Per un attimo, Bertome osservò la colonna di armigeri che si snodava tra le colline ondulate. Gli alberi lì erano radi rispetto al terreno più avanti, ma erano comunque sufficienti a nascondere un nemico finché non lanciava l’attacco. L’ultimo oliveto era un chilometro e mezzo più indietro. Gli uomini di Weiramon cavalcavano in testa, ovviamente, con quelle ridicole giubbe dalle maniche rigonfie a strisce bianche, seguiti dagli Illianesi di Kiril con abbastanza verde e rosso da far vergognare un Calderaio. La sua gente, invece, decentemente vestita di blu sotto i pettorali, era ancora fuori dalla sua visuale, insieme ai soldati di Doressin e degli altri, più avanti solo della compagnia di Legionari. Weiramon era parso sorpreso di vedere che la fanteria teneva il passo, anche se aveva stabilito un’andatura tutt’altro che sostenuta.
In realtà, Bertome non stava guardando davvero gli armigeri. Sette uomini cavalcavano davanti anche a Weiramon, sette uomini con il volto duro e gli occhi freddi e letali, tutti con addosso la giubba nera. Uno aveva una spilla a forma di spada d’argento sull’alto colletto.
«Un modo complicato per ottenere la nostra morte» rispose seccamente Bertome a Doressin. «E dubito che al’Thor avrebbe mandato quei tizi con noi, se voleva solo usarci come carne da macello.» Con la fronte ancora corrugata, Doressin aprì di nuovo bocca, ma Bertome disse: «Devo parlare col Tarenese.» Gli dispiaceva vedere il suo amico d’infanzia in quello stato. Al’Thor lo aveva sconvolto.
Assorti nella loro conversazione, Weiramon e Gedwyn non sentirono arrivare Bertome. Gedwyn giocherellava distrattamente con le redini e aveva in volto un’espressione di freddo disprezzo. Il Tarenese era paonazzo.
«Non mi importa chi sei,» disse all’uomo in giubba nera con una voce bassa e dura, sputacchiando: «non correrò altri rischi senza un ordine che viene direttamente dalle labbra del...»
A un tratto i due si accorsero di Bertome, e Weiramon chiuse di scatto la bocca. Guardò Bertome come se volesse ucciderlo. L’onnipresente sorriso dell’Asha’man sparì. Il vento era freddo e tagliente ora che le nuvole stavano passando davanti al sole, ma mai quanto l’improvviso sguardo torvo di Gedwyn. Con lieve stupore, Bertome si rese conto che anche l’Asha’man avrebbe voluto farlo fuori in quello stesso istante.
La glaciale espressione assassina di Gedwyn non cambiò, ma il volto di Weiramon subì un’impressionante trasformazione. Il rosso che lo colorava sbiadì lentamente, sostituito da un sorriso repentino, un sorriso untuoso con appena una traccia di beffarda condiscendenza. «Ho pensato molto a te, Bertome» disse il Sommo Signore in tono caloroso. «È un peccato che al’Thor abbia strangolato tua cugina. A mani nude, ho sentito dire. Sinceramente, sono rimasto sorpreso quando hai risposto alla sua chiamata. Ho visto come ti guarda. Temo che per te abbia in mente qualcosa di più... interessante... che lasciarti a battere i piedi sul pavimento mentre ti stringe le dita intorno alla gola.»
Bertome trattenne un sospiro, e non solo per la rozzezza di quell’idiota.
Molti credevano di poterlo manipolare con la morte di Colavaere. Era stata la sua cugina preferita, ma aveva nutrito un’irragionevole ambizione. La casata Saighan aveva una buona posizione per tentare l’ascesa al Trono del Sole, ma Colavaere non avrebbe potuto resistere contro i Riatin o i Damodred, men che mai contro le due casate insieme, non senza l’aperto sostegno della Torre Bianca o del Drago Rinato. Ma era stata comunque la sua preferita. Cosa voleva Weiramon? Di sicuro non quello che sembrava volere. Nemmeno quello zotico tarenese poteva essere così ingenuo.
Prima che Bertome riuscisse a formulare una qualsiasi risposta, un cavaliere uscì al galoppo dagli alberi più avanti e si diresse verso di loro. Un Cairhienese, e quando tirò bruscamente le redini per fermare il cavallo, che si sedette sulle zampe posteriori, Bertome riconobbe uno dei suoi armigeri, un uomo con qualche dente mancate e cicatrici da ustione su entrambe le guance. Doile, gli pareva si chiamasse. Dal palazzo di Colchaine.
