«Come ti aspetti che io possa trovare qualcuno con un tempo del genere?» mormorò Gedwyn, girandosi a lanciare un’occhiata verso Rand. Con un leggero ritardo, aggiunse «Mio lord Drago.» Aveva uno sguardo duro e sfrontato, ma era sempre così, che guardasse un uomo o il palo di uno steccato. «Io e Rochaid abbiamo portato otto Dedicati e quaranta Soldati, abbastanza per distruggere un esercito o far tremare dieci re. Potremmo addirittura far sgranare gli occhi a un’Aes Sedai» disse sarcastico. «Che sia folgorato, anche io e Rochaid da soli potremmo cavarcela. O tu. Perché hai bisogno di altra gente?»
«Mi aspetto che tu mi obbedisca, Gedwyn» rispose freddamente Rand.
Condottiero della Tempesta? E Manel Rochaid, il comandante in seconda, si faceva chiamare Baijan’m’hael, il Condottiero dell’Attacco. Che aveva in mente Taim, perché stava creando dei nuovi ranghi? L’importante era che creasse delle armi. L’importante era che quelle armi restassero sane di mente abbastanza a lungo per poterle usare. «E non che tu perda tempo discutendo i miei ordini.»
«Come comandi, lord Drago» mormorò Gedwyn. «Invierò immediatamente gli uomini.» Con un brusco saluto, pugno al petto, uscì spavaldo nella tempesta. Il diluvio si piegò intorno a lui, scivolando sullo scudo che si era intessuto addosso. Rand si chiese se quell’uomo aveva anche solo una vaga idea di quanto era stato vicino alla morte quando aveva incanalato senza preavviso.
Devi ucciderlo prima che lui uccida te, disse Lews Therin con una risatina nervosa. E lo faranno, lo sai. I morti non possono tradire nessuno. La voce nella testa di Rand diventò perplessa. Ma a volte non muoiono. Io sono morto? E tu?
Rand ridusse quelle parole a un lieve ronzio, appena percettibile. Da quando si era riaffacciato nella sua mente, Lews Therin si zittiva di rado, a meno che non fosse costretto. Per la maggior parte del tempo sembrava più pazzo che mai, e di solito anche più furente. A volte, anche più strano.
Quella voce invadeva i suoi sogni, e quando Rand vedeva sé stesso non era sempre il proprio volto quello che incontrava. Non era nemmeno quello di Lews Therin, il cui viso aveva ormai imparato a riconoscere. A volte era una figura indistinta eppure vagamente familiare, e anche Lews Therin sembrava stupito. Questo indicava quanto fosse pazzo quell’uomo. O forse quanto era pazzo Rand stesso.
Non ancora, pensò. Non mi posso ancora permettere di impazzire.
E quando, allora? , gli sussurrò Lews Therin prima che lui riuscisse a zittirlo ancora una volta.
Con l’arrivo di Gedwyn e gli Asha’man, il suo piano per spingere i Seanchan verso ovest prese il via. Prese il via, e strisciò lentamente avanti come se stesse arrancando in una di quelle strade paludose. Rand diede subito l’ordine di spostare l’accampamento, e non provò neppure a celare i suoi movimenti. Non aveva molto senso sforzarsi di mantenere la segretezza.
Le notizie viaggiavano lente sulle ali dei piccioni, e ancor più lente se portate da un corriere, da quando si erano scatenati i cemaros, ma lui era sicuro di essere osservato, dalla Torre Bianca, dai Reietti, da chiunque credeva di trarre o perdere un vantaggio dagli spostamenti del Drago Rinato e poteva permettersi di pagare un soldato. Forse persino dai Seanchan. Se lui riusciva a tenerli d’occhio, perché non poteva succedere l’inverso? Ma nemmeno gli Asha’man sapevano il perché di quegli spostamenti.
Mentre Rand se ne stava a osservare oziosamente gli uomini che piegavano la sua tenda e la caricavano su un carro dalle alte ruote, arrivò Weiramon in sella a uno dei suoi tanti cavalli, un baldanzoso castrone bianco della migliore razza tarenese. La pioggia era cessata, anche se il sole di mezzogiorno era ancora velato di nuvole grigie e l’umidità era tale che pareva si potesse strizzare acqua dall’aria a mani nude. La bandiera del Drago e quella della Luce penzolavano inerti e zuppe sulle loro lunghe aste.
