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«Ci sono problemi, Madre?»

Egwene esibì un sorriso che parve teso anche a lei stessa. «Non più del solito, Sheriam. Non più del solito.»

Giunte allo Studio dell’Amyrlin, Sheriam andò via per occuparsi dei compiti che Egwene le aveva assegnato, ed Egwene stessa entrò nella tenda per scoprire che tutto era già pronto. Si sarebbe stupita del contrario.

Proprio in quel momento, Selame stava poggiando un vassoio di tè sullo scrittoio. Il corpetto e le maniche del vestito erano decorate con un disegno di perline dai colori accesi, e con il suo lungo naso tenuto ben alto la donna, a un primo sguardo, non sembrava affatto una servitrice, ma aveva fatto il suo dovere. Due bracieri pieni di carboni ardenti avevano cacciato via parte dell’aria fredda, anche se gran parte del calore finiva fuori dall’apertura per il fumo. Le erbe essiccate sbriciolate sui carboni davano un gradevole aroma al fumo che non usciva dalla tenda, il vassoio della notte precedente era stato portato via ed erano state accese le candele di sego e la lanterna. Con quel clima, nessuno lasciava una tenda abbastanza aperta, e così c’era bisogno di far luce.

Anche Siuan era già lì, con una pila di carte tra le mani, un’espressione tormentata sul viso e una macchia d’inchiostro sul naso. Il suo ruolo di segretaria forniva alle due donne un’altra scusa per quando venivano colte a parlare insieme, e Sheriam non aveva mosso alcuna obiezione a cederglielo. Anche Siuan, comunque, si lamentava spesso di quel lavoro. Considerando che era raramente uscita dalla Torre sin da quando vi era entrata come novizia, nutriva una notevole avversione per i posti chiusi. In quel momento era la perfetta immagine di una donna che si sforzava di essere paziente e voleva che tutti lo notassero.

Nonostante l’aria altezzosa, Selame sorrise e si produsse in così tante riverenze che togliere il mantello e le muffole di Egwene si trasformò in una piccola ed elaborata cerimonia. La donna continuò a chiacchierare su come la Madre aveva bisogno di riposare, e forse lei avrebbe dovuto portarle una coperta pesante, e magari sarebbe rimasta in caso alla Madre servisse qualsiasi altra cosa, finché Egwene non la cacciò praticamente via. Il tè sapeva di menta. Con quel tempo! Selame era un tormento, e difficilmente poteva esser definita leale, ma si impegnava.

Non c’era tempo per poltrire e sorseggiare il tè. Egwene si raddrizzò la stola e prese posto dietro la scrivania, dando distrattamente uno strattone alla gamba della sedia perché non si piegasse sotto di lei come spesso faceva, Siuan si appollaiò su uno sgabello traballante dall’altro lato del tavolo e il tè si raffreddò. Non parlarono di piani, Gareth Bryne o speranze; per adesso, avevano fatto tutto quello che potevano. Rapporti e problemi si accumulavano quando erano in viaggio e la stanchezza ostacolava ogni tentativo di prenderli in considerazione, e adesso che si erano fermate c’era bisogno di mettersi al lavoro. La presenza di un esercito davanti a loro non cambiava questa realtà.

A volte Egwene si chiedeva come fosse possibile reperire tanta carta quando tutto il resto pareva scarseggiare. I rapporti che le passava Siuan parlavano dettagliatamente della penuria di risorse e di poco altro. E non erano solo i beni menzionati da Sheriam a mancare, ma anche carbone, chiodi e ferro per i maniscalchi e i carradori, cuoio e tela cerata per i sellai, olio per lampade, candele e un centinaio di altre cose, persino il sapone. E quello che non stava finendo si stava consumando, dalle scarpe alle tende, tutto segnato nella decisa grafia di Siuan, che diventava più aggressiva con l’aggravarsi del bisogni di cui scriveva. Il conto del denaro restante pareva frustato sulla carta in un momento di furia. E non ci si poteva far niente.

Tra le carte di Siuan c’erano diverse proposte delle Adunanti per risolvere il problema del denaro. O meglio, informavano Egwene su ciò che avevano intenzione di discutere davanti al Consiglio. C’erano pochi vantaggi in tutte quelle misure, però, e molte trappole. Moria Karentanis suggeriva di bloccare la paga dei soldati, e secondo Egwene il Consiglio aveva già capito che una cosa del genere avrebbe fatto disciogliere l’esercito come rugiada sotto il sole di mezza estate. Malind Nachenin voleva presentare ai nobili dei dintorni una richiesta che sembrava più un ordine e che poteva far rivoltare contro di loro l’intera campagna, lo stesso risultato che avrebbe raggiunto Salita Toranes con la sua idea di imporre una tassa alle città e ai villaggi che si trovavano ad attraversare.

