Prima che qualcuno potesse aprir bocca, dagli uomini nel passo si levarono urla seguite dai nitriti dei cavalli.
Karede si premette sull’occhio il tubo di cuoio del cannocchiale. Nel valico davanti a lui, uomini e cavalli morivano sotto una raffica di quelli che dovevano essere quadrelli di balestra, a giudicare da come sfondavano i pettorali d’acciaio e trapassavano toraci protetti dalle cotte di maglia. Centinaia di uomini già caduti, e altre centinaia di feriti accasciati in sella o a piedi mentre si allontanavano di corsa dai cavalli che si dimenavano a terra. Troppi stavano fuggendo. Mentre lui continuava a osservare, i soldati ancora in sella fecero girare rapidamente i cavalli nel tentativo di tornare all’imbocco di quel valico. Per la Luce, dov’erano finite le sul’dam? Non riusciva a trovarle. In passato aveva affrontato dei ribelli che avevano con sé sul’dam e damane: dovevano sempre essere uccise più in fretta possibile. Forse l’avevano imparato anche gli abitanti del posto.
All’improvviso, incredibilmente, il terreno cominciò a esplodere in fontane ruggenti lungo tutto il serpente ritorto del suo esercito, fontane che scagliavano in aria uomini e cavalli con la stessa facilità con cui facevano volare le pietre. I fulmini scesero dal cielo, dardi bianchi e azzurri che frantumavano uomini e terreno allo stesso modo. Altri soldati semplicemente esplosero, fatti a pezzi senza che lui potesse capire da cosa. Possibile che anche gli Altarani avessero le loro damane? No, di sicuro erano quelle Aes Sedai.
«Che dobbiamo fare?» chiese Nadoc. Sembrava scosso. E ne aveva ben donde.
«Hai intenzione di abbandonare i tuoi uomini?» ruggì Jadranka. «Ci lanceremo all’attacco, cosa...» Si interruppe, gorgogliando, quando la punta della spada di Karede gli entrò in gola. A volte gli idioti potevano essere tollerati, a volte no. Quando l’uomo si riversò dalla sella, Karede pulì con fare sprezzante la lama sul candido manto del castrone prima che l’animale sfrecciasse via. A volte era necessario qualche gesto teatrale.
«Attaccheremo ciò che possiamo attaccare, Nadoc» disse come se Jadranka non avesse neppure parlato. Come se non fosse mai esistito. «Salveremo il salvabile e ci ritireremo.»
Girandosi per cavalcare verso il passo dove saettavano i fulmini e ruggivano i tuoni, ordinò ad Anghar, un ragazzo dallo sguardo fermo con un cavallo veloce, di andare verso est e fare rapporto su quanto stava accadendo.
Forse un volatore l’avrebbe visto e forse no, ma Karede sospettava di sapere ormai perché volavano basso. E sospettava che la Somma Signora Suroth e i generali a Ebou Dar sapessero già cosa stava succedendo lassù. Era arrivato il giorno in cui doveva morire per l’Imperatrice? Karede affondò i talloni nei fianchi del suo cavallo.
Dalla piatta cresta scarsamente alberata, Rand scrutava verso ovest, oltre il bosco che aveva davanti. Con il Potere in sé — vita, così dolce; contaminazione, oh, così disgustosa — riusciva a vedere ogni singola foglia, ma non era sufficiente. Tai’daishar batté uno zoccolo. I picchi frastagliati dietro, ai lati e tutto intorno superavano in altezza quella cresta per quasi due chilometri, ma la cresta stessa si trovava molto più in alto delle cime degli alberi sottostanti, che sorgevano in una vallata boscosa e ondulata lunga più di una lega e quasi altrettanto larga. Laggiù tutto era fermo. E silenzioso come il Vuoto nel quale lui fluttuava. Silenzioso per il momento, almeno.
Qua e là si levavano sbuffi di fumo da punti in cui due o tre alberi bruciavano insieme come torce. Solo la pioggia che bagnava tutto impediva che trasformassero l’intera vallata in un incendio.
Flinn e Dashiva erano i soli Asha’man ancora con Rand. Tutti gli altri erano giù nella valle. I due se ne stavano un po’ distanti da lui, verso il limitare degli alberi, tenevano i cavalli per le redini e fissavano la boscaglia sottostante. Be’, Flinn la fissava, concentrato come lo stesso Rand. Dashiva lanciava sporadiche occhiate, torceva la bocca, a volte mormorava tra sé spingendo Flinn a strusciare i piedi e a guardarlo di sottecchi. Il Potere li riempiva entrambi, fin quasi a traboccare, ma per una volta Lews Therin rimaneva zitto. Negli ultimi giorni, pareva restare sempre più nascosto.
