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«Che altro puoi volere?» chiese la donna più piccola con voce fredda.

Una lady che si comportava cortesemente con un servo. A malapena. «Se le dimensioni di una vittoria si basano sul numero dei nemici morti, credo che la sola giornata di oggi sia sufficiente a far entrare il tuo nome nella storia.»

«Ho intenzione di respingere i Seanchan verso il mare!» scattò Rand.

Per la Luce, doveva finirli adesso che ne aveva l’occasione! Non poteva combattere contemporaneamente contro i Seanchan, i Reietti e solo la Luce sapeva chi o cos’altro! «L’ho già fatto, e lo rifarò!»

Hai il Corno di Valere nascosto in una tasca questa volta? , chiese scaltro Lews Therin. Rand gli ruggì mentalmente contro.

«C’è qualcuno più sotto» disse all’improvviso Flinn. «Viene da ovest, e cavalca verso di noi.»

Rand fece girare di nuovo il cavallo. I Legionari circondavano i fianchi della collina, anche se erano nascosti così bene che di rado si intravedeva una giubba blu. Nessuno di loro aveva un cavallo. Chi poteva essere il cavaliere che stava arrivando?

Il baio di Bashere trottò sul pendio quasi come se fosse un terreno pianeggiante. L’elmo penzolava dalla sella, e il Saldeano sembrava stanco.

Senza preamboli, parlò con voce piatta. «Qui abbiamo finito. Parte della capacità di combattere sta nel sapere quando andar via, ed è arrivato il momento. Mi sono lasciato dietro quasi cinquecento morti, e due dei tuoi Soldati come condimento. Ne ho mandati altri tre a cercare Semaradrid, Gregorin e Weiramon e a dirgli di venire subito da te. Dubito che siano in condizioni migliori delle mie. E a quanto ammonta il conto del tuo macellaio?»

Rand ignorò la domanda. I suoi morti superavano quelli di Bashere per quasi duecento unità. «Non avevi diritto di mandare ordini agli altri. Finché resteranno vivi cinque o sei Asha’man — finché resterò vivo io! — la nostra forza è sufficiente! Ho intenzione di trovare ciò che resta dell’esercito seanchan e distruggerlo, Bashere. Non permetterò che aggiungano l’Altara a Tarabon e Amadicia.»

Bashere si passò le nocche sui folti baffi con una risata beffarda. «Li vuoi trovare. Guarda laggiù.» Indicò con una mano guantata le colline a ovest. «Non so indicarti il punto in particolare, ma ci sono dieci, forse quindicimila soldati nemici abbastanza vicini da poterli vedere, se non ci fossero quegli alberi. Ho dovuto danzare con il Tenebroso per arrivare da te senza che mi scoprissero. Ci saranno un centinaio di damane. Forse di più. E di sicuro ne stanno arrivando altre, insieme ad altri soldati. A quanto pare il loro generale ha deciso di concentrarsi su di te. Immagino che essere un ta’veren non sia sempre rose e fiori...»

«Se sono lì...» Rand scrutò le colline. La pioggia era diventata più forte.

Dove aveva visto quei movimenti prima? Per la Luce, quanto era stanco.

Saidin continuava a martellarlo. E lui, senza rendersene conto, sfiorò l’involto infilato sotto la cinghia della staffa. La mano scattò via, come muovendosi da sola. Diecimila, forse persino quindicimila... Quando fosse arrivato Semaradrid, e Gregorin, e Weiramon... Cosa ancor più importante, quando fossero arrivati gli Asha’man rimasti in vita... «Se sono lì, è lì che li distruggerò, Bashere. Lì colpirò da ogni lato, come avevamo pianificato all’inizio.»

Accigliato, il maresciallo generale fece avvicinare il cavallo fin quasi a sfiorare le ginocchia di Rand con le sue. Flinn si allontanò, ma Adley era troppo concentrato a guardare attraverso la pioggia per accorgersi di quello che succedeva così vicino, e Dashiva, che continuava ad asciugarsi senza sosta il viso, fissava con aperto interesse. Bashere abbassò la voce a un mormorio. «Non stai ragionando. Quello era un buon piano, all’inizio, ma il loro generale pensa in fretta. Ha fatto allargare i suoi uomini per vanificare i nostri attacchi e impedirci di accerchiarlo. Gli abbiamo comunque inflitto grandi perdite, a quanto pare, e adesso lui sta rimettendo insieme le forze. Non lo coglierai di sorpresa. Lui vuole che tu gli vada contro. È lì che ti aspetta. Con o senza gli Asha’man, se andiamo faccia a faccia con quel tizio temo che gli avvoltoi ingrasseranno e nessuno tornerà a casa.»