I Difensori tarenesi avevano preso il posto dei Compagni, e mentre passava attraverso quell’anello di cavalieri Weiramon guardò torvo Rodrivar Tihera, un uomo magro, scuro anche per la media di Tear, con la barba corta e appuntita. Tihera, un nobile di una casata assai poco potente, si era fatto strada con le sue sole forze, ed era puntiglioso fino all’eccesso. Le grandi piume bianche che ballonzolavano sul suo elmo bordato aggiunsero eleganza all’elaborato inchino che rivolse a Weiramon. Il cipiglio del Sommo Signore si fece ancora più torvo.
Il Capitano della Pietra non aveva motivo di comandare personalmente la guardia del corpo di Rand, eppure lo faceva di frequente, come Marcolin era spesso alla guida dei Compagni. Tra i Difensori e i Compagni era nata una rivalità spesso amara, centrata su chi doveva proteggere Rand. I Tarenesi reclamavano tale diritto perché il lord Drago regnava su Tear da più tempo, gli Illianesi perché Rand, dopo tutto, era il loro re. Forse Weiramon aveva colto i mormorii che giravano tra i Difensori, convinti che era giunto il momento perché anche Tear avesse un suo re, e chi poteva essere un sovrano migliore dell’uomo che aveva preso la Pietra? Weiramon era più che d’accordo con la necessità di un re, ma non con la scelta dell’uomo cui affidare la corona. E non era il solo.
Tornò sereno non appena vide che Rand lo stava guardando, e scese dalla sella dorata per esibirsi in un inchino a confronto del quale quello di Tihera appariva semplice. Rigido e impettito com’era, sapeva gonfiarsi e pavoneggiarsi anche nel sonno. Anche se fece una piccola smorfia quando dovette mettere nel fango uno stivale lucidato. Indossava un mantello da pioggia, per evitare di bagnarsi i bei vestiti, ma anche quello era ricoperto di ricami d’oro e aveva il colletto decorato di zaffiri. Nonostante la giubba di seta verde scura di Rand, con le api d’oro che si arrampicavano su bavero e maniche, si sarebbe quasi potuto pensare che la Corona di Spade non apparteneva alla sua testa, ma a quella del Tarenese.
«Mio lord Drago» intonò Weiramon. «Non posso dirti quanto sono felice di vederti difeso dai Tarenesi, mio lord Drago. Di sicuro il mondo intero sarebbe in lacrime se ti succedesse qualcosa di sconveniente.» Era abbastanza intelligente da non dichiarare senza mezzi termini che i Compagni non erano degni di fiducia. Lo era abbastanza per quello e per poco altro.
«Prima o poi piangerebbero tutti» disse seccamente Rand. Ma prima molti avrebbero celebrato un evento del genere. «So quanto a lungo piangeresti tu, Weiramon.»
E il Tarenese addirittura si inorgoglì, lisciandosi la punta della barba striata di grigio. Aveva sentito quello che desiderava sentire. «Sì, mio lord Drago, puoi essere sicuro della mia fedeltà. E proprio perché ti sono fedele mi preoccupano gli ordini che stamattina mi ha portato il tuo uomo.» Si riferiva a Adley; molti nobili credevano che fingere che gli Asha’man erano dei semplici servitori bastava a renderli meno pericolosi. «È stato saggio da parte tua mandar via la maggior parte dei Cairhienesi. E degli Illianesi, ovviamente; non c’è neanche da dirlo. Posso anche capire perché hai posto un limite a Gueyam e gli altri.» Con gli stivali che sguazzavano nel fango, Weiramon si avvicinò e la sua voce assunse un tono confidenziale. «Credo che alcuni di loro... non arriverò a dire che hanno complottato contro di te, ma temo che forse la loro fedeltà non è sempre stata indubbia. Come lo è invece la mia. Indubbia.» Il tono cambiò di nuovo, adesso era forte e confidenziale, un uomo preoccupato solo dei bisogni del suo signore. Il signore che di sicuro avrebbe fatto di lui il primo re di Tear. «Permettimi di portare tutti i miei uomini, lord Drago. Con loro, e con i Difensori, potrò garantire l’onore e la salvezza del Signore del Mattino.»