Quando poté raddrizzarsi di nuovo, prese il fazzoletto di lino bianco che Bashere gli stava silenziosamente porgendo e si pulì la bocca. Il Saldeano era accigliato per la preoccupazione, e ne aveva ben donde. Rand sentiva che lo stomaco stava cercando altro da rigettare, ed era convinto di essere pallido in volto. Trasse un profondo respiro. Perdere saidin a quel modo poteva essere mortale. Ma lui riusciva ancora a percepire la Fonte; almeno saidin non gli aveva bruciato la capacità di incanalare. E adesso ci vedeva anche bene: davanti a lui c’era un solo Davram Bashere. Ma il malessere sembrava peggiorare ogni volta che afferrava saidin.
«Vediamo se di quel tizio è rimasto abbastanza da poterci parlare» disse a Bashere. Non ne era rimasto abbastanza.
Rochaid era in ginocchio, e rovistava con calma la giubba macchiata di sangue del cadavere contorto. Oltre al braccio e alla gamba mancanti, il morto aveva un foro annerito grande quanto una testa che gli passava il torace da parte a parte. Era Eagan Padros: i suoi occhi ora ciechi fissavano il cielo in un’espressione sorpresa. Gedwyn ignorava il corpo ai suoi piedi e, freddo come Rochaid, studiava invece Rand. Entrambi erano pieni di saidin. Lews Therin gemette.
Il rumore di zoccoli sulla pietra annunciò l’arrivo di Flinn e Narishma che galoppavano su per il pendio, seguiti da un centinaio di Saldeani.
Quando furono più vicini, Rand poté sentire il Potere nell’uomo brizzolato e in quello più giovane, una quantità forse pari a quella che lui stesso poteva contenere. La loro forza era balzata in avanti dai giorni dei Pozzi di Dumai. Con gli uomini funzionava così; le donne sembravano crescere lentamente e con costanza, gli uomini a salti improvvisi. Flinn era più forte di Gedwyn o Rochaid, e Narishma non gli era di molto inferiore. Per il momento; non c’era modo di dire come sarebbe andata a finire. Nessuno, però, era paragonabile a Rand. Non ancora, almeno. Non c’era modo di dire cosa il domani poteva portare. Non le paranoie.
«A quanto pare è stato un bene che abbiamo deciso di seguirti, mio lord Drago.» La voce di Gedwyn era piena di preoccupazione, a un passo dalla derisione. «Il tuo stomaco fa le bizze stamattina?»
Rand si limitò a scuotere il capo. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal volto di Padros. Perché? Perché lui aveva conquistato l’Illian? Perché quell’uomo era stato un seguace di ‘lord Brend’?
Con una sonora esclamazione, Rochaid strappò un borsello di pelle scamosciata da una tasca della giubba di Padros e lo capovolse. Sul terreno roccioso si riversarono lucenti moneti d’oro, che rimbalzarono tintinnando.
«Trenta corone» ringhiò Rochaid. «Corone di Tar Valon. Non ci sono dubbi su chi l’aveva pagato.» Prese una moneta e la lanciò a Rand, che però non fece alcun tentativo di afferrarla e la guardò cadere contro un suo braccio.
«Il mondo è pieno di monete di Tar Valon» disse con calma Bashere.
«Metà degli uomini in questa valle ne hanno qualcuna in tasca. Me compreso.» Gedwyn e Rochaid si girarono verso di lui. Bashere sorrise sotto i folti baffi, o quanto meno mostrò i denti, ma alcuni Saldeani cambiarono nervosamente posizione sulla sella e passarono le dita sui borselli che portavano alla cintura.
Più su, dove il valico tra le ripide montagne diventava pianeggiante per un tratto, uno squarcio di luce ruotò trasformandosi in un passaggio, e uno Shienarese col codino in cima alla testa lo varcò di corsa, tirandosi dietro il cavallo. Il primo Seanchan era stato trovato, e non molto lontano da lì visto che lo Shienarese era tornato così presto.
«È tempo di metterci in marcia» disse Rand a Bashere. Questi annuì, ma non si mosse. Fissò invece i due Asha’man in piedi vicino a Padros. Loro lo ignorarono.
«Che ne facciamo di lui?» chiese Gedwyn indicando il cadavere. «Quanto meno dovremmo rispedirlo alle streghe.»
«Lasciatelo lì» rispose Rand.
