Le Profezie del Drago erano conosciute a Seanchan sin da prima che Luthair Paendrag desse inizio al Consolidamento. In una forma corrotta, così si diceva, molto diversa dalla versione pura portata da Luthair Paendrag stesso. Miraj aveva visto diversi volumi di Il Ciclo Karaethon stampati in quelle terre, e anche questi erano corrotti — nessuno parlava del Drago al servizio del Trono di Cristallo! — ma le Profezie rinsaldavano la mente e il cuore degli uomini. Non pochi speravano che il Ritorno arrivasse subito, e quelle terre fossero reclamate prima di Tarmon Gai’don, così il Drago Rinato avrebbe vinto l’Ultima Battaglia per la gloria dell’Imperatrice, che potesse vivere per sempre. Di sicuro l’Imperatrice avrebbe voluto che le mandassero al’Thor, per poter vedere com’era l’uomo che la serviva. Non ci sarebbero stati problemi con al’Thor, una volta che si fosse inginocchiato al suo cospetto. Erano pochi quelli che riuscivano a scrollarsi di dosso il timore riverenziale quando si inginocchiavano davanti al Trono di Cristallo, con la sete di obbedire che seccava la lingua. Ma era evidente che infagottare quel tizio e metterlo su una nave sarebbe stato un altro paio di maniche se la soluzione del problema Asha’man — problema che doveva essere senza dubbio risolto — avesse atteso che al’Thor fosse in viaggio sull’Oceano Aryth diretto a Seandar.
E questo riportò Miraj al problema che, si rese conto con un sussulto interiore, aveva finora cercato di evitare. Non era tipo da fuggire dalle difficoltà, meno che mai le ignorava ciecamente, ma questa era diversa da tutte quelle che aveva mai affrontato. Aveva combattuto in una ventina di battaglie con damane usate da entrambi gli schieramenti: sapeva come gestirle.
Non era solo una questione di colpire con il Potere. Le sul’dam esperte potevano in qualche modo vedere cosa facevano le damane o le marath’damane, e le damane a loro volta lo comunicavano alle altre, quindi potevano anche essere usate come difesa. Ma una sul’dam era in grado di vedere anche cosa faceva un uomo? Peggio ancora...
«Mi lascerai le sul’dam e le damane?» chiese. Dopo aver tratto un lungo respiro del quale si vergognò, aggiunse: «Se sono ancora malate, il combattimento sarà breve e sanguinario. Per noi.»
La sua frase fece di nuovo agitare gli uomini stesi a terra. Una storia su due di quelle che giravano nell’accampamento era sulla malattia che aveva confinato sul’dam e damane nelle loro tende. Alwhin reagì piuttosto apertamente, cosa assai impropria per una so’jhin, e gli rivolse un’occhiataccia.
La damane trasalì di nuovo, e cominciò a tremare. Cosa strana, anche la da’covale dai capelli color miele trasalì.
Sorridendo, Suroth veleggio verso la da’covale in ginocchio. Perché sorrideva a una servitrice male addestrata? Cominciò anche a carezzare le treccine di quella donna, le cui labbra a bocciolo di rosa si incresparono in un broncio. Forse in passato era una nobile di quelle terre? Le parole di Suroth parvero sostenere questa ipotesi, ma erano palesemente dirette a lui.
«I piccoli fallimenti hanno piccoli costi; i grandi fallimenti hanno costi dolorosamente alti. Avrai le damane che ti servono, Miraj. E farai capire a ognuno di quegli Asha’man che avrebbero dovuto restarsene a nord. Li cancellerai dalla faccia della terra, gli Asha’man, i soldati, tutti. Fino all’ultimo uomo, Miraj. Così comando.»
«Sarà come desideri, Suroth» rispose lui. «Verranno eliminati. Fino all’ultimo uomo.» Al momento, non c’era altro che potesse dire. Tuttavia, era tristemente consapevole del fatto che la Somma Signora non gli aveva detto se sul’dam e damane erano ancora malate o no.
