Per la Luce! Gli uomini erano davvero... inopportuni... a volte. I migliori di loro trovavano il modo di dire esattamente la cosa sbagliata al momento sbagliato, di fare le domande sbagliate. Nonché di spingere le servitrici a chiacchierare troppo. Sarebbe stato più facile per Egwene se avesse potuto mentire, ma la domanda di Talmanes lasciava molto spazio di manovra all’interno dei Giuramenti. Mezza verità sarebbe stata sufficiente, e l’avrebbe trattenuto dal precipitarsi a Ebou Dar. Forse poteva bastare anche meno di mezza verità.
Dall’angolo opposto del padiglione, Siuan stava conversando con alto giovane dai capelli rossi e i baffi ricurvi che la guardava perplesso come aveva fatto Segan. Di solito i nobili sapevano riconoscere l’aspetto delle Aes Sedai. Ma quell’uomo aveva solo parte dell’attenzione di Siuan, il cui sguardo guizzava di continuo verso Egwene. Sembrava che le urlasse, con la voce della sua coscienza. Più facile. Conveniente. L’essenza delle Aes Sedai. Ma lei due mesi prima davvero non sapeva quello che sarebbe successo oggi, ci sperava solo! Egwene sospirò con una certa irritazione. Che Siuan fosse folgorata!
«Era a Ebou Dar, l’ultima volta che ho avuto sue notizie» mormorò Egwene. «Ma ormai starà viaggiando verso nord quanto più rapidamente possibile. Crede ancora di dovermi salvare, Talmanes, e Matrim Cauthon non si perderebbe mai l’occasione per essere sul posto e potermi dire ‘ti avevo avvisato’.»
Talmanes non parve molto sorpreso. «L’avevo immaginato» sospirò. «È qualche settimana ormai che... sento... qualcosa. E anche altri nella Banda avvertono questa sensazione. Non è urgente, ma c’è. Come se Mat avesse bisogno di me. O almeno, come se io dovessi cercarlo a sud. Possono succedere cose strane, quando si segue un ta’veren.»
«Suppongo di sì» concordò lei, sperando che la sua incredulità non trasparisse. Era già abbastanza strano pensare che Mat il discolo era a capo della Banda della Mano Rossa, e ancor più che era un ta’veren, ma perché un ta’veren avesse il suo effetto doveva essere presente, o quanto meno vicino.
«Mat aveva torto sul fatto che era necessario liberarti. Non hai mai avuto intenzione di venire a chiedermi aiuto, vero?» Talmanes continuava a parlare piano, ma lo stesso si guardò subito intorno. Siuan li stava ancora osservando. E lo stesso faceva Halima. Paitr le stava fin troppo vicino, si pavoneggiava e si lisciava i baffi — a giudicare dal modo in cui la fissava, di sicuro non l’aveva scambiata per una sorella! — ma lei lo ascoltava solo distrattamente e lanciava occhiate furtive verso Egwene mentre gli sorrideva con calore. Tutti gli altri sembravano occupati, e nessuno era abbastanza vicino da poter sentire.
«L’Amyrlin non può certo fuggire in cerca di protezione, capisci? Ma ci sono stati momenti in cui era confortante sapere che tu c’eri» ammise Egwene. Con riluttanza. In teoria l’Amyrlin Seat non avrebbe dovuto aver bisogno di un rifugio, ma quella confessione non poteva farle alcun male finché nessuna delle Adunanti veniva a saperlo. «Sei stato davvero un amico, Talmanes. Spero che continuerai a esserlo. Lo spero tanto.»
«Sei stata più... diretta... di quanto mi aspettassi,» osservò lentamente lui «e per questo ti dirò una cosa.» La sua espressione rimase la stessa — a chiunque lo stava guardando, sarebbe sembrato disinvolto come sempre — ma la voce si abbassò diventando un sussurro. «Sono stato avvicinato da re Roedran, che è interessato alla Banda. Vuole ingaggiarci. In circostanze normali non avrei nemmeno preso in considerazione le sue richieste, ma i soldi non sono mai abbastanza, e con questa... sensazione di Mat che ha bisogno di noi... Potrebbe essere meglio se restiamo nel Murandy. È chiaro come il sole che tu sei dove desideri essere e hai tutto sotto controllo.»