Nel cielo c’era addirittura la luce del sole, e le sparse nuvole erano grigie. Erano passati cinque giorni da quando Rand aveva portato nell’Altara il suo piccolo esercito, cinque giorni da quando aveva visto il suo primo Seanchan morto. E da allora ne aveva visti un bel po’. Il pensiero scivolò sulla superficie esterna del Vuoto. Rand poteva sentire l’airone marchiato a fuoco nel palmo della sua mano che premeva contro lo Scettro del Drago attraverso il guanto. Silenzio. Non c’era nessuna di quella creature volanti in vista. Ne erano morte tre, squarciate in cielo da un fulmine, prima che i loro cavalieri imparassero a tenersi alla larga. Bashere era affascinato da quelle bestie. Calma.
«Forse è finita, mio lord Drago.» Ailil aveva parlato con voce serena e fredda, ma diede una pacca sul collo della sua giumenta, anche se l’animale non aveva alcun bisogno di essere placato. Lanciò un’occhiata furtiva a Flinn e Dashiva e si raddrizzò, non voleva mostrare il minimo disagio davanti a quei due.
Rand si ritrovò a canticchiare tra sé e si fermò di scatto. Quella era un’abitudine di Lews Therin, quando guardava una bella donna, non sua. Non sua! Per la Luce, se cominciava a prendere le maniere di quell’uomo quando non era nemmeno presente nella sua testa, in quel...
All’improvviso, un tuono cupo risuonò nella vallata. Dagli alberi si alzò una fontana di fuoco, a più di tre chilometri di distanza, poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora. I fulmini si abbatterono nella foresta poco lontano da dove erano esplose le alte fiamme, singoli squarci simili a lance frastagliate tra il bianco e l’azzurro. Una raffica di fuoco e saette, poi tutto tornò immobile. Nessun albero si era incendiato, questa volta.
Una parte di quegli attacchi era stata scatenata da saidin. Una parte.
Si alzarono le urla, lontane e indistinte, e a Rand sembrò che venissero da un’altra zona della valle. Troppo distanti, nemmeno il suo udito amplificato da saidin poteva cogliere il clangore dell’acciaio. Alla fine, non tutti i combattimenti venivano portati avanti da Asha’man, Dedicati e Soldati.
Anaiyella emise un lungo respiro che forse stava trattenendo da quando era cominciato lo scontro con il Potere. Gli uomini che combattevano all’arma bianca non la turbavano. Poi anche lei diede una pacca sul collo del suo cavallo. Il castrone aveva appena fatto guizzare un orecchio. Rand aveva notato questa caratteristica nelle donne: abbastanza spesso, quando erano agitate cercavano di calmare gli altri, che ne avessero o meno bisogno. E anche un cavallo andava bene. Ma dov’era finito Lews Therin?
Irritato, Rand si sporse in avanti a studiare di nuovo il tetto di foglie della foresta. Molti di quegli alberi erano sempreverdi — querce, pini ed ericacee — e nonostante la passata siccità creavano uno schermo abbastanza efficace, che ostacolava anche la sua visione intensificata da saidin. Quasi oziosamente, Rand sfiorò lo stretto involto sotto la cinghia della staffa. Poteva usarlo per aiutarsi. E colpire alla cieca. Poteva scendere giù nel bosco.
Dove, al massimo, avrebbe potuto vedere fino a dieci passi di distanza.
Laggiù, sarebbe stato poco più efficace di uno dei Soldati.
Un passaggio si aprì tra gli alberi sulla cresta, poco lontano da lui, uno squarcio d’argento che si allargò in un buco aperto su alberi diversi con un folto e castano sottobosco invernale. Un Soldato dalla pelle ramata, baffi sottili e una perlina all’orecchio, varcò il passaggio e lo lasciò svanire.
Spingeva davanti a sé una sul’dam coi polsi legati dietro la schiena, una donna la cui bellezza era guastata da un bozzo violaceo su un lato della testa. Bozzo che però ben si addiceva al suo torvo cipiglio nonché al vestito malconcio e sporco di foglie. Si girò a fare una smorfia sprezzante al Soldato che la spingeva verso la cima della cresta, da Rand, che ricevette anche lui il sogghigno della donna.