scoprii invece che si trattava di una rupe, la quale sembrava molto consunta, oppure fusa.