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Bakuun grugnì di nuovo. La risposta non era molto diversa da quelle che aveva ricevuto in precedenza. Qualcosa però era andata storta a Ebou Dar, e non c’entrava solo la damane. Le sul’dam erano tutte chiuse come vongole — e il Sangue non era disposto a dire nulla, ovviamente, non a quelli del suo livello! — ma lui aveva sentito troppi mormorii. Si diceva che le damane fossero tutte malate, o impazzite. Per la Luce, Bakuun non ne aveva vista usare più nessuna intorno a Ebou Dar dopo che la città era stata messa al sicuro, nemmeno per una vittoriosa esibizione di Luci del Cielo, e questo sì che era inaudito!

«Be’, spero che...» cominciò, ma si interruppe quando comparve un raken che sfrecciava attraverso il passo orientale. Le grandi ali coriacee batterono possenti per guadagnare altezza, e quando la creatura fu sopra la collina all’improvviso si inclinò e disegnò nell’aria un cerchio stretto, la punta di un’ala quasi in verticale verso il basso. Un sottile nastro rosso cadde giù trasportato dal peso di una palla di piombo.

Bakuun represse un’imprecazione. I volatori erano sempre un po’ esibizionisti, ma se quei due ferivano uno dei suoi uomini per consegnare il rapporto sulle loro esplorazioni avrebbe richiesto la loro pellaccia, non importava chi avesse dovuto affrontare per ottenerla. Non gli sarebbe piaciuto dover combattere senza quegli esploratori del cielo, ma davvero erano coccolati come fossero i cuccioli preferiti del Sangue.

Il nastro scese dritto come una freccia. Il peso di piombo colpì il terreno e rimbalzò sulla cresta della collina, arrivando quasi accanto all’alto e sottile palo dei messaggi, che era troppo lungo per abbassarlo a meno che non ci fosse un messaggio da inviare. Inoltre, quando restava abbassato, qualcuno finiva sempre per farci camminare sopra un cavallo, rompendone le giunture.

Bakuun marciò verso la sua tenda, ma il primo tenente lo stava già aspettando con il nastro sporco di fango e il tubo contenente il messaggio.

Tiras era ossuto e di un palmo più alto di lui, con uno sgraziato straccio di barba aggrappato alla punta del mento.

Il rapporto arrotolato nel sottile tubo di metallo e scritto su un pezzo di carta così sottile che Bakuun poteva quasi vederci attraverso, era redatto con semplicità. Lui non era mai stato costretto a salire su un raken o un to’raken — grazie alla Luce e lode all’Imperatrice, che potesse vivere in eterno! — ma dubitava che fosse facile maneggiare una penna seduti su una sella legata sul dorso di una lucertola volante. Il contenuto di quel messaggio lo spinse ad aprire di scatto il ripiano della sua piccola scrivania da campo per scrivere in tutta fretta una risposta.

«C’è una forza nemica a meno di quindici chilometri a est di qui» spiegò a Tiras. «Cinque o sei volte più numerosa di noi.» A volte i volatori esageravano, ma spesso non di molto. Com’era possibile che tutti quegli uomini si fossero tanto addentrati nelle montagne senza essere individuati? Lui stesso aveva visto la costa orientale, e avrebbe preteso che venissero pagate le sue preghiere funerali prima di provare ad approdare in quella zona.

Che i miei occhi possano bruciare, si disse Bakuun, i volatori si vantano di poter vedere anche una pulce se passa in quella catena montuosa. «Non c’è motivo di pensare che sappiano di noi, ma non mi dispiacerebbe ricevere dei rinforzi.»

Tiras rise. «Gli daremo un assaggio della damane, e sarà sufficiente anche se sono venti volte più numerosi di noi.» Il suo unico difetto era una sicurezza un tantino eccessiva. Restava comunque un buon soldato.

«E se hanno con sé qualche... Aes Sedai?» chiese a voce bassa Bakuun, quasi balbettando il nome, mentre rinfilava il rapporto del volatore nel tubo insieme al breve messaggio che lui stesso aveva appena preparato. Non avrebbe mai creduto che qualcuno potesse lasciare in libertà quelle... donne.

A giudicare dall’espressione del volto, Tiras si ricordava le storie sentite su un’arma delle Aes Sedai. Il nastro rosso fluttuava alle sue spalle quando corse con il tubo del messaggio.