«Nessuno sta faccia a faccia col Drago Rinato» ruggì Rand. «Persino i Reietti potrebbero dirlo a questo generale, chiunque egli sia. Ho ragione, Flinn? Dashiva?» Flinn annuì incerto. Dashiva trasalì. «Credi che non lo possa cogliere di sorpresa, Bashere? Guarda!» Liberò l’involto dalla cinghia e strappò via il panno che lo avvolgeva, poi ascoltò gli uomini sussultare quando le gocce di pioggia si riflessero su una spada che pareva fatta di cristallo. La spada che non è una spada. «Vediamo se Callandor nelle mani del Drago Rinato può coglierlo di sorpresa, Bashere.»

Con la spada trasparente poggiata nella piega di un braccio, Rand fece avanzare Tai’daishar di qualche passo. Non ce n’era motivo. Non aveva guadagnato una visuale migliore. Solo che... Qualcosa si stendeva come una ragnatela sulla superficie esterna del Vuoto, una tremolante ragnatela nera. Rand aveva paura. L’ultima volta che aveva usato Callandor, che l’aveva usata davvero, aveva cercato di riportare in vita i morti. Si era sentito sicuro di poter fare qualsiasi cosa, all’epoca, qualsiasi cosa. Come i pazzi che pensano di poter volare. Ma lui era il Drago Rinato. Poteva davvero fare qualsiasi cosa. Non lo aveva dimostrato più e più volte? Si protese verso la Fonte attraverso la spada che non è una spada.

Saidin parve balzare in Callandor prima ancora che lui avesse tempo di toccare la Fonte. Dal pomello dell’elsa alla punta della lama, la spada di cristallo si accese di una luce bianca. Prima Rand si sbagliava quando aveva creduto di essere pieno di Potere. Adesso ne conteneva più di quanto potessero maneggiarne senza supporto dieci uomini, cento uomini; non sapeva nemmeno quanti. I fuochi del sole; che gli incendiavano la testa. Il freddo di tutti gli inverni di tutte le Epoche, che gli mangiavano il cuore. In quel torrente, la contaminazione era come tutte le fosse nere del mondo riversate nella sua anima. Saidin cercava ancora di ucciderlo, di sfuggirgli, di bruciarlo, di raggelarlo, di eliminare ogni suo frammento, ma Rand combatteva, e visse per un altro istante, e poi un altro, e un altro ancora.

Gli venne da ridere. Adesso sì che poteva fare qualsiasi cosa.

Una volta, brandendo Callandor, aveva creato un’arma capace di trovare la progenie dell’Ombra in tutta la Pietra di Tear, di colpire il nemico e fulminarlo ovunque fosse, ovunque fuggisse. Di sicuro poteva usare qualcosa del genere anche adesso. Ma quando invocò Lews Therin, ebbe in risposta solo dei gemiti angosciati, come se quella voce incorporea temesse il dolore inflitto da saidin.

Con Callandor che gli splendeva in mano — non ricordava nemmeno quando se l’era sollevata sopra la testa — Rand fissò le colline dove si nascondevano i suoi nemici. Erano grigie adesso, con la pioggia sempre più forte e le dense nuvole nere che coprivano il sole. Com’era quella frase che aveva detto a Eagan Padros?

«Io sono la tempesta» sussurrò — un urlo nelle sue orecchie, un ruggito — per poi incanalare.

Nel cielo, le nuvole ribollirono. Quelle che erano nere come fuliggine assunsero il colore della mezzanotte più buia. Rand non sapeva cosa stesse incanalando. Succedeva spesso, malgrado gli insegnamenti di Asmodean.

Forse Lews Therin lo stava guidando, nonostante quei suoi gemiti. I flussi di saidin si avvolsero nel cielo, Vento e Acqua e Fuoco. Fuoco. Dal cielo piovvero letteralmente fulmini. Cento saette per volta, centinaia di saette per volta, lance biforcute bianche e azzurre che si abbattevano rapide al suolo. Le colline davanti a lui esplosero. Alcune si sgretolarono sotto il torrente di fulmini come formicai presi a calci. Il fuoco si accese nei boschi, alberi trasformati in torce sotto la pioggia, fiamme che correvano tra gli oliveti.