Mormorò un ordine, e Flinn sbatté le palpebre per la sorpresa prima di affrettarsi a raggiungere la linea degli Asha’man e intessere un nono passaggio. Nessuno era grande quanto quelli che Rand poteva creare, ma da tutti ci poteva passare un carro, anche se di misura. Secondo i piani, Rand stesso avrebbe dovuto aprire il nono, ma non voleva correre il rischio di afferrare saidin davanti a tutti. Si accorse che Gedwyn e Rochaid lo osservavano, entrambi con in volto il sorriso di chi la sa lunga. Anche Dashiva lo stava guardando, accigliato, con le labbra che si muovevano come se stesse parlando da solo. Era frutto della sua immaginazione o anche Narishma gli lanciava sguardi furtivi? E Adley? Morr?
Rand non riuscì a trattenere un brivido. Non fidarsi di Gedwyn e Rochaid era solo sensato, ma forse stava cadendo vittima di quelle che Nynaeve aveva definito paranoie. Una sorta di pazzia, un oscuro e strisciante sospetto contro tutto e tutti. Uno dei Coplin, Benly, era convinto che tutti complottassero contro di lui. All’epoca Rand era un ragazzino. Benly era morto di fame, perché si rifiutava di mangiare per paura di essere avvelenato.
Piegandosi sul collo di Tai’daishar, Rand spronò il castrone e varcò al galoppo il passaggio più grande. Caso volle che era quello di Flinn, ma in quel momento lui si sarebbe gettato anche in uno aperto da Gedwyn. Fu il primo a toccare il suolo dell’Altara.
Gli altri lo seguirono da presso, gli Asha’man per primi. Dashiva guardò verso di lui, accigliato, e lo stesso fece Narishma, ma Gedwyn iniziò immediatamente a dare ordini ai suoi Soldati. Uno alla volta, questi scattarono in avanti, aprirono un passaggio e vi sfrecciarono attraverso, tirandosi dietro i cavalli. Nella valle cominciarono ad accendersi lampi di luce a ogni passaggio successivo che quegli uomini aprivano, varcavano e chiudevano. Gli Asha’man potevano Viaggiare per brevi distanze senza prima dover memorizzare il punto da cui partivano, e così facendo procedevano molto più velocemente che a cavallo. In breve tempo, rimasero solo Gedwyn e Rochaid, a parte i Dedicati che in Illian tenevano aperti i passaggi. Gli altri Asha’man si stavano muovendo verso ovest, alla ricerca dei Seanchan. Cominciarono ad arrivare anche i Saldeani, che subito salirono a cavallo. I Legionari si sparpagliarono di corsa tra gli alberi, le balestre pronte e armate. In quella regione, erano più veloci della cavalleria.
Mentre il resto dell’esercito continuava ad arrivare, Rand cavalcò nella vallata seguendo la direzione presa dai Asha’man. Le montagne si innalzavano alle sue spalle, una parete davanti alla Fossa, ma a occidente le vette arrivavano fin quasi a Ebou Dar. Rand lanciò il castrone al piccolo galoppo.
Bashere lo raggiunse prima che lui potesse arrivare al valico tra i monti.
Il baio del maresciallo generale era basso — quasi tutti i Saldeani montavano piccoli cavalli — ma veloce. «Nessun Seanchan qui, a quanto pare» disse Bashere quasi pigramente, carezzandosi i baffi con una nocca. «Ma avrebbero potuto esserci. Con ogni probabilità Tenobia farà mettere la mia testa in cima a una picca perché sto seguendo il Drago Rinato, ma mi farà molto di peggio se seguirò un Drago Rinato morto.»
Rand si accigliò. Forse poteva affidarsi a Flinn perché gli guardasse le spalle, e a Narishma, e... Flinn gli aveva salvato la vita: di lui doveva fidarsi. Ma gli uomini potevano cambiare. E Narishma? Anche dopo... Rand tremò per il rischio che aveva corso. Ma non erano paranoie. Narishma gli aveva dimostrato di essere degno di fiducia, ma lo stesso era stato un rischio folle. Folle come fuggire da sguardi che forse non erano neppure reali, fuggire verso un posto dove neppure sapeva cosa o chi poteva essere in agguato. Bashere aveva ragione, ma Rand non era disposto a parlarne.