Rand fece girare Tai’daishar vicino alla sommità della spoglia collina rocciosa per osservare gran parte del suo piccolo esercito che si riversava fuori da altri buchi nell’aria. Lui teneva stretta la Vera Fonte, così stretta che gli pareva tremasse nella sua presa. Con il Potere in sé, le punte acuminate della Corona di Spade gli sembravano al contempo più pungenti e completamente smussate, il freddo di metà mattina era insieme più rigido e inesistente. Le ferite inguaribili sul fianco erano un dolore lontano e confuso. Lews Therin pareva ansimare incerto. O forse impaurito. Forse dopo essere arrivato così vicino alla morte il giorno addietro, adesso non era più così desideroso di morire. D’altronde non lo era sempre. La sola costante in quell’uomo era il desiderio di uccidere. Che accidentalmente includeva anche uccidere sé stesso, piuttosto di frequente.
Ci saranno uccisioni a sufficienza per tutti, tra poco, pensò Rand. Per la Luce, gli ultimi sei giorni sono stati sufficienti a disgustare un avvoltoio.
Erano passati solo sei giorni? Lui, però, non era toccato da quel disgusto.
Non se lo concedeva. Lews Therin non gli rispose. Sì. Era giunto il tempo del ferro. Cuori di ferro. E stomaci di ferro, anche. Rand si piegò un attimo a toccare il lungo oggetto avvolto in un panno e infilato sotto la cinghia della sua staffa. No. Non era ancora il momento. Forse non lo sarebbe stato mai. L’incertezza scintillò nel Vuoto, e forse c’era qualcos’altro. Rand sperava che non arrivasse mai il momento di usare quell’oggetto. Incertezza, sì, ma l’altra cosa non era paura. No!
Metà delle basse colline tutto intorno erano coperte da alberi di ulivo bassi e nodosi chiazzati dalla luce del sole, tra i quali cavalcavano i lancieri per assicurarsi che non ci fosse nessuno. Non c’erano tracce della presenza di agricoltori tra quei frutteti, nessuna fattoria, nessuna struttura di alcun tipo in vista. Qualche chilometro a ovest le colline erano più scure, boscose. Giù in basso, le fila dei Legionari entrarono di corsa nella visuale di Rand, già schierati e seguiti dal quadrato irregolare dei volontari illianesi, ora arruolati nella Legione. Non appena ebbero formato i ranghi, si spostarono tutti a passo di marcia per far spazio a Difensori e Compagni. Il terreno sembrava per lo più fatto di argilla, e stivali e zoccoli scivolavano allo stesso modo sul sottile strato di fango. Cosa strana, però, c’erano poche nuvole, bianche e leggere. Il sole era una sbiadita sfera gialla. E in cielo non c’era nessuna creatura più grande di un passero.
Dashiva e Flinn erano tra gli uomini che tenevano aperti i passaggi, e con loro c’erano anche Adley e Hopwil, Morr e Narishma. Alcuni di quei portali erano fuori dalla visuale di Rand, al di là delle colline. Voleva che tutti li varcassero quanto prima possibile, e a eccezione di una manciata di Soldati che tenevano d’occhio i cieli, ogni uomo in giubba nera che non era in esplorazione aveva l’incarico di tenere la tessitura di un passaggio. Anche Gedwyn e Rochaid, per quanto avessero accolto l’ordine guardandosi a vicenda e poi girandosi verso Rand con una smorfia. Forse non erano più abituati a dover fare una cosa tanto ordinaria come tenere aperto un passaggio perché altri lo potessero usare.
Bashere risalì il pendio al piccolo galoppo, tranquillo in groppa al suo piccolo baio. Il mantello gli svolazzava dietro malgrado il freddo del mattino, non intenso come sulle montagne ma comunque invernale. Salutò Anaiyella e Ailil con un distratto cenno del capo, e loro ricambiarono con sguardi duri. Bashere sorrise sotto i folti baffi simili a corni ricurvi, un sorriso non del tutto piacevole. Sospettava delle due donne almeno quanto Rand. Loro ne erano al corrente, quanto meno delle riserve di Bashere. Distogliendo rapidamente lo sguardo dal Saldeano, Anaiyella tornò a carezzare il manto del suo castrone; Ailil stringeva le redini con eccessiva rigidità.