Quando si accamparono per la prima notte, con i fuochi per cucinare che splendevano nel crepuscolo e tutti erano pieni di pane e fagioli anche se non del tutto soddisfatti della cena, Malien raccolse le altre lady intorno a sé, gli abiti di seta peggio che malridotti per il viaggio. Anche le artigiane e la banchiera si unirono, e le contadine rimasero nei paraggi. Prima che Malien potesse dire una parola, Reanne andò verso di loro. Il volto sorridente, gli abiti di semplice lana con le gonne rialzate sulla sinistra a esporre strati di sottane variopinte, sembrava quasi una delle contadine.
«Se desiderate tornare a casa,» annunciò con quella sua voce sorprendentemente acuta «potete farlo in qualsiasi momento. Temo, però, che dovremo tenerci i vostri cavalli. Verrete ripagate non appena sarà possibile.
Se scegliete di restare, vi prego di ricordare che le regole della fattoria sono ancora valide.» Molte delle donne intorno a lei rimasero a occhi sgranati. Malien non fu l’unica ad aprire la bocca con rabbia.
Alise parve quasi materializzarsi dal nulla accanto Reanne, i pugni piazzati sui fianchi. Lei non sorrideva. «Avevo detto che le ultime dieci a finire i preparativi avrebbero dovuto lavare le stoviglie» ricordò con fermezza. E poi fece i nomi: Jillien, un’orafa paffuta; Naiselle, la banchiera dagli occhi freddi; e tutte e otto le nobili. Rimasero ferme a fissarla finché lei non batté le mani e disse: «Non costringetemi a ricordarvi qual è la regola in caso di mancato adempimento dei doveri.»
Malien, con gli occhi sbarrati e mormorando incredula, fu l’ultima a sfrecciar via per raccogliere le ciotole sporche, ma il mattino seguente ridusse di molto il suo fagotto, lasciando biancheria e abiti di seta coi bordi di merletto a marcire sul fianco della collina al momento della partenza.
Elayne continuava ad aspettarsi un’esplosione, ma Reanne aveva un fermo controllo su quelle donne, e ancor più fermo era quello esercitato da Alise, e se Malien e le altre si adombravano e protestavano per le macchie d’unto che si accumulavano sui loro vestiti giorno dopo giorno, Reanne doveva dir loro appena qualche parola per rispedirle al lavoro. Ad Alise bastava battere le mani.
Elayne sarebbe stata disposta a unirsi a quelle donne nelle loro fatiche pur di far continuare il viaggio con quella tranquillità. E già molto prima di arrivare a Caemlyn ne fu più che sicura.
Quando incontrarono la prima strada, stretta e polverosa, poco più che una pista per carri, cominciarono a vedere fattorie, case di pietra e paglia e fienili abbarbicati sui fianchi delle colline o annidati nelle conche. Da lì in poi, che il terreno fosse piatto o collinare, che ci fossero boschi o radure, di rado viaggiarono per molte ore senza trovarsi in vista di una fattoria o un villaggio. E a ogni centro abitato, mentre la gente del posto guardava a occhi sgranati quegli strani stranieri, Elayne cercò di scoprire quanto supporto aveva la casata Trakand e quali erano le principali preoccupazioni del popolo. Tener conto di queste preoccupazioni sarebbe stato importante per rendere la sua pretesa al trono abbastanza forte da reggersi in piedi, importanti quanto l’appoggio delle altre casate. E dai contadini e gli abitanti dei villaggi Elayne ebbe tante risposte, anche se non sempre erano quelle che aveva sperato di sentire. Gli Andorani si arrogavano il diritto di parlare chiaramente anche con la regina, e così furono tutt’altro che timidi con una giovane nobildonna, per quanto particolari potessero essere i suoi compagni di viaggio.
In un villaggio chiamato Damelien, dove tre mulini sorgevano accanto a un fiumiciattolo ora tanto prosciugato da lasciare asciutte le pale, il locandiere di I covoni dorati, un uomo dalla mascella squadrata, dichiarò che secondo lui Morgase era stata una buona regina, la migliore possibile, la migliore di sempre. «Anche sua figlia avrebbe potuto diventare una buona regnante, immagino» mormorò, grattandosi il mento con un pollice. «Peccato che il Drago Rinato l’abbia uccisa. Immagino sia stato costretto — per le Profezie o cose del genere — ma non aveva diritto di essiccare i fiumi, giusto? Di quanto grano dicevi che hanno bisogno i tuoi cavalli? Ti avverto, mia signora, è terribilmente caro.»
