Выбрать главу

Morr gli sorrise mostrando tutti i denti. Rand aveva visto l’Illianese guidare i suoi uomini nel mezzo degli scontri, lanciando urla di incoraggiamento e mulinando la spada con selvaggio abbandono, ma Gregorin si ritrasse davanti al ghigno di Morr.

In quel momento arrivò Gedwyn, tirandosi dietro il cavallo con noncuranza, con innocenza. Il sorriso che rivolse a Bashere e Gregorin era quasi derisorio, poi guardò torvo Weiramon come se già sapesse del suo errore e lanciò un’occhiata ad Ailil e Anaiyella come se volesse pizzicarle. Le due donne si allontanarono in fretta, ma d’altronde lo fecero anche gli uomini, tranne Bashere. Ma compreso Morr. Il saluto che Gedwyn rivolse a Rand fu un distratto colpo del pugno sul torace. «Ho inviato degli esploratori non appena ho visto che qui era tutto finito. Ci sono altre tre colonne nell’arco di quindi chilometri.»

«Tutte dirette a ovest» intervenne Bashere con voce pacata, ma lo sguardo che rivolse a Gedwyn era abbastanza tagliente da affettare la pietra. «Ce l’hai fatta» disse poi a Rand. «Si stanno ritirando tutti. Non credo che si fermeranno prima di arrivare a Ebou Dar. Le campagne non si concludono sempre con una marcia trionfale in città, e questa è finita.»

Stranamente — o forse no — Weiramon cominciò a protestare, suggerendo di avanzare fino a ‘prendere Ebou Dar per la gloria del Signore del Mattino’, queste le sue parole, ma fu un colpo sentir dire da Gedwyn che non gli sarebbe dispiaciuto dare qualche altra frustata a quei Seanchan e di sicuro non gli sarebbe dispiaciuto vedere Ebou Dar. Persino Ailil e Anaiyella si espressero a favore dell’idea di ‘porre fine ai Seanchan una volta per tutte’, anche se Ailil aggiunse che per lei era soprattutto importante non dover tornare a concludere l’opera. Era sicura che in tal caso il lord Drago avrebbe insistito per averla di nuovo con sé. Il tutto detto in un tono freddo e secco come le notti nel Deserto Aiel.

Solo Bashere e Gregorin proposero di tornare indietro, alzando sempre più la voce man mano che il tempo passava e Rand restava in silenzio. In silenzio e con lo sguardo rivolto a ovest. Verso Ebou Dar.

«Abbiamo fatto ciò per cui siamo venuti» insisté Gregorin. «La Luce abbia misericordia, hai intenzione di prendere Ebou Dar?»

Prendere Ebou Dar, pensò Rand. Perché no? Nessuno se lo sarebbe aspettato. Una sorpresa assoluta, per i Seanchan e per chiunque altro.

«Ci sono momenti in cui bisogna approfittare del vantaggio e continuare» ringhiò Bashere. «E momenti in cui è meglio raccogliere le vincite e tornare a casa. Io dico che è il momento di tornare a casa.»

Non mi dispiacerebbe averti nella testa, disse Lews Therin sembrando quasi sano di mente, se tu non fossi così chiaramente pazzo.

Ebou Dar. Rand strinse le mani sullo Scettro del Drago, e Lews Therin rise stridulo.

24

Il tempo del ferro

A una decina di leghe a est di Ebou Dar, i raken volteggiavano nell’alba striata dalle nuvole per atterrare in un pascolo che gli alti pali coi nastri colorati designavano come campo dei volatori. L’erba marrone era stata calpestata e divelta da parecchi giorni. Tutta la grazia che le creature mostravano nel cielo scompariva non appena gli artigli toccavano terra in una corsa barcollante, le ali di cuoio larghe più di trenta passi tenute in alto come se l’animale volesse rilanciarsi nel cielo. E c’era poca bellezza anche nei raken che correvano goffi lungo il campo battendo le membrane alari con volatori accovacciati sulla sella quasi volessero sollevare di peso la loro bestia, correvano fino a levarsi pesantemente in volo, le punte delle ali appena più in alto delle cime degli ulivi sul limitare del campo. Solo quando guadagnavano altezza e giravano verso il sole e si innalzavano tra le nuvole i raken recuperavano la loro maestosità. I volatori che atterravano non si prendevano la briga di smontare di sella. Mentre un membro dell’equipaggio di terra reggeva un cesto perché il raken potesse ingollare manciate su manciate di frutti essiccati, uno dei due volatori consegnava il suo rapporto a un secondo membro dell’equipaggio di terra più anziano, mentre l’altro si piegava dal lato opposto per ricevere nuovi ordini da un volatore troppo anziano per prendere spesso le redini. Quasi subito dopo essersi fermata, la bestia veniva fatta girare per andare con la sua andatura dondolante nel punto dove altri quattro o cinque esemplari aspettavano di poter fare la loro lunga e maldestra corsa verso il cielo.