«Mio signore Bertome» ansimò il soldato, inchinandosi velocemente.
«Ci sono duemila Tarabonesi alle mie calcagna. E hanno con sé delle donne! Coi fulmini sui vestiti!»
«Alle sue calcagna» mormorò sprezzante Weiramon. «Vedremo cosa avrà da dire il mio esploratore quanto tornerà. Per adesso non vedo nessun...»
Le grida improvvise che si levarono più avanti lo interruppero, subito seguite dal tuonare degli zoccoli dei cavalli, e poi apparvero i lancieri al galoppo, una carica che si allargava tra gli alberi. Diretta contro Bertome e gli altri.
Weiramon rise. «Uccidi chi vuoi, ovunque vuoi, Gedwyn» disse, estraendo la spada con uno svolazzo. «Io ho i miei metodi e li uso, tutto qua!»
Galoppò verso i suoi armigeri, e agitò in alto la spada urlando «Per Saniago! Per Saniago e la gloria!» Non fu una sorpresa se non aggiunse un grido per la sua patria a quelli per la sua casata e per il suo più grande amore.
Spronando il cavallo per andare nella stessa direzione, anche Bertome chiamò a gran voce: «Per Saighan e Cairhien!» Al momento non c’era alcun bisogno di agitare la spada. «Per Saighan e Cairhien!» A cosa aveva mirato Weiramon con quel discorso su Colavaere?
Il tuono rombò, e Bertome guardò perplesso il cielo. C’erano un po’ più di nuvole rispetto a prima. No; Doile — o Dalyn? — aveva menzionato quelle donne. E poi Bertome dimenticò tutte le preoccupazioni sul discorso di quello stupido Tarenese quando i Tarabonesi col velo d’acciaio si riversarono sulle colline boscose verso di lui, dal terreno sbocciò il fuoco e dal cielo piovvero i fulmini.
«Per Saighan e Cairhien!» gridò.
Si alzò il vento.
I cavalieri si scontrarono tra gli alberi e il pesante sottobosco, dove le ombre erano più scure. La luce sembrava indebolita, forse le nuvole si addensavano nel cielo, ma era difficile dirlo con il fitto tetto vegetale della foresta. Le esplosioni ruggenti quasi coprivano il clangore dell’acciaio, le grida degli uomini e gli acuti nitriti dei cavalli. A volte il terreno tremava.
A volte il nemico lanciava le sue urla di battaglia.
«Per Den Lushenos! Per Den Lushenos e le Api!»
«Per Annallin! Attaccate per Annallin!»
«Per Haellin! Per Haellin! Per il Sommo Signore Sunamon!»
Quest’ultima frase fu l’unica che Varek riuscì in qualche modo a capire, anche se a parer suo tutti i nobili del posto che si facevano chiamare Sommo Signore o Somma Signora non si meritavano neppure l’occasione di prestare il Giuramento.
Disincagliò con uno strattone la spada che aveva affondato nell’ascella del suo avversario, appena al di sopra del pettorale, e lasciò cadere quell’uomo piccolo e pallido. Un pericoloso combattente, finché non aveva commesso l’errore di sollevare troppo in alto la sua arma. Il baio di quell’uomo fuggì attraverso il sottobosco, e Varek si concesse un momento di rimpianto. Il cavallo sembrava molto migliore del pomellato dalle zampe bianche che lui era costretto a cavalcare. Fu solo un momento, poi Varek riprese a scrutare tra i fitti alberi, dove sembrava che da alcuni rami penzolassero viticci e da quasi tutti pendessero grumi di una qualche pianta grigia dall’aspetto piumoso.
I rumori della battaglia venivano da ogni direzione, ma sulle prime lui non riuscì a vedere nessun movimento. Poi una decina di lancieri Altarani apparvero a cinquanta passi, facevano camminare i cavalli e si guardavano nervosamente intorno, anche se il modo in cui parlavano a voce alta tra di loro giustificava pienamente le linee rosse incrociate che portavano sui pettorali. Varek raccolse le redini, con l’idea di mettersi alla guida di quei soldati. Una scorta, anche composta da quell’indisciplinata marmaglia, poteva essere decisiva per aiutarlo a consegnare al generale di bandiera Chianmai il messaggio urgente che portava.