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Quando videro i primi esploratori che tornavano da Rand, gli altri si aprirono a ventaglio verso nord e verso sud, dove si sarebbero uniti alle altre colonne. Rintracciarle nel modo tradizionale sarebbe stato molto più rapido che aprendo passaggi qua e là. Dopo aver fatto fermare il cavallo davanti a Rand, Nalaam si batté un pugno sul torace — aveva forse gli occhi un po’ sgranati? Non era importante. Saidin continuava a fare ciò che desiderava chi lo intesseva. Nalaam salutò e fece rapporto. I Seanchan non erano più accampati a quindici chilometri da lì, si trovavano a circa otto chilometri e marciavano verso est. E avevano decine di sul’dam e damane.

Rand impartì i suoi ordini mentre Nalaam galoppava via, e la sua colonna cominciò a muoversi verso ovest. I Difensori e i Compagni cavalcavano sui due fianchi. I Legionari marciavano in coda, subito dopo Denharad.

Erano un promemoria per le due nobili e i loro armigeri, in caso fosse necessario. Di sicuro Anaiyella si girava indietro abbastanza spesso, e Ailil si tratteneva palesemente per non imitarla. Rand costituiva la punta d’attacco della colonna, Rand, Flinn e gli altri, e lo stesso era per tutte le altre colonne. Gli Asha’man per colpire, e i soldati per guardar loro le spalle mentre uccidevano il nemico. Il sole doveva ancora viaggiare molto per arrivare al picco di mezzogiorno. Niente era cambiato abbastanza da dover modificare il piano.

La pazzia aspetta per alcuni, sussurrò Lews Therin. E striscia addosso ad altri.

Miraj cavalcava quasi in testa alla sua colonna in cammino verso est lungo una strada fangosa che serpeggiava tra oliveti collinari e macchie boschive. Non in testa. Un intero reggimento, costituito per lo più da Seanchan, lo separava dagli esploratori dell’avanguardia. Aveva conosciuto generali che volevano cavalcare sempre in prima linea. Erano quasi tutti morti. E quasi tutti avevano perso le battaglie in cui erano morti. Il fango teneva già la polvere, ma su qualsiasi terreno le notizie di un esercito in movimento si diffondevano come un incendio incontrollato nella Piana di Sa’las. Qua e là tra gli ulivi Miraj intravide una carriola capovolta o un gancio per la potatura abbandonato, ma gli agricoltori erano da tempo spariti. Con un po’ di fortuna, avrebbero evitato anche l’esercito nemico, oltre che il suo. Con un po’ di fortuna, senza i raken, il nemico si sarebbe accorto troppo tardi che lui gli era ormai addosso. Ma a Kennar Miraj non piaceva fare affidamento sulla fortuna.

Oltre ai sottufficiali pronti a fornire mappe o a copiare gli ordini e ai messaggeri pronti a trasportarli, insieme a Miraj cavalcavano solo Abaldar Yulan, abbastanza basso da far sembrare immenso il suo castrone bruno in realtà piuttosto ordinario, un uomo coraggioso, con le unghie dei mignoli dipinte di verde e un parrucchino nero per celare la calvizie, e Lisaine Jarath, una donna dai capelli grigi che veniva da Seandar stessa e aveva un volto pallido e paffuto e occhi azzurri che erano il ritratto della serenità.

Yulan non era calmo; il Capitano dell’Aria di Miraj aveva spesso un’espressione più scura della giubba che indossava, contrariato dalle regole che di rado ormai gli permettevano di stringere le redini di un raken, ma quel giorno il suo cipiglio era ancora più torvo. Il cielo era limpido, il clima perfetto per i raken, ma per ordine di Suroth nessun volatore avrebbe volato, non lì. C’erano troppo pochi raken con gli Hailene per metterli a repentaglio quando non era necessario. Ma Miraj era più preoccupato per la calma di Lisaine. Oltre a essere la più anziana der’sul’dam sotto il suo comando, era un’amica con la quale aveva condiviso più di una tazza di kaf e più di una partita a sassolini. Era una donna vivace, che traboccava sempre di entusiasmo e gioia. E adesso mostrava una calma glaciale, era silenziosa come tutte le altre sul’dam che lui aveva provato a interrogare.

