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Le ultime luci si stavano spegnendo quando Sheriam raggiunse la sua minuscola tenda, ancor più piccola di quella di Egwene. Se non fosse stata la Custode, avrebbe dovuto condividerla con un’altra sorella. Abbassandosi per entrare, ebbe appena il tempo per accorgersi di non essere sola, poi fu schermata e gettata a faccia in giù sul lettino da campo. Stupita, provò a strillare, ma un angolo delle sue coperte le si infilò da solo in bocca. Abito e biancheria esplosero via dal suo corpo come una bolla fatta scoppiare.

Una mano le carezzò la testa. «Si suppone che tu mi fornisca informazioni, Sheriam. Quella ragazza ha qualcosa in mente, e io voglio sapere cosa.»

Sheriam dovette faticare molto per convincere quella persona che lei aveva già detto tutto quello che sapeva, che non avrebbe mai tenuto nascosta una parola, un bisbiglio. Quando alla fine rimase sola, giacque rannicchiata a lamentarsi per i segni delle frustate, rimpiangendo amaramente di aver mai rivolto la parola a una sorella del Consiglio.

17

Sul ghiaccio

Il mattino successivo, una colonna partì verso nord dall’accampamento delle Aes Sedai molto prima dell’alba, quasi in silenzio a eccezione del crepitare delle selle e degli scricchiolii degli zoccoli che rompevano la dura crosta superficiale della neve. Di tanto in tanto un cavallo sbuffava o il metallo tintinnava e veniva subito avvolto in qualche panno per ovattarne il suono. La luna era quasi calata, il cielo scintillava di stelle, ma la pallida coltre stesa sul paesaggio riluceva nel buio. Quando i primi bagliori del giorno apparvero a est, i viaggiatori cavalcavano da più di un’ora. Ma non erano andati molto lontano. Nei tratti di terreno più sgombro, Egwene poteva lasciar andare Daishar al piccolo galoppo alzando schizzi di neve come fosse acqua, ma per lo più i cavalli avanzavano al passo, un passo lento, tra rade foreste dove la neve era ammucchiata in cumuli sul terreno e appesantiva i rami degli alberi. Querce e pini, aceri ed ericacee insieme ad altri che lei non conosceva, gli alberi sembravano anche più malconci di quando c’era la siccità. Quel giorno ricorreva la Festa di Abram, ma non ci sarebbero stati premi da trovare nelle torte di miele. Tuttavia, con l’aiuto della Luce, qualcuno avrebbe comunque ricevuto la sua sorpresa.

Il sole sorse e salì nel cielo, una pallida sfera dorata che non dava alcun calore. Il respiro continuava a pungere in gola e a formare nuvolette di vapore. Soffiava il vento, non forte ma tagliente, e a ovest le nuvole scure rotolavano verso nord, verso l’Andor. Egwene provò un po’ di compassione per chiunque avrebbe dovuto scoprire il carico trasportato da quelle nuvole. E si sentì sollevata per la loro partenza. Un altro giorno di attesa l’avrebbe fatta impazzire. Non era riuscita a dormire, e la causa non erano stati i mal di testa ma un’irrequietezza nervosa. Questa, e i tentacoli della paura che erano strisciati nella tenda come le correnti di aria fredda che passavano sotto i bordi dei teli. Non era stanca, però. Si sentiva come una molla compressa, un meccanismo caricato, piena di energia che desiderava ardentemente la possibilità di scatenarsi. Per la Luce, tutto poteva ancora andare per il verso sbagliato.

Era una colonna impressionante quella che viaggiava dietro lo stendardo della Torre Bianca, la candida Fiamma di Tar Valon al centro di una spirale di sette colori, uno per ogni Ajah. Cucito segretamente a Salidar, il vessillo era rimasto sin da allora sul fondo di un baule, le cui chiavi erano custodite dal Consiglio. Egwene non credeva che l’avrebbero mai tirato fuori se non fosse stato per il bisogno di grandiosità di quel mattino. La scorta era assicurata da un plotone di cavalleria pesante costituito da un migliaio di uomini in maglia di ferro e armatura a piastre, una panoplia di lance, spade, mazze e asce come di rado se ne vedevano a sud delle Marche di Confine. A guidare la cavalleria c’era uno Shienarese con un occhio buono e una benda dai colori accesi sull’altro, un uomo che Egwene aveva conosciuto in passato, in un tempo che adesso le sembrava appartenere a un’altra Epoca. Uno Nomesta guardava torvo gli alberi attraverso la visiera a sbarre del suo elmo quasi si aspettasse che dietro ognuno si nascondesse un’imboscata, e i suoi uomini sembravano quasi altrettanto guardinghi, dritti nelle loro selle.