Ben presto tubo e nastro furono attaccati alla cima del palo, e la lieve brezza agitò la lunga striscia rossa a circa cinque metri dalla cresta della collina. Il raken volteggiò nella valle verso il nastro, le ali tese immobili come la morte. A un tratto una volatrice si lanciò dalla sella e rimase sospesa — a testa in giù! — tra gli artigli ripiegati del raken. A Bakuun si strinse lo stomaco solo a guardare. Ma la mano di quella donna si chiuse sul nastro, il palo si flette, poi tornò dritto quando il tubo si staccò dal gancio, e lei risalì in sella mentre la bestia si innalzava nel cielo in lenti cerchi.

Bakuun fu grato di togliersi di mente raken e volatori e tornò a studiare la vallata. Ampia e lunga, quasi piatta a eccezione della sua collina, e circondata da pendii ripidi e boscosi: solo una capra poteva arrivarci senza prendere i valichi che, da dove stava lui, erano in piena vista. Con la damane, poteva fare a pezzi chiunque senza neppure dargli il tempo di provare a lanciare il suo attacco su quel prato fangoso. Però aveva passato la notizia; se il nemico si metteva subito in marcia, avrebbe anticipato almeno di tre giorni l’arrivo di qualsiasi rinforzo. Come avevano fatto ad arrivare fin lì senza essere visti?

Bakuun si era perso le ultime battaglie del Consolidamento, che risalivano a più di due secoli prima, ma alcune delle rivolte che aveva dovuto sedare non erano state così insignificanti. Due anni di combattimenti sul Marendalar, trentamila morti, e un milione e mezzo di persone fatte schiave e rispedite sulla terraferma come proprietà. La capacità di notare le cose strane era ciò che teneva in vita un soldato. Bakuun ordinò di togliere il campo e di cancellarne ogni segno, poi cominciò a spostare la sua armata verso i pendii boscosi. Le nuvole scure si stavano addensando a est, un’altra di quelle maledette tempeste in arrivo.

23

Nebbia di guerra, tempesta di battaglia

Non c’era pioggia, per il momento. Rand guidò Tai’daishar intorno a un albero sradicato che giaceva sul pendio e guardò accigliato il cadavere steso sulla schiena sotto il tronco. L’uomo era basso e massiccio, il volto crepato, l’armatura fatta di piastre laccate sovrapposte blu e verdi, ma con lo sguardo cieco fisso sulle nuvole nere nel cielo; era molto simile a Eagan Padros, con tanto di gamba mancante. Doveva essere stato un ufficiale: la spada accanto alla mano protesa aveva l’elsa d’avorio incisa nelle sembianze di una donna, e sul suo elmo laccato simile alla testa di un enorme insetto, c’erano due piume blu lunghe e sottili.

Il fianco della montagna, per almeno cinquecento passi, era disseminato di alberi sradicati o fatti a pezzi, e molti altri ancora bruciavano per tutta la loro lunghezza. C’erano anche cadaveri, uomini finiti con le ossa rotte o il corpo squarciato quando saidin era passato come un erpice lungo quel versante della montagna. Portavano quasi tutti un velo d’acciaio sul viso e pettorali dipinti a strisce orizzontali. Non c’erano donne, grazie alla Luce. I cavalli feriti erano stati abbattuti, altra cosa di cui essere grati. Era incredibile quanto forte potesse strillare un cavallo.

Credi che i morti siano silenziosi? La risata di Lews Therin era un suono raschiante. Lo credi davvero? La voce divenne rabbiosa e sofferente. I morti mi ululano contro!

Ululano anche contro di me, pensò tristemente Rand. Io non posso permettermi di prestar loro ascolto, ma come si fa a zittirli? Lews Therin cominciò a piangere per la perdita della sua Ilyena.

«Una grande vittoria,» intonò Weiramon accanto a Rand, poi mormorò «ma con poco onore. Le battaglie tradizionali sono meglio.» La giubba di Rand era riccamente decorata di fango, eppure Weiramon sembrava immacolato come quando erano ancora sulla Strada d’Argento. Elmo e armatura splendevano. Come c’era riuscito? I Tarabonesi avevano caricato, alla fine, lance e coraggio contro l’Unico Potere, e Weiramon aveva a sua volta guidato una carica per fermarli. Senza averne ricevuto l’ordine, e seguito da tutti i Tarenesi tranne i Difensori, persino da un Torean mezzo ubriaco.