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E così Rand li aveva raccolti tutti intorno a sé, tutti individui che erano stati troppo a lungo lontani dal suo sguardo. Non poteva controllarli tutti e sempre, ma non poteva neppure permettersi che loro dimenticassero che, di tanto in tanto, lui li controllava. Li aveva raccolti, e attese. Per due giorni. Digrignando i denti, attese. Cinque giorni. Otto.

La pioggia tamburellava più leggera sulla sua tenda quando arrivò l’ultimo uomo che lui stava aspettando.

Scrollandosi un piccolo torrente d’acqua dal mantello impermeabile, Davram Bashere sbuffò di disgusto facendo agitare i baffi striati di grigio e lanciò il mantello sullo schienale di una sedia. Basso, con un lungo naso adunco, sembrava più grosso di quanto non fosse. E non perché camminasse impettito, ma perché dava per scontato di essere alto quanto ogni altro uomo, e di solito anche gli altri parevano convincersene. Quelli intelligenti, almeno. Portava distrattamente infilato nel cinturone il bastone del maresciallo generale della Saldea, fatto d’avorio e col pomello a forma di testa di lupo, ma se l’era guadagnato su decine di campi di battaglia e in altrettante riunioni conciliari. Era uno dei pochissimi uomini dei quali Rand si fidava senza riserve.

«So che non ti piace dare spiegazioni,» mormorò Bashere «ma vorrei capirci qualcosa anch’io.» Si sistemò la spada serpeggiante, poi si adagiò su un’altra sedia, agganciando una gamba a un bracciolo. Sembrava sempre rilassato, ma poteva scattare più veloce di una frusta. «Quel tuo Asha’man mi ha detto solo che avevi bisogno di vedermi, ma non mi ha permesso di portare più di un migliaio di uomini. Io ne avevo solo la metà con me, e li ho portati. Non può trattarsi di una battaglia. Metà degli stendardi che ho visto lì fuori appartengono a uomini che si morderebbero la lingua se vedessero qualcuno con un pugnale alle tue spalle, e quasi tutti gli altri sono di uomini che invece cercherebbero di distrarti. Sempre che non avessero direttamente pagato di persona la mano stretta intorno a quel pugnale.

Seduto allo scrittoio e in maniche di camicia, Rand si premette stancamente la base dei palmi contro gli occhi. Boreane Carivin era rimasta indietro, quindi gli stoppini delle lampade non erano più ben curati e una lieve cortina di fumo era sospesa nell’aria. Inoltre, lui era restato in piedi quasi tutta la notte a studiare con attenzione le mappe sparpagliate sul ripiano dello scrittoio. Mappe del Sud dell’Altara. Non ce n’erano due che indicassero le stesse cose.

«Se hai intenzione di combattere una battaglia,» disse a Bashere «chi useresti per pagare il conto del macellaio se non gli uomini che ti vogliono morto? In ogni modo, non saranno i soldati a vincere questa battaglia. Devono solo evitare che il nemico arrivi agli Asha’man. Cosa ne pensi?»

Bashere sbuffò così forte che i grossi baffi tremolarono. «Penso che sia una ricetta letale, ecco cosa. E qualcuno si strozzerà a morte. Voglia la Luce che quel qualcuno non siamo noi.» E poi rise, come se fosse una buona battuta.

Anche Lews Therin rise.

22

Le nuvole si addensano

Sotto una pioggerella costante, il piccolo esercito di Rand si dispose in colonne tra le basse colline, rivolto verso i picchi Nemarellin, scuri e netti contro il cielo a ovest. Non c’era nessun vero bisogno di girarsi nella direzione in cui si doveva Viaggiare, ma a Rand sembrava sempre sbagliato non farlo. Malgrado la pioggia, le nuvole grigie che si stavano rapidamente assottigliando lasciavano intravedere un sole sorprendentemente luminoso.

O forse la giornata sembrava luminosa solo a confronto della recente oscurità.