Nel suo solo spazio visivo c’erano venti damane che fiancheggiavano la cavalleria, ognuna a piedi accanto alla sella della sua sul’dam. Le sul’dam ondeggiavano in groppa ai loro cavalli, si piegavano a poggiare una mano sulla testa di una damane e si raddrizzavano solo per poi tornare a carezzarla. A Miraj le damane sembravano abbastanza stabili, ma era evidente che le sul’dam erano tese come la corda di un arco. E l’esuberante Lisaine cavalcava silenziosa come una pietra.

Più avanti apparì un torm che correva verso la colonna. Lontano e di lato, sul limitare dei frutteti, ma lo stesso i cavalli nitrirono e scalpitarono quando la creatura dalle scaglie di bronzo li superò con la sua rapida andatura sinuosa. Un torm ben addestrato non attaccava i cavalli — almeno finché la frenesia assassina non aveva la meglio, ragion per cui i torm erano inutili in battaglia — ma i cavalli addestrati a restare calmi in presenza di un torm erano rari come i torm stessi.

Miraj mandò un ossuto sottotenente chiamato Varek a prendere il rapporto di esplorazione del morat’torm. A piedi, e che la Luce folgorasse Varek se credeva di aver perso sei’taer. Miraj non era disposto a sprecar tempo per fargli imparare a controllare una delle bestie prese in quelle terre.

Varek tornò correndo ancor più veloce di quando era andato e fece un rigido inchino, cominciando a parlare prima ancora di essersi raddrizzato del tutto.

«Il nemico è a meno di otto chilometri a est, signor capitano generale, e marcia nella nostra direzione. È disposto in cinque colonne, posizionate una a circa un chilometro e mezzo dall’altra.»

Alla faccia della fortuna. Ma Miraj aveva già provato a chiedersi come avrebbe attaccato quarantamila soldati guidandone solo cinquemila, più cinquanta damane.

Subito i suoi uomini si lanciarono al galoppo con l’ordine di schierarsi in modo da contrastare una manovra di accerchiamento, e i reggimenti alle sue spalle cominciarono a deviare verso i boschi, accompagnati dalle sul’dam a cavallo con le loro damane.

Mentre si stringeva nel mantello contro un’improvvisa raffica di vento freddo, Miraj notò una cosa che lo raggelò ancora di più. Anche Lisaine stava osservando le sul’dam che svanivano tra gli alberi. E aveva cominciato a sudare.

Bertome cavalcava con naturalezza, lasciando che il vento gli facesse sventolare di lato il mantello, ma osservava la campagna boscosa più avanti con malcelata intensità. Dei quattro connazionali che lo seguivano, solo Doressin aveva un reale talento nel Gioco delle Casate. Weiramon, quello stupido cane tarenese, era un’idiota. Bertome guardò la schiena di quel pomposo buffone. Weiramon cavalcava molto più avanti degli altri ed era immerso in una conversazione con Gedwyn, e se c’era bisogno di altre prove a sostegno dell’ipotesi che il Tarenese avrebbe sorriso anche al vomito di una capra, bastava vedere come tollerava la presenza di quel giovane mostro dagli occhi di fuoco. Bertome si rese conto che Kiril gli stava lanciando occhiate furtive e guidò il suo grigio lontano da quell’uomo così alto. Non aveva particolari rancori verso l’Illianese, ma odiava gli uomini che torreggiavano su di lui. Non vedeva l’ora di tornare a Cairhien, dove non sarebbe più stato circondato da tutti quei goffi giganti. Kiril Drapaneos non era un’idiota, però, nonostante l’altezza spropositata. Anche lui aveva inviato una decina di esploratori in avanscoperta. Weiramon ne aveva mandato uno solo.

«Doressin,» disse piano Bertome, poi, a voce un po’ più alta: «Doressin, specie di scorfano!»

L’uomo ossuto sobbalzò in sella. Come Bertome, e come gli altri tre, si era rasato e incipriato la parte anteriore della testa; la tendenza a seguire gli usi dei soldati era diventata piuttosto di moda. Doressin avrebbe dovuto rispondere dandogli del rospo, come facevano sin da ragazzi, ma invece spronò il castrone per farlo affiancare a quello di Bertome e si sporse verso di lui. Era preoccupato, e lo dava a vedere, la fronte era segnata da solchi profondi. «Ti rendi conto che il lord Drago ha intenzione di farci morire?» sussurrò, guardando la colonna che si snodava alle loro spalle. «Fuoco e sangue, io ho solo dato udienza a Colavaere qualche volta, ma è da quando lui l’ha uccisa che so di essere un uomo morto.»