In tutti i singoli accampamenti che si stendevano nella brughiera, i carri e i calessi venivano caricati, i cavalli sellati. Erano già state smontate quasi tutte le tende. La Somma Signora Rosana cavalcava verso nord, con la sua bandiera alla testa di una colonna di uomini abbastanza grande da scatenare il panico tra i banditi e dare almeno qualche grattacapo agli Shaido. Ma non abbastanza da far venire strane idee a Rosana stessa, soprattutto visto che metà di quegli uomini erano parte del seguito di Gueyam e Maraconn mischiati a Difensori della Pietra. Più o meno la situazione era uguale per Spiron Narettin, diretto a est oltre l’alto crinale con Compagni e seguaci di altri membri del Consiglio dei Nove in quantità pari a quella dei suoi fedeli, per non parlare del centinaio di fanti che gli facevano da coda, parte del gruppo nei boschi che si era arreso il giorno addietro. Il numero di quelli che avevano deciso di seguire il Drago Rinato era stato sorprendentemente alto, ma Rand non si fidava abbastanza di loro per lasciarli insieme. Tolmeran si era appena avviato a sud anche lui con un seguito misto, e altri si sarebbero messi in marcia non appena caricati carri e calessi. Ognuno in una diversa direzione, tutti accompagnati da uomini dei quali non potevano fidarsi, soldati ai quali non potevano chiedere nulla che non rientrasse negli ordini dati da Rand. Portare la pace in Illian era una missione importante, eppure ogni singolo nobile si rammaricava di essere mandato via dal Drago Rinato, chiaramente domandandosi se questo significava che non era più nelle sue grazie. Anche se forse qualcuno si chiedeva se il Drago aveva deciso di tenere gli altri con sé solo per poterli meglio controllare.
Di sicuro Rosana prima di partire era sembrata meditabonda.
«La tua preoccupazione mi commuove,» disse Rand a Weiramon «ma quante guardie del corpo possono mai servire a un solo uomo? Non ho intenzione di cominciare una guerra.» Una giusta osservazione, forse, ma la guerra era più che avviata. Era cominciata a Falme, se non prima. «Fai preparare la tua gente.»
Quanti sono morti per il mio orgoglio? , gemette Lews Therin. Quanti sono morti per i miei errori?
«Posso almeno chiedere dove stiamo andando?» La domanda di Weiramon, quasi esasperata, si sovrappose alla voce nella testa di Rand.
«La Città» scattò lui. Non sapeva quanti erano morti per i suoi errori, ma nessuno era perito per il suo orgoglio. Di questo ne era sicuro.
Weiramon aprì la bocca, palesemente non aveva capito se si trattava di Tear o Illian, o forse persino di Cairhien, ma Rand lo mandò via agitando lo Scettro del Drago, un brusco movimento che fece ondeggiare il fiocco verde e bianco. Rand avrebbe quasi voluto poter infilzare Lews Therin con quella lancia. «Non ho intenzione di restare qui tutto il giorno, Weiramon!
Vai dai tuoi uomini!»
Meno di un’ora dopo, afferrò la Vera Fonte e si preparò a creare un passaggio per Viaggiare. Dovette combattere le vertigini che da qualche tempo lo assalivano ogni volta che prendeva o lasciava il Potere; quasi oscillò in sella a Tai’daishar. Con la lordura che fluttuava su saidin come gelida melma, toccare la Fonte lo fece quasi vomitare. Quando ci vide doppio, anche se solo per qualche istante, intessere i flussi fu difficile, se non impossibile; avrebbe potuto chiedere a Dashiva, Flinn o uno degli altri di aprire il passaggio, ma Gedwyn e Rochaid erano fermi coi loro cavalli davanti a circa una decina di Soldati in giubba nera, tutti quelli che non erano stati inviati in ricerca. Se ne stavano lì, pazienti. E osservavano Rand. Rochaid, circa un palmo più basso di lui e forse di due anni più giovane, era anch’egli un pieno Asha’man, e anche la sua giubba era di seta. Un piccolo sorriso aleggiava sul suo volto, come se sapesse cose che altri ignoravano e ne fosse divertito. Che cosa sapeva? Dei Seanchan, sicuramente, ma non dei piani che Rand aveva per loro. Che altro? Forse niente, ma Rand non aveva intenzione di mostrare debolezza davanti a quei due. Le vertigini svanirono presto, la vista doppia un po’ più lentamente, come sempre succedeva nelle ultime settimane, e lui completò la tessitura; poi, senza aspettare, spronò il cavallo e varcò l’apertura che gli si dispiegò davanti.