Quasi fuori dalla visuale, più avanti tra gli alberi, cavalcava un gruppo di uomini che portavano elmo, pettorali e piastre sulla schiena ma nessun altro pezzo di armatura. I loro mantelli si agitavano liberi nel vento; le mani infilate nei guanti servivano a reggere una le redini e l’altra l’arco corto che tutti impugnavano. Ce n’erano altri ancora più avanti, e anche nascosti sulla sinistra e sulla destra, un altro migliaio di uomini in tutto per esplorare e controllare. Gareth Bryne non si aspettava trucchi dagli Andorani, ma, aveva detto, si era già sbagliato in precedenza, e poi c’erano anche i Murandiani, che erano tutt’altra cosa. Senza contare la possibilità di assassini pagati da Elaida, nonché gli Amici delle Tenebre. Solo la Luce sapeva quando o perché un Amico delle Tenebre poteva decidere di uccidere. Quanto a questo, anche se si supponeva che gli Shaido fossero molto lontani, nessuno pareva accorgersi della loro presenza prima che cominciassero ad ammazzare. Persino una banda di briganti avrebbe potuto decidere che valeva la pena correre il rischio, contro un gruppo troppo piccolo. Lord Bryne non correva rischi se non era necessario, ed Egwene ne era molto lieta. Quel giorno, voleva quanti più testimoni possibile.

Cavalcava davanti alla bandiera, con Sheriam, Siuan e Bryne. Gli altri parevano persi nei loro pensieri. Bryne sedeva in sella con gran naturalezza, la nebbiolina del suo respiro regolare che formava una brina leggera sulla visiera dell’elmo, eppure Egwene sapeva che quell’uomo stava studiando con calma il territorio. In caso dovessero combattere. Siuan cavalcava con una rigidità tale che di sicuro sarebbe stata indolenzita molto prima della fine del viaggio, ma teneva lo sguardo fisso a nord quasi potesse già vedere il lago, e di tanto in tanto annuiva tra sé o scuoteva il capo. E non l’avrebbe fatto, se non fosse stata nervosa. Di quello che stava per succedere Sheriam non ne sapeva più delle Adunanti, eppure sembrava anche più nervosa di Siuan, cambiava di continuo posizione sulla sella e faceva smorfie. Nei suoi occhi verdi c’era anche rabbia, chissà per quale motivo.

Subito dietro lo stendardo veniva l’intero Consiglio della Torre, due file di donne vestite di sete, ricchi velluti, pellicce e mantelli decorati con la Fiamma. Donne che raramente portavano gioielli che non fossero l’anello col Gran Serpente ed erano adesso addobbate con le gemme migliori che i forzieri dell’accampamento avevano potuto fornire. I Custodi davano vita a uno spettacolo ancor più sorprendente per il semplice fatto che indossavano i loro mantelli dai colori cangianti; parti dei loro corpi sembravano svanire quando quegli inquietanti mantelli venivano mossi dalla brezza. Poi venivano i servitori, due o tre per ogni sorella, sui cavalli migliori che erano rimasti per loro. Potevano passare per dei nobili minori se alcuni di loro non avessero tenuto per le redini gli animali da soma: tutti i bauli del campo erano stati saccheggiati per vestirli con colori accesi.

Forse perché era l’unica Adunante senza un custode, Delana si era portata dietro Halima, che cavalcava una focosa giumenta bianca. Le due donne avanzavano fianco a fianco. Ogni tanto Delana si sporgeva verso Halima per parlarle in privato anche se l’altra sembrava troppo emozionata per darle retta. Halima doveva essere la segretaria di Delana, ma tutti credevano che il loro legame fosse un caso di pietà, o forse di amicizia, per quanto improbabile, tra la contegnosa sorella dai capelli chiari e la turbolenta donna di campagna dalla chioma corvina. Egwene aveva visto la grafia di Halima, che aveva l’aspetto incompleto di quella di una bambina che ha appena cominciato a imparare a scrivere. Quel giorno Halima era elegante come ogni altra sorella, con gemme che eguagliavano quelle di Delana, che doveva avergliele prestate. Ogni volta che una raffica apriva il mantello di velluto di Halima metteva in mostra una sconvolgente porzione di seno, e la donna rideva e si prendeva il suo tempo per richiuderlo, rifiutandosi di ammettere di patire il freddo più di quanto lo pativano le sorelle.