E correndo all’impazzata, scartando tra le manovre delle formazioni di cavalleria e fanteria, i messaggeri portavano i rapporti degli esploratori all’immensa tenda del comando con la sua bandiera rossa. C’erano altezzosi lancieri tarabonesi e impassibili picchieri dell’Amadicia disposti in precisi quadrati, i pettorali a strisce orizzontali nei colori del reggimento al quale erano annessi. Gli Altarani della cavalleria, disordinatamente raggruppati qua e là, facevano impennare i loro animali e si gloriavano delle strisce rosse incrociate che portavano sul torace, così diverse da quelle che contrassegnavano tutti gli altri. Non sapevano che servivano per indicare le truppe di irregolari di dubbia affidabilità. Tra i soldati seanchan, erano rappresentati i reggimenti che portavano con fiero onore i loro nomi da ogni parte dell’Impero; gli uomini di Alqam con gli occhi chiari, quelli di N’Kon con la pelle ambrata e quelli di Khoweal e Dalenshar, neri come il carbone. C’erano i morat’torm sulle loro sinuose bestie dalle scaglie bronzee che facevano nitrire e scalpitare di paura i cavalli, e persino alcuni morat’grolm con i loro animali tozzi e dal rostro adunco, ma una caratteristica che sempre accompagnava gli eserciti dei Seanchan era ancor più evidente per la sua assenza. Le sul’dam e le damane erano rimaste nelle loro tende.

Il capitano generale Kennar Miraj reputava molto importanti le sul’dam e le loro damane.

Dal suo seggio sulla pedana vedeva con chiarezza la tavola della mappa, dove sottotenenti senza elmo controllavano i rapporti e piazzavano segnali per rappresentare le forze in campo. Una bandierina di carta si levava da ogni segnale, con simboli tracciati con l’inchiostro per indicare dimensione e composizione di ogni singola forza. Trovare mappe decenti in quelle terre era quasi impossibile, ma quella copiata sulla grande tavola era sufficientemente buona. E preoccupante, per quello che diceva a Miraj. Dischi neri per gli avamposti sconfitti o dispersi. Ce n’erano fin troppi, e punteggiavano l’intera metà orientale della catena dei Venir. I cunei rossi indicavano le armate in movimento e segnavano altrettanto pesantemente la parte occidentale, tutti diretti verso Ebou Dar. E, sparpagliati tra i dischi neri, ce n’erano diciassette bianchi. Sotto i suoi occhi, un giovane ufficiale vestito col nero e il marrone dei morat’torm piazzò con cura il diciottesimo. Forze nemiche. Alcuni di quei dischi potevano anche indicare lo stesso gruppo visto due volte, ma erano quasi tutti troppo distanziati tra loro, e i tempi di avvistamento non combaciavano.

Lungo le pareti della tenda, gli impiegati con le semplici giubbe marroni segnate solo con i simboli del loro rango erano agli scrittoi, penna alla mano, in attesa che Miraj desse loro gli ordini da copiare perché venissero distribuiti. Ma il capitano generale aveva già impartito tutti gli ordini possibili. C’erano almeno novantamila soldati nemici tra quelle montagne, quasi il doppio di quelli che poteva mettere insieme lui anche contando i coscritti del posto. Un numero troppo grande per poterci credere, solo che gli esploratori non mentivano mai: ai bugiardi veniva tagliata la gola dai loro stessi commilitoni. Troppi nemici, che spuntavano dal terreno come i vermi cacciatori del Sen T’jore. Almeno dovevano ancora coprire minimo centocinquanta chilometri di terreno montuoso se volevano minacciare Ebou Dar.

Quasi trecento, per i dischi bianchi più a est. E poi c’era una campagna collinosa per altri centocinquanta chilometri. Di sicuro il generale nemico non poteva avere intenzione di permettere che le sue forze affrontassero la battaglia separate, una alla volta. E per raccogliere tutti quegli uomini sarebbe servito altro tempo. In quel momento, il tempo era l’unico fattore favorevole per Miraj.