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Jeordwyn Semaris sbuffò. Quell’uomo avrebbe dovuto farsi crescere la barba per nascondere la sua mascella così aguzza. Lo faceva somigliare al cuneo di un boscaiolo. «Io dico di fare il giro» mormorò. «Ho già perso abbastanza uomini per colpa di quelle damane maledette dalla Luce e...»

Lasciò a metà la frase, con uno sguardo nervoso verso Rochaid.

Il giovane Asha’man se ne stava in disparte, con un’espressione tirata, e passava le dita sulla spilla del drago che aveva sul colletto. Forse chiedendosi se ne valeva davvero la pena, a giudicare dal suo aspetto. Non aveva più quella sua aria saccente, era solo torvo e preoccupato.

Tirando Rapido per le redini, Bashere andò verso l’Asha’man e si allontanò dagli altri insieme a lui. Dovette spingerlo. Rochaid si accigliò, e andò con riluttanza. Era abbastanza alto da torreggiare su Bashere, ma per il Saldeano questo non aveva nessuna importanza.

«Posso contare sulla tua gente la prossima volta?» chiese, tirandosi un baffo per l’irritazione. «Senza ritardi?» Rochaid e gli altri parevano diventare sempre più lenti a reagire ogni volta che si trovavano contro le damane.

«So quello che faccio, Bashere» ruggì il ragazzo. «Non ne stiamo uccidendo abbastanza, secondo te? Da quello che posso vedere, ce l’abbiamo quasi fatta!»

Il maresciallo generale annuì lentamente. Non per quell’ultima frase.

C’erano ancora tanti soldati nemici, quasi dappertutto se uno si sforzava di guardare bene. Ma era vero che ne erano morti un bel po’. Bashere aveva adattato i suoi spostamenti in base a quello che aveva studiato sulle Guerre Trolloc, in cui le forze della Luce erano raramente alla pari con quelle del nemico. Colpire ai fianchi e fuggire. Colpire le retrovie e fuggire. Colpire e fuggire, e quando il nemico si lanciava all’inseguimento, raggiungere il terreno scelto sin da prima, dove i legionari erano schierati con le balestre, per poi girarsi e attaccare finché non arrivava il momento di ricominciare a fuggire. O finché il nemico non si disperdeva. E già solo in quel giorno, Bashere aveva fatto disperdere Tarabonesi, soldati dell’Amadicia e dell’Altara e i Seanchan con le loro strane armature. Aveva visto più nemici morti che in qualsiasi altro scontro sin dalla Neve di Sangue. Ma se lui aveva gli Asha’man, dall’altra parte c’erano le damane. Un buon terzo dei suoi Saldeani giacevano morti lungo i chilometri che lui si era lasciato alle spalle.

Complessivamente, erano morti quasi metà degli uomini sotto il suo comando, e lì fuori c’erano ancora altri Seanchan con le loro donne maledette, e Tarabonesi, Altarani e Amadiciani. Continuavano ad arrivare, non appena lui aveva finito con un plotone nemico ne arrivava un altro. E gli Asha’man cominciavano a... esitare.

Dopo esser balzato in sella a Rapido, Bashere tornò da Jeordwyn e gli altri. «Facciamo il giro» ordinò, ignorando allo stesso modo il cenno di assenso di Jeordwyn e gli sguardi torvi di Gueyam e Amondrid. «Triplicate il numero degli esploratori. Voglio tenere un passo serrato, ma preferisco non inciampare in una damane.» Nessuno rise.

Rochaid aveva raccolto intorno a sé gli altri cinque Asha’man, uno solo dei quali portava la spada d’argento appuntata sul collare. Quel mattino ce n’erano anche altri due senza nessuna spilla, ma se gli Asha’man sapevano come uccidere, lo sapevano anche le damane. Rochaid agitava le braccia con rabbia, sembrava stesse discutendo coi suoi uomini. Il ragazzo era paonazzo, gli altri cocciutamente inespressivi. Bashere sperava solo che Rochaid riuscisse a non farli disertare. Quel giorno era già stato abbastanza arduo, non c’era bisogno di aggiungere il pericolo di uomini del genere che vagavano incontrollati.