Si zittì quando una giovane servitrice fece la riverenza per offrire vino caldo. Indossava una gonna di lana finemente ricamata e un mantello foderato di pelliccia di coniglio. Anche altri servitori venuti con loro dall’accampamento stavano dando una mano, senza dubbio per fare qualcosa che non fosse rimanere immobili a tremare per il freddo. Il volto rotondo della giovane era decisamente segnato dal gelo.
Talmanes la mandò via con un cenno della mano e poi tornò a stringersi nel mantello, ma Egwene prese una tazza d’argento per guadagnare tempo.
In verità ormai non c’era più bisogno della Banda. Nonostante tutti i mormorii, le sorelle si erano abituate alla presenza di quegli uomini, che fossero o meno fautori del Drago; non temevano più un attacco, e non era più stato necessario usare la presenza della Banda per spingerle a muoversi sin da quando avevano lasciato Salidar. L’unico vero scopo della Shen an Calhar adesso era attirare reclute verso l’esercito di Bryne, uomini convinti che la presenza di due eserciti fosse segno di battaglia imminente e desiderosi di stare con la parte più numerosa. Egwene non aveva più bisogno della Banda, ma Talmanes si era comportato da amico. E lei era l’Amyrlin. A volte, amicizia e responsabilità spingevano nella stessa direzione.
Quando la cameriera se ne andò, Egwene poggiò una mano su un braccio di Talmanes. «Non devi farlo. Nemmeno la Banda può conquistare da sola tutto il Murandy, e tutti saranno contro di voi. Sai molto bene che l’unica cosa che può unire i Murandiani è la presenza di stranieri sul loro terreno. Seguici a Tar Valon, Talmanes. Mat verrà lì, ne sono sicura.» Mat non avrebbe mai creduto davvero che lei era l’Amyrlin finché non l’avesse vista indossare la stola nella Torre Bianca.
«Roedran non è un idiota» rispose lui con calma. «Vuole solo che noi restiamo qui, un esercito straniero — senza Aes Sedai — del quale nessuno conosce le intenzioni. Non dovrebbe essere difficile unire i nobili contro di noi. A quel punto, dice Roedran, varcheremo tranquillamente il confine. È convinto di poter tenere insieme i lord anche in seguito.»
Egwene non poté evitare che una nota di fervore le accendesse la voce.
«E cosa gli impedirà di tradirti? Se la minaccia svanisce senza alcun combattimento, il suo sogno di un Murandy unito potrebbe fare la stessa fine.»
Quell’idiota di un uomo pareva divertito!
«Nemmeno io sono un idiota. Roedran non potrà essere pronto prima della primavera. I nobili che sono qui non si sarebbero mai allontanati dai loro palazzi se gli Andorani non fossero venuti a sud, ed erano in marcia prima che cominciasse a nevicare. Ma a primavera Mat ci avrà già trovati.
Se sta venendo a nord, di sicuro verrà a sapere della nostra presenza. E a quel punto Roedran dovrà per forza accontentarsi di quello che è riuscito a ottenere. Così, se Mat ha davvero intenzione di andare a Tar Valon, potrò comunque rivederti lì.»
Egwene emise un verso di irritazione. Era un piano formidabile, di quelli che ci si sarebbe aspettati da Siuan, e lei non credeva che Roedran Almaric do Arreloa a’Naloy potesse portarlo a termine. Si diceva che quell’uomo fosse talmente dissoluto da far sembrare Mat integerrimo. D’altronde, lei non avrebbe mai pensato che Roedran potesse anche solo architettare quel tipo di piano. La sola certezza era che Talmanes aveva già preso una decisione.
«Voglio la tua parola, Talmanes: non lascerai che Roedran ti trascini in una guerra.» Responsabilità. La piccola stola che portava intorno al collo pareva pesare dieci volte più del mantello. «Se si muove prima di quanto tu credi, andrete via anche se Mat non vi ha ancora raggiunto.»
«Vorrei poter promettere, ma non è possibile» dichiarò lui. «Mi aspetto le prime incursioni contro i miei furieri massimo tre giorni dopo che mi sarò staccato dall’esercito di lord Bryne. Qualsiasi signorotto o contadino penserà di poter prendere due o tre cavalli di notte, darmi una punzecchiata e poi scappare a nascondersi.»
«Non ti ho chiesto di non difenderti, e lo sai» disse Egwene con fermezza. «La tua parola, Talmanes. O non acconsentirò al tuo accordo con Roedran.» L’unico modo in cui poteva impedirlo era tradendone la segretezza, ma non si sarebbe lasciata una guerra alle spalle, una guerra che lei stessa aveva cominciato portando lì Talmanes.