Quattro colonne erano guidate dai Saldeani di Bashere, uomini con le gambe arcuate e privi di armatura, pazientemente immobili accanto ai loro cavalli sotto una piccola foresta di splendenti punte di lancia; a capo delle altre cinque colonne c’erano gli uomini in giubba blu col Drago sul torace comandati da un tizio basso e tarchiato di nome Jak Masond. Quando Masond si muoveva lo faceva sempre con una rapidità stupefacente, ma al momento era immobile, le gambe larghe e i piedi ben piantati, le mani intrecciate dietro la schiena. I suoi uomini erano schierati, e lo erano anche Difensori e Compagni, scontenti nel trovarsi dietro la fanteria. Erano soprattutto i nobili col loro seguito che ancora brancolavano come se non sapessero dove andare. Il fango risucchiava zoccoli e stivali e impantanava le ruote dei carri; cominciarono ad alzarsi urla e imprecazioni. Ci voleva del tempo per allineare quasi seimila uomini zuppi d’acqua, che continuavano a bagnarsi col passar dei minuti. Senza contare i carri con le provviste e i cavalli di riserva.

Rand aveva indossato i suoi abiti migliori, in modo da essere individuabile a un primo sguardo. Con un rivolo di Potere aveva lucidato a specchio la punta di lancia dello Scettro del Drago, e con un altro aveva brunito la Corona di Spade tanto che l’oro luccicava. La fibbia dorata a forma di Drago che chiudeva il cinturone rifletteva la luce del sole, e lo stesso faceva il ricamo in filo d’oro che copriva la sua giubba di seta blu. Per un attimo, si pentì di aver dato via le gemme che ornavano l’elsa e il fodero della spada.

La scura pelle di cinghiale era adatta allo scopo, ma qualsiasi soldato al servizio dei nobili poteva indossarla. Tutti dovevano sapere chi era lui. I Seanchan dovevano sapere chi era arrivato per distruggerli.

Dopo aver fermato Tai’daishar in un’ampia radura, osservò impaziente i nobili che si allargavano sulle colline. Poco lontano da lui, nella radura, Gedwyn e Rochaid erano seduti in sella davanti ai loro uomini, schierati in un preciso quadrato, Dedicati nelle prime file e Soldati in quelle dietro.

Sembravano pronti a sfilare in parata. Quelli coi capelli grigi o la testa del tutto calva erano in quantità pari a quelli più giovani — diversi erano giovani quanto Hopwil o Morr — ma ognuno di loro era abbastanza forte da creare un passaggio. Questo era stato un requisito per la loro selezione. Finn e Dashiva aspettavano alle spalle di Rand in un gruppo disordinato insieme a Adley, Morr, Hopwil e Narishma. E una rigida coppia di portabandiera, uno Tarenese e l’altro di Cairhien, coi pettorali, gli elmi e perfino il dorso d’acciaio dei guanti puliti e lucidati fino a brillare. La rossa bandiera della Luce e quella lunga e bianca del Drago pendevano inerti e gocciolavano acqua. Rand aveva afferrato il Potere mentre era ancora nella tenda, dove nessuno avrebbe notato il suo momentaneo barcollare, e la pioggia sparsa si fermava a un centimetro da lui e dal suo cavallo.

La contaminazione di saidin sembrava particolarmente forte, un olio denso e rancido che filtrava attraverso i suoi pori e gli lordava le ossa. Gli lordava l’anima. Credeva di essere in un certo senso abituato a quella disgustosa sensazione, ma adesso era nauseante, più forte del fuoco gelido e del ghiaccio bollente di saidin stesso. Ormai restava aggrappato alla Fonte più spesso possibile, accettandone la sozzura per evitare i disagi che aveva nel lasciarla e riprenderla. Se permetteva che la nausea e le vertigini lo distraessero da quella lotta, le conseguenze potevano essere letali. Forse era tutto dovuto ai giramenti di testa. Per la Luce, non poteva impazzire, non poteva morire. Non ancora. Gli restava così tanto da fare...

Premette la gamba sinistra contro il fianco di Tai’daishar per sentire la presenza del lungo fagotto incastrato tra il cuoio della staffa e lo scarlatto telo della gualdrappa. Ogni volta che lo faceva, qualcosa guizzava lungo la superficie esterna del Vuoto. Anticipazione, e forse una punta di paura. Il castrone, ben addestrato, cominciò a girarsi verso sinistra, e lui dovette riportarlo in posizione. Ma quanto impiegavano i nobili a mettersi in formazione? Rand digrignò i denti per l’impazienza.