Strisce di nero saettarono dagli alberi, svuotando le selle degli Altarani. I cavalli scattarono in ogni direzione, e rimasero solo una decina di cadaveri sparsi sull’umido tappeto di foglie morte, tutti con almeno un quadrello di balestra ficcato in corpo. Niente si muoveva. Varek rabbrividì, per quanto cercasse di evitarlo. Quei fanti in giubba blu erano sembrati un facile bersaglio, all’inizio, visto che non avevano picche dietro le quali trincerarsi, ma non uscivano mai allo scoperto, si nascondevano tra gli alberi e nelle fosse del terreno. Ma c’era di peggio. Dopo aver preso parte alla frenetica ritirata verso le navi, a Falme, Varek era convinto di aver visto quanto di peggio c’era da vedere: la disfatta dell’Esercito Sempre Vittorioso. Meno di mezz’ora addietro, però, aveva visto cento Tarabonesi affrontare un solo uomo in giubba nera. Cento lancieri contro uno, e i Tarabonesi erano stati fatti a pezzi. Letteralmente fatti a pezzi, uomini e cavalli che esplodevano uno dopo l’altro in rapida successione; il massacro era continuato anche dopo che i Tarabonesi si erano dati alla fuga, era andato avanti finché l’ultimo di quei lancieri era rimasto visibile. Forse morire a quel modo non era in realtà peggio di quando ti esplodeva il terreno sotto i piedi, ma almeno le damane lasciavano qualcosa da seppellire.
L’ultimo uomo col quale era riuscito a parlare in quei boschi, un veterano brizzolato, un Seanchan alla guida di cento picchieri dell’Amadicia, gli aveva dato le indicazioni per raggiungere Chianmai. Davanti a sé, Varek individuò dei cavalli legati agli alberi, e gli uomini a piedi. Forse avrebbero potuto dargli altre indicazioni. E lui avrebbe ricambiato con una bella strigliata per come se ne stavano lì impassibili, mentre intorno infuriava la battaglia.
Quando andò da loro, si dimenticò della sfuriata. Aveva trovato quello che cercava, anche se non era quello che voleva trovare. Una decina di cadaveri bruciati erano stesi in fila. Uno, il volto dalla pelle ambrata ancora intatto, era Chianmai. I sopravvissuti erano tutti stranieri, genti di Tarabon, Amadicia e Altara. Alcuni di loro erano feriti. La sola Seanchan era una sul’dam dal volto teso che consolava una damane in lacrime.
«Che è successo qui?» domandò Varek. Gli Asha’man non gli parevano tipi da lasciare dei superstiti. Forse la sul’dam aveva avuto la meglio.
«Follia, mio signore.» Un grosso Tarabonese spinse via l’uomo che gli stava spalmando un unguento sulle ustioni del braccio sinistro. La manica era bruciata fino al pettorale, eppure nonostante le bruciature l’energumeno non faceva neppure una smorfia. Il suo velo in maglia d’acciaio pendeva da un angolo dell’elmo conico con la piuma rossa, lasciando scoperto un volto duro con folti baffi grigi che quasi nascondevano la bocca, e lo sguardo era abbastanza diretto da risultare oltraggioso. «Un gruppo di Illianesi, ci sono piombati addosso senza che ce ne accorgessimo. All’inizio andava tutto bene. Non c’era nessun giubbanera con loro. Lord Chianmai, lui ci ha guidati con coraggio, e la... la donna... ha incanalato i fulmini. Poi, proprio quando gli Illianesi si sono dati alla fuga, i fulmini, i fulmini hanno colpito anche noi.» Si interruppe con uno sguardo significativo rivolto alla sul’dam.
Lei scattò subito in piedi, agitò la mano libera chiusa in un pugno e avanzò impetuosa contro il Tarabonese tendendo al massimo il guinzaglio attaccato al polso dell’altra mano. La sua damane giaceva a terra e piangeva. «Non voglio sentire nemmeno una parola contro Zakai da questo cane!
Lei è una brava damane! Una brava damane!»
Varek fece un gesto rassicurante verso la donna. Aveva visto sul’dam che facevano ululare di dolore le damane disobbedienti, e in rare occasioni le aveva viste storpiare quelle più recalcitranti, ma quasi tutte avrebbero reagito con rabbia persino contro uno del Sangue, se avesse denigrato una delle loro favorite. Quel Tarabonese non era del Sangue e, a giudicare dall’aspetto, la tremante sul’dam era pronta a ucciderlo. Se quell’uomo avesse espresso chiaramente la ridicola accusa che aveva solo insinuato, Varek credeva che la sul’dam l’avrebbe ammazzato lì su due piedi.