I pendii che portavano al passo erano pietra nuda e macigni di ogni dimensione, ma tra le formazioni naturali c’erano frammenti corrosi di quella che un tempo doveva esser stata un’immensa scultura. Alcuni erano appena riconoscibili come pezzi di una statua, altri invece si erano conservati meglio. Rand vide una mano inanellata grande quasi quanto il suo torace stretta sull’elsa di una spada con un mozzicone di lama più ampio di una sua mano. Una grande testa, il volto di una donna pieno di crepe con una corona che pareva fatta di pugnali rivolti verso l’alto, alcuni ancora interi.
«Secondo te, chi era?» chiese. Che fosse una regina era ovvio. Anche se mercanti e studiosi avessero portato la corona in un remoto passato, le statue erano da sempre riservate a sovrani e condottieri.
Prima di rispondere, Bashere si girò in sella per studiare la testa di pietra. «Una regina dello Shiota, scommetto» disse infine. «Non può essere più antica. Ho visto una statua dell’antica Eharon, ed era così consumata che non si capiva se rappresentava un uomo o una donna. Questa qui doveva essere una conquistatrice, o non l’avrebbero raffigurata con una spada. E mi pare di ricordare che nello Shiota dessero corone come quella ai regnanti che espandevano i confini. Forse la chiamavano Corona di Spade, eh? Una sorella Marrone saprebbe dirti di più.»
«Non è importante» disse Rand con irritazione. Sembravano davvero delle spade.
Bashere continuò lo stesso, le sopracciglia brizzolate piegate verso il basso, serio e solenne. «Immagino che a migliaia l’abbiano acclamata, definendola la speranza dello Shiota, e magari credevano davvero che lo fosse. Al suo tempo, magari quella donna era temuta e rispettata come Artur Hawkwing lo sarebbe stato in seguito, ma adesso forse nemmeno le Marroni conoscono il suo nome. Quando muori, la gente comincia a dimenticare chi eri e cosa avevi fatto o cercato di fare. Prima o poi tutti muoiono, e prima o poi tutti vengono dimenticati, ma è maledettamente stupido morire prima del tempo.»
«Non ho intenzione di farlo» rispose bruscamente Rand. Sapeva dove avrebbe dovuto morire, anche se non quando. Credeva di saperlo.
Con la coda dell’occhio colse un movimento, giù dove la pietra nuda lasciava spazio ai cespugli e ai pochi alberelli. A cinquanta passi di distanza, un uomo uscì all’aperto e sollevò un arco, tirando con un fluido movimento l’impennatura della freccia verso la sua guancia. Tutto sembrò succedere in un istante.
Ruggendo, Rand fece ruotare Tai’daishar e vide che l’arciere spostava la mira per seguire il movimento. Afferrò saidin, e la vita più dolce lo riempì insieme alla lordura. Gli girò la testa. Adesso vedeva due arcieri. La bile gli ribollì in gola mentre cercava di opporsi alle selvagge ondate del Potere che cercava di bruciarlo fin nelle ossa e di congelare le sue carni. Non poteva controllare quella marea; l’unica cosa che poteva fare era restare vivo.
Tentò disperatamente di schiarirsi la vista, per poter vedere abbastanza bene da intessere flussi che a malapena riusciva a formare, mentre la nausea lo inondava furente come il Potere stesso. Gli parve che Bashere stesse urlando. I due arcieri scoccarono.
Rand sarebbe dovuto morire. A quella distanza, anche un ragazzino era capace di colpire il bersaglio. Forse fu l’essere un ta’veren a salvarlo.
Quando l’arciere tirò, uno stormo di quaglie dalle ali grigie esplose in volo quasi ai suoi piedi, lanciando versi assordanti. Non era sufficiente a sbilanciare un tiratore esperto, e in effetti il tizio ebbe appena un fremito. Rand sentì contro una guancia lo spostamento d’aria causato dalla freccia.
Palle di fuoco grandi come pugni colpirono improvvisamente l’arciere.
Questi urlò mentre il braccio gli volava via, la mano ancora stretta sull’arco. Un’altra sfera fiammante lo prese a una gamba, all’altezza del ginocchio, e lui cadde strillando.
Sporgendosi dalla sella, Rand vomitò sul terreno. Il suo stomaco cercò di liberarsi di tutti i pasti mai mangiati. Il Vuoto e saidin lo abbandonarono con una sofferenza nauseante. Solo a stento lui riuscì a non cadere.