Una donna dal volto duro, con un liso abito marrone che le pendeva addosso come se avesse di recente perso peso, sorvegliava un campo recintato da un basso muro di pietra, dove il vento caldo alzava veli di polvere tra gli alberi. Le altre fattorie intorno a Buryhill sembravano messe altrettanto male, se non peggio. «Il Drago Rinato non ha diritto di farci questo, non trovi?» Sputò e guardò accigliata Elayne, che era in sella al suo cavallo. «Il trono? Oh, Dyelin va bene come chiunque altra, ora che Morgase e la sua ragazza sono morte. Alcuni qui intorno sono ancora per Naean o Elenia, ma io preferisco Dyelin. A ogni modo, Caemlyn è lontana. Io devo pensare ai raccolti. Se mai avrò un altro raccolto.»
«Oh, è vero, mia signora, è vero; Elayne è viva» le disse un vecchio fabbro nodoso a Mercato Forel. Era calvo come un uovo, le dita deformate dall’età, ma i lavori esposti tra i trucioli e la segatura sparsi ovunque nel suo negozio sembravano buoni quanto quelli di qualsiasi altro artigiano, secondo Elayne. Lei era l’unica persona nella bottega, a parte il falegname.
A giudicare dall’aspetto del villaggio, metà degli abitanti dovevano essere andati via. «Il Drago Rinato la sta facendo portare a Caemlyn così potrà metterle di persona la Corona di Rose sulla testa» disse. «La notizia è risa-puta. Io penso che non sia giusto, se lo vuoi sapere. Ho sentito che il Drago Rinato è uno di quegli Aiel dagli occhi neri. Dovremmo marciare su Caemlyn e rispedire lui e tutti gli Aiel nel posto da dove sono venuti. Poi Elayne potrà chiedere il trono. Se Dyelin glielo lascia fare, in ogni caso.»
Elayne sentì parlare molto di Rand, storie che lo vedevano giurare fedeltà a Elaida e storie in cui era diventato addirittura il re di Illian. In Andor lo accusavano per tutti gli eventi negativi capitati negli ultimi due o tre anni, inclusi i bambini nati morti, le ossa rotte, le infestazioni di cavallette, i vitelli a due teste e le galline a tre zampe. E persino le persone convinte che la madre di Elayne aveva rovinato il paese e che la fine della casata Trakand fosse una vera e propria liberazione reputavano Rand al’Thor un invasore. Il Drago Rinato doveva combattere il Tenebroso a Shayol Ghul, e bisognava mandarlo via dall’Andor. Non era ciò che lei si era augurata di sentire. Ma dovette sentirlo più e più volte. Non fu affatto un viaggio piacevole. Fu piuttosto una lunga lezione per apprendere il vero significato di uno dei motti preferiti di Lini. La pietra che vedi non è mai quella che ti colpisce sul naso.
Secondo Elayne, le nobili che viaggiavano con loro non erano le sole che potessero causare problemi, e alcuni di questi problemi rischiavano di tramutarsi in esplosioni grandi come quella del passaggio. Le Cercavento, molto compiaciute per l’accordo che avevano concluso con lei e Nynaeve, si comportavano con un’irritante aria di superiorità con le Aes Sedai, soprattutto dopo aver saputo che Merilille si era lasciata convincere a essere la prima sorella ad andare alle navi. Eppure, anche se tra quelle donne continuavano a scoccare scintille come dalla miccia di un Illuminatore, l’esplosione non arrivava mai. I rapporti tra le Cercavento e la Famiglia, in particolare il Circolo della Maglia, sembravano una polveriera altrettanto pericolosa. Si guardavano furtivamente in cagnesco, quando non si deridevano a vicenda e apertamente, la Famiglia dileggiando le ‘selvatiche del Popolo del Mare che si credevano chissà chi’ e le Cercavento irridendo le tremanti leccasabbia che baciavano i piedi delle Aes Sedai’. Ma nessuna andava mai oltre una smorfia o una carezza al pugnale portato alla cintura.