Dopo aver accartocciato insieme le tre lettere Egwene le agitò verso Siuan. Avrebbe voluto che in quel momento nel suo pugno fossero strette le gole delle tre Adunanti. «Ma sono tutte convinte che ogni cosa deve andare secondo i loro desideri e che la realtà non conta nulla? Per la Luce, sono loro che si comportano come bambine!»

«La Torre è riuscita a trasformare i propri desideri in realtà abbastanza spesso» disse Siuan con soddisfazione. «Ricorda, alcuni potrebbero dire che anche tu stai ignorando la realtà.»

Egwene tirò su con il naso. Per fortuna, qualsiasi fosse il voto del Consiglio nessuna di quelle proposte poteva essere messa in atto senza un suo decreto. Persino in quella sua stentata condizione aveva un po’ di potere.

Molto poco, ma era meglio di niente. «Il Consiglio è sempre così problematico, Siuan?»

L’altra annuì, spostandosi leggermente nel tentativo di trovare un equilibrio migliore. Le gambe del suo sgabello erano tutte di lunghezza diversa.

«Ma potrebbe essere peggio. Ricordami di raccontarti dell’Anno delle Quattro Amyrlin; si parla di circa duecentocinquanta anni dopo la fondazione di Tar Valon. In quei giorni, le normali condizioni della Torre quasi rivaleggiavano con quello che ci sta succedendo adesso. Ogni mano cercava di afferrare il timone. Ci furono addirittura due opposti Consigli della Torre a Tar Valon per parte di quell’anno. Più o meno come adesso. Quasi tutte le sorelle finirono male, incluse alcune che credevano di poter salvare la Torre. E alcune ci sarebbero anche riuscite, se non si fossero impantanate. La Torre sopravvisse comunque, ovviamente. Sopravvive sempre.»

Tantissimi eventi storici potevano verificarsi in più di tremila anni, molti dei quali venivano poi rimossi, nascosti quasi a tutti, eppure Siuan pareva avere sotto mano ogni tipo di dettaglio. Doveva aver trascorso una buona parte dei suoi anni alla Torre seppellendosi tra quelle storie segrete. Egwene era sicura di una cosa. Avrebbe evitato il destino di Shein, se poteva, ma non sarebbe rimasta com’era, poco meglio di Cemaile Sorenthaine. Da ben prima della fine del suo regno, la decisione più importante che Cemaile poteva prendere riguardava gli abiti da indossare. Egwene avrebbe davvero ricordato a Siuan di raccontarle dell’Anno delle Quattro Amyrlin, anche se la prospettiva non le sorrideva.

Lo spostarsi del raggio di luce che entrava dall’apertura per il fumo sul soffitto della tenda mostrò che il mattino volgeva verso mezzogiorno, ma la pila di carte di Siuan sembrava appena un po’ più bassa. Qualsiasi tipo di interruzione sarebbe stata ben accolta, persino la prematura scoperta dei loro piani. Be’, forse questo no.

«Qual è il prossimo rapporto, Siuan?» ringhiò Egwene.

Un accenno di movimento destò l’attenzione di Aran’gar, che scrutò tra gli alberi l’accampamento dell’esercito, un anello di tende che nascondeva alla vista quelle delle Aes Sedai. Una fila di carrislitta si stava muovendo lentamente verso est, scortata da uomini a cavallo. Il pallido sole riluceva sulle armature e le punte delle lance. Aran’gar non poté fare a meno di ghignare. Lance e cavalli! Una marmaglia primitiva che non poteva andare più veloce di un uomo a piedi, guidata da un tizio che non sapeva cosa stava succedendo a cento chilometri da lì. E le Aes Sedai? Lei avrebbe potuto distruggerle tutte, e nemmeno morendo quelle avrebbero sospettato chi le stava uccidendo. Certo, lei stessa non sarebbe sopravvissuta a lungo. Il pensiero la fece rabbrividire. Il Sommo Signore concedeva a pochissimi una seconda possibilità di vita, e Aran’gar non aveva intenzione di sprecare la sua.