«Le preghiere per i morti devono attendere» disse bruscamente. Quello che stava per fare poteva anche consegnarlo nelle mani dei Cercatori, ma lì non era rimasto in vita neppure un Seanchan, a parte la sul’dam. «Adesso assumo io il comando. Dobbiamo abbandonare gli scontri e andare a sud.»
«Abbandonare gli scontri!» abbaiò il Tarabonese dalle spalle larghe. «Ci vorranno giorni per abbandonare gli scontri! Gli Illianesi combattono come tassi messi in un angolo, e i Cairhienesi come furetti chiusi in una scatola. I Tarenesi, loro non sono duri come avevo sentito, ma magari c’è una decina di questi Asha’man, no? Non so più nemmeno dove sono finiti tre quarti dei miei uomini, in questo lupanare!» Incoraggiati dal suo esempio, anche gli altri cominciarono a protestare.
Varek li ignorò. Ed evitò di chiedere cosa fosse un ‘lupanare’; guardando l’intrico della boscaglia tutto intorno, sentendo il clamore della battaglia, i boati delle esplosioni e il crepitare dei fulmini, poteva immaginarlo. «Raccogli i tuoi uomini e comincia la ritirata» disse ad alta voce, interrompendo le loro chiacchiere. «Non troppo in fretta, muovetevi all’unisono.» Gli ordini che Miraj aveva dato a Chianmai dicevano ‘alla massima velocità’ — Varek li aveva imparati a memoria, in caso succedesse qualcosa alla copia che portava nelle bisacce da sella — ma agendo ‘alla massima velocità’ adesso si sarebbero lasciati indietro metà degli uomini, per la gioia del nemico che li avrebbe maciullati. «Forza! Ricorda che combattete per l’Imperatrice, che possa vivere in eterno!»
L’ultima frase era di quelle che si dicevano alle reclute fresche di leva, eppure quegli uomini scattarono come se li avesse colpiti col frustino. Dopo una serie di inchini rapidi e profondi, con le mani sulle ginocchia, quasi volarono verso i cavalli. Strano. Adesso a lui toccava trovare le unità seanchan. Alla guida di una di queste ci sarebbe di sicuro stato qualcuno con un grado superiore al suo, e Varek avrebbe potuto passargli la responsabilità.
La sul’dam era in ginocchio e carezzava i capelli della damane ancora in lacrime e le cantava una melodia in tono sommesso. «Cerca di calmarla» le disse Varek. Alla massima velocità. E gli era anche parso di vedere una nota di ansia nello sguardo di Miraj. Cosa poteva rendere ansioso Kennar Miraj? «Credo che a sud dipenderemo da voi sul’dam.» Ora, cosa c’era in quella frase per giustificare l’improvviso pallore della donna?
Bashere era appena dietro il limitare del bosco, accigliato per quello che vedeva attraverso la visiera dell’elmo. Il suo baio gli toccò una spalla con il muso. Bashere teneva chiuso il mantello contro il vento. Ma per evitare che si muovesse e attirasse l’attenzione, non per il freddo che pure gli mordeva le carni. A confronto coi venti della Saldea, quella sembrava una brezza primaverile, ma i mesi passati in quelle terre meridionali lo avevano rammollito. Il sole, lucente tra le nuvole grigie che scorrevano veloci, non era ancora arrivato al picco di mezzogiorno. E si trovava davanti a lui. Si poteva cominciare una battaglia rivolti verso ovest, ma non era detto che la si finisse in quella stessa direzione. Di fronte a lui si stendeva un ampio pascolo dove greggi di capre bianche e nere brucavano l’erba marrone con gran naturalezza, come se tutto intorno a loro non stesse imperversando la battaglia. Anche se lì non ce n’erano segni. Per il momento. Un uomo rischiava di essere fatto a pezzi attraversando quel prato. E tra gli alberi, che si trattasse di una foresta, un oliveto o un boschetto, non sempre si riusciva a vedere il nemico prima di ritrovarselo addosso, nonostante gli esploratori.
«Se dobbiamo attraversare,» mormorò Gueyam, passandosi la grande mano sulla testa calva «allora facciamolo. In nome della Luce, stiamo perdendo tempo.» Amondrid chiuse di scatto la bocca; probabilmente il Cairhienese dalla faccia simile a una luna piena stava per dire più o meno la stessa cosa. Ma avrebbe appoggiato le parole di un Tarenese quando i cavalli avessero cominciato ad arrampicarsi sugli alberi.