La Città cui si era riferito era Illian, anche se il passaggio si apriva a nord dell’abitato. Malgrado i supposti timori di Weiramon, Rand viaggiava tutt’altro che solo o indifeso. Quasi tremila uomini cavalcarono attraverso quell’alta e squadrata finestra nell’aria per ritrovarsi sul prato ondulato poco distante dall’ampia strada fangosa che scendeva verso la Via della Stella del Nord. Anche se a ogni lord era stato concesso di portare solo una manciata di armigeri — per uomini abituati a guidarne migliaia, cento erano una manciata — in totale erano comunque numerosi. Tarenesi, Cairhienesi e Illianesi, Difensori della Pietra guidati da Tihera e Compagni al comando di Marcolin, Asha’man al seguito di Gedwyn. Almeno quelli che erano arrivati con lui. Dashiva, Flinn e gli altri tennero i loro cavalli dietro a quello di Rand. Tutti tranne Narishma. Narishma non era ancora tornato. Sapeva dove trovarlo, ma a Rand quel ritardo non piaceva.
Tutti gli uomini cercarono di tenersi insieme ai loro connazionali quanto più era possibile. Gueyam, Maraconn e Aracome cavalcavano con Weiramon, tutti più attenti a Rand che a dove stavano andando, mentre Gregorin Panar era con altri tre del Consiglio dei Nove, piegati sulle selle per parlare tra di loro, piano e a disagio. Semaradrid, seguito da un nugolo di lord cairhienesi dal volto teso, osservava Rand con la stessa concentrazione dei Tarenesi. Rand aveva scelto quelli che erano con lui con la medesima cura con cui aveva deciso chi mandare via, e non sempre per ragioni che altri al posto suo avrebbero usato.
Se ci fosse stato qualcuno a vederlo, l’arrivo del gruppo sarebbe stato uno spettacolo di fierezza, con tutte le bandiere e gli stendardi dai colori accesi e i piccoli con che si levavano dietro la schiena di alcuni Cairhienesi. Variopinto, fiero e molto pericoloso. Alcuni di quegli uomini avevano davvero complottato contro di lui, e Rand aveva saputo che la casata Maravin, quella di Semaradrid, aveva un’antica alleanza con la casata Riatin, apertamente in rivolta contro il Drago a Cairhien. Semaradrid non aveva negato l’esistenza di quel legame, ma nemmeno gliene aveva parlato prima che fosse lui a menzionarlo. Col Consiglio dei Nove Rand aveva troppo poca confidenza per rischiare di lasciarli tutti indietro. E Weiramon era un idiota. Se libero di agire, avrebbe potuto benissimo decidere di conquistare il favore del lord Drago guidando un esercito contro i Seanchan, contro il Murandy o solo la Luce sapeva contro chi o cosa. Troppo stupido per lasciarlo indietro, troppo potente per metterlo da parte, così cavalcava con Rand e si riteneva onorato. Era quasi un peccato che non fosse abbastanza stupido da fare qualcosa che giustificasse la sua messa a morte.
In coda arrivarono i servitori coi carretti — nessuno aveva capito perché Rand avesse mandato tutti i carri più grandi con gli altri, e lui non aveva intenzione di spiegarlo: chi poteva sapere in quali orecchie poteva finire la notizia? — poi le lunghe file di cavalli di riserva guidate dagli stallieri, e infine le disordinate linee di uomini coi pettorali ammaccati e fuori misura o con giustacuore fatti di pelle e dischi di metallo arrugginiti, armati di lance o balestre e persino qualche picca; anche questi facevano parte del gruppo che aveva risposto alla chiamata di ‘lord Brend’ e avevano deciso di non tornare a casa disarmati. A guidarli era il tizio dal naso colante col quale Rand aveva parlato sul limitare del bosco; si chiamava Eagan Padros, ed era molto più intelligente di quel che sembrava. Era difficile per un cittadino comune salire in alto nella scala sociale, era così quasi ovunque, ma Rand aveva subito notato le qualità di Padros. Questi raccolse i suoi da una parte, ma gli uomini si spostarono e agitarono, dandosi di gomito per avere la visuale migliore verso sud.
La Via della Stella del Nord si stendeva dritta come una freccia attraverso i chilometri di terreno acquitrinoso che circondavano Illian, un’ampia strada di terra battuta spezzata da piatti ponti di pietra. Il vento che veniva da nord portava l’odore della salsedine e una sfumatura di quello delle concerie. Illian era una città tentacolare, grande almeno quanto Caemlyn o Cairhien. I variopinti tetti di tegole e le torri svettanti che splendevano al sole erano appena visibili alla fine di quel mare d’erba, guadato dalle gru con le loro lunghe zampe e sorvolato da stormi di uccelli bianchi che lanciavano i loro striduli versi. Illian non aveva mai avuto bisogno delle mura.