Cadeva una pioggia leggera. Rand guardava accigliato le dense nuvole nere che si raccoglievano nel cielo, cominciando già a oscurare un sole pallido ormai a metà strada nella sua discesa verso l’orizzonte. Per il momento la pioggia era leggera, ma si sarebbe ingrossata proprio come quelle nuvole! Irritato, Rand tornò a studiare il territorio davanti a sé. La Corona di Spade gli punzecchiava le tempie. Con il Potere a riempirlo, vedeva quella zona chiaramente come se fosse una mappa. Più o meno. Le colline cominciavano ad abbassarsi, alcune coperte di boschetti o alberi di ulivo, altre di erba o solo di pietra e sterpaglie. Ebbe l’impressione che qualcosa si muovesse sul limitare di un bosco ceduo, poi di nuovo tra gli alberi di un oliveto su un’altra collina a un chilometro e mezzo da quel bosco. Ma un’impressione non era sufficiente. I chilometri di terreno alle sue spalle erano cosparsi di morti, di nemici morti. Anche donne, lo sapeva, ma si era tenuto lontano dai cadaveri di sul’dam e damane, si era rifiutato di vedere i loro volti. Quasi tutti pensavano che fosse per odio verso chi aveva ucciso così tanti dei suoi seguaci.

Tai’daishar fece qualche passo sulla cima della collina prima che Rand lo fermasse con un deciso movimento delle redini e stringendogli le ginocchia sui fianchi. Bella cosa se una damane individuava i suoi movimenti. I pochi alberi all’intorno non potevano nascondere granché. Rand si rese vagamente conto che non ne conosceva neppure uno. Tai’daishar scrollò il capo. Rand infilò lo Scettro del Drago nelle bisacce da sella, ne fuoriusciva solo l’impugnatura istoriata, per tenere entrambe le mani libere e poter meglio controllare il castrone. Poteva togliere la stanchezza al cavallo con saidin, ma non era capace di costringerlo a obbedire con il Potere.

Non capiva come Tai’daishar avesse ancora energie. Lui era pieno di saidin, se lo sentiva ribollire dentro, ma il suo corpo — che percepiva come distante da sé — gli pareva pronto ad accasciarsi esausto. In parte era dovuto alla grande quantità di Potere che aveva maneggiato nel corso della giornata. In parte alla lotta per spingere saidin a fare quello che lui voleva. Saidin doveva sempre essere conquistato, costretto, ma mai era stato così resistente. Le ferite parzialmente guarite e incurabili che aveva sul fianco sinistro erano un’agonia, quella più vecchia sembrava una trivella che cercava di perforare la superficie del Vuoto, la più recente un incendio di fiamme crudeli.

«È stato un incidente, mio lord Drago» disse Adley all’improvviso. «Lo giuro!»

«Stai zitto e guarda» gli rispose duramente Rand. Lo sguardo di Adley sprofondò per un attimo sulle redini che teneva tra le mani, poi il ragazzo si tolse dal viso i capelli bagnati e alzò di scatto la testa per obbedire.

Quel giorno, lì, controllare saidin era più difficile che mai, ma lasciarselo sfuggire era letale, sempre e ovunque. Adley se l’era lasciato sfuggire, e molti uomini erano stati uccisi da selvagge esplosioni di fuoco, non solo gli Amadiciani ai quali lui aveva mirato, ma anche quasi trenta degli armigeri di Ailil e altrettanti di quelli di Anaiyella.

Se non fosse stato per quell’errore, Adley sarebbe stato con Morr, nei boschi un chilometro a sud insieme ai Compagni. Narishma e Hopwil erano con i Difensori, a nord. Rand voleva tenere d’occhio Adley. Si erano verificati altri ‘incidenti’, senza che lui lo sapesse? Non poteva controllare sempre tutti. Il volto di Flinn era cupo come quello di un vecchio cadavere, e Dashiva, tutt’altro che vago, sembrava sudare per la concentrazione.

Continuava a mormorare tra sé, a voce così bassa che Rand non riusciva a sentirlo nonostante il Potere, ma si asciugava continuamente la pioggia dal viso con uno zuppo fazzoletto di lino dai bordi merlettati che col passar del giorno si era fatto sempre più sudicio. Rand non credeva che qualcuno di loro si fosse lasciato sfuggire saidin. In ogni caso, né loro né Adley avevano più afferrato il Potere. Né lo avrebbero afferrato senza un suo ordine.

«È finita?» gli chiese da dietro Anaiyella.

Senza più curarsi di chi poteva vederlo, Rand fece girare Tai’daishar per poterla guardare. La Tarenese sobbalzò in sella, e il cappuccio del suo mantello riccamente decorato le ricadde sulle spalle. Le guizzò un muscolo in una guancia. Gli occhi sembravano pieni di paura, o di odio. Al suo fianco, Ailil teneva con calma le redini nelle mani coperte dai guanti rossi.