Adesso almeno sei pronto a uccidere? , gli chiese Lews Therin. Non sembrava affatto pazzo.
Non ancora, pensò Rand. Presto.
Affondò i talloni nei fianchi di Tai’daishar e tornò al galoppo verso il suo esercito. Dashiva e Flinn lo seguirono da vicino, insieme a Bashere e i cento Saldeani. Tutti si guardavano intorno come se si aspettassero un altro attentato alla sua vita. A est, le nuvole nere si addensavano tra i picchi, un altro cemaros in arrivo. Presto.
Il campo in cima alla collina era ben sistemato, con un serpeggiante ruscello nei paraggi per l’acqua e una buona visuale sulle più probabili vie d’accesso al lungo prato montano. Assid Bakuun non provava orgoglio per l’accampamento. In trent’anni di servizio nell’Esercito Sempre Vittorioso aveva comandato centinaia di accampamenti: tanto valeva inorgoglirsi per essere riuscito a camminare in una stanza senza cadere. Né provava orgoglio per il posto in cui si trovava. Serviva da trent’anni l’Imperatrice, che potesse vivere in eterno, e sebbene c’erano state sporadiche rivolte capeggiate da qualche pazzo arricchito con gli occhi puntati sul Trono di Cristallo, gran parte di quel tempo l’aveva trascorso preparandosi per questo. Per due generazioni, mentre venivano costruite le grandi navi per trasportare il Ritorno, l’Esercito Sempre Vittorioso si era addestrato e preparato. Bakuun si era sentito assolutamente orgoglioso quando aveva saputo che sarebbe stato uno dei Predecessori. Di sicuro poteva essere perdonato per i suoi sogni di riprendere le terre rubate ai legittimi eredi di Artur Hawkwing, e persino per i sogni più arditi di completare questo nuovo Consolidamento prima dell’arrivo del Corenne. Sogni che infine si erano rivelati non così arditi, ma stava andando assai diversamente da come lui aveva immaginato.
Una pattuglia di cinquanta lancieri tarabonesi era di ritorno e risaliva il fianco della collina, strisce rosse e verdi dipinte sui robusti pettorali, veli di maglia a nascondere i folti baffi. Cavalcavano bene, e sapevano anche combattere, se guidati dalla persona giusta. Altri cinquecento, se non di più, erano già intorno ai fuochi per cucinare, o accudivano i cavalli impastoiati in fila, e tre pattuglie erano ancora in esplorazione. Bakuun non si sarebbe mai aspettato di ritrovarsi a comandare un’armata composta per ben più della metà da discendenti di ladri. Che non si vergognavano nemmeno di essere tali: guardavano chiunque dritto negli occhi. Il comandante della pattuglia gli rivolse un profondo inchino mentre gli passava accanto sul suo cavallo dalle zampe sporche di fango, ma molti degli altri continuarono a parlare con quel loro strano accento, parole troppo veloci perché Bakuun potesse comprenderle a meno di non ascoltare con la massima attenzione. Anche la loro idea di disciplina era strana.
Bakuun scosse il capo e andò verso la grande tenda delle sul’dam. Più grande della sua, ed era necessario. All’esterno c’erano quattro sul’dam, sedute su degli sgabelli e con addosso gli abiti blu con i fulmini biforcuti sulle gonne, si godevano il sole in una delle rare tregue dalle tempeste. La damane vestita di grigio sedeva ai loro piedi, e Nerith le stava intrecciando i capelli chiari. Le parlava, anche, e tutte le altre prendevano parte al discorso e ridevano piano. Il bracciale all’altra estremità dell’argenteo a’dam era poggiato a terra. Bakuun grugnì, con amarezza. Giù a casa anche lui aveva un cane lupo cui era affezionato, e a volte gli parlava persino, ma non si sarebbe mai aspettato che Morso portasse avanti una conversazione!
«Sta bene?» chiese a Nerith, e non per la prima volta. E nemmeno la decima. «È tutto a posto?» La damane abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.
«Sta abbastanza bene, capitano Bakuun.» Nerith, una donna dal volto squadrato, gli rispose con il dovuto rispetto, e non un’oncia di più. Ma carezzò la testa della damane con fare rassicurante mentre parlava. «Quale che fosse la causa della sua indisposizione, adesso è passata. A ogni modo era una cosa da poco. Niente di cui preoccuparsi.» La damane stava tremando.