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Qualcosa lo colpì forte, e Rand si accorse che stava provando a rialzarsi da terra. La corona gli era caduta dalla testa. Callandor ancora riluceva nella sua mano, tuttavia. Era vagamente consapevole di Tai’daishar che si dibatteva ai suoi piedi, tremante. E così pensavano di contrattaccare, eh?

Spingendo in alto Callandor, Rand urlò contro i nemici. «Venite, se avete coraggio! Io sono la tempesta! Vieni, se hai coraggio, Shai’tan! Io sono il Drago Rinato!» Un migliaio di fulmini sfrecciarono sfrigolando dalle nuvole.

E di nuovo qualcosa lo fece finire a terra. Rand provò ancora una volta a rialzarsi. Callandor, sempre splendente, giaceva a un passo dalla sua mano protesa. Il cielo era scosso dai fulmini. All’improvviso lui si rese conto che il peso che sentiva addosso era Bashere, e il Saldeano lo stava scuotendo.

Doveva essere stato lui a buttarlo giù!

«Smettila!» urlò il maresciallo generale. Il sangue gli si apriva a ventaglio sul viso uscendo da una ferita alla testa. «Ci stai uccidendo tutti!

Smettila!»

Rand si girò, e un’occhiata fu sufficiente a stordirlo. I fulmini divampavano tutto intorno, in ogni direzione. Una saetta si abbatté sul fianco opposto della collina, dove c’erano Denharad e i due gruppi di armigeri, e da lì si levarono le urla degli uomini e i nitriti dei cavalli. Anaiyella e Ailil erano in piedi e cercavano inutilmente di placare le loro due cavalcature, che si impennavano, ruotavano gli occhi e cercavano di liberarsi dalle redini.

Flinn era piegato su qualcuno, non lontano da un cavallo morto con le zampe già irrigidite.

Rand lasciò andare saidin. Lo lasciò andare, ma per un attimo saidin continuò a fluire in lui, e i fulmini imperversarono. Poi quel flusso diminuì, cessò e scomparve. Al suo posto, arrivò l’ondata delle vertigini. Il cuore gli batté tre volte mentre lui continuava a vedere due Callandor lucenti sul terreno e i fulmini non la smettevano di cadere. Poi calò il silenzio, interrotto solo dal crescente tamburellare della pioggia. E dalle urla che venivano da dietro la collina.

Lentamente, Bashere gli si tolse di dosso, e Rand si alzò da solo su gambe malferme, sbattendo le palpebre mentre la vista gli tornava normale. Il Saldeano lo guardava come se avesse davanti un leone rabbioso, e teneva una mano sopra l’elsa della spada. Anaiyella vide Rand di nuovo in piedi e svenne; il suo cavallo fuggì via, con le redini penzolanti. Ailil, che ancora si sforzava di calmare il suo animale imbizzarrito, lanciò a Rand appena qualche occhiata. Lui per il momento lasciò Callandor dove si trovava.

Non era sicuro di avere di coraggio per raccoglierla. Non ancora.

Flinn si raddrizzò, scuotendo il capo, poi rimase in silenzio mentre Rand barcollando andava a mettersi accanto a lui. La pioggia cadeva sugli occhi ormai ciechi di Jonan Adley, che sporgevano in una maschera di orrore.

Jonan era stato uno dei primi. Le urla da dietro la collina sembravano tagliare in due la pioggia. Quanti altri?, si chiese Rand. Tra i Difensori? Tra i Compagni? Tra...

La pioggia spessa come un sipario nascondeva le colline tra le quali era appostato l’esercito dei Seanchan. Li aveva almeno colpiti, con quel suo folle e cieco attacco? O erano ancora tutti lì, in attesa, insieme alle loro damane? In attesa di vedere quanti altri dei suoi seguaci Rand poteva uccidere al posto loro.

«Posiziona le guardie che ritieni necessarie» disse Rand a Bashere. La sua voce era di ferro. Uno dei primi. Il suo cuore era di ferro. «Quando arriveranno Gregorin e gli altri, Viaggeremo più in fretta possibile verso il posto dove ci aspettano i carri.» Bashere annuì senza parlare, e andò via sotto la pioggia.

Ho perso, pensò debolmente Rand. Sono il Drago Rinato, ma per la prima volta ho perso.

All’improvviso Lews Therin gli esplose dentro, lasciando da parte tutte le sue scaltre frecciatine. Io non sono mai stato sconfitto, ruggì. Io sono il Signore del Mattino! Nessuno mi può sconfiggere.

Rand si sedette sotto la pioggia, rigirandosi la Corona di Spade tra le mani, guardando Callandor nel fango. E lasciò esplodere la rabbia di Lews Therin.

Abaldar Yulan piangeva, lieto per l’acquazzone che nascondeva le sue lacrime. Qualcuno doveva dare l’ordine. Prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto scusarsi con l’Imperatrice, che potesse vivere in eterno, e forse con Suroth prima ancora. Ma non era per questo che lui piangeva, e nemmeno per la morte di un commilitone. Strappandosi con forza una manica dalla giubba, la poggiò sugli occhi aperti di Miraj affinché non ci battesse sopra la pioggia.

«Inviate l’ordine di ritirata» comandò Yulan, e vide trasalire gli uomini intorno a sé. Per la seconda volta su quelle spiagge, l’Esercito Sempre Vittorioso aveva subito una devastante sconfitta, e Yulan credeva di non essere l’unico a piangere.

25

Uno sgradito ritorno

Seduta dietro il suo scrittoio dorato, Elaida sfiorava con le dita l’avorio scurito dagli anni di una statuina che rappresentava uno strano uccello col becco lungo quanto tutto il corpo, e intanto ascoltava con un certo divertimento le sei donne in piedi dall’altro lato del tavolo. Le Adunanti delle sei Ajah si guardavano furtivamente in cagnesco, strusciavano i piedi nelle scarpette sul tappeto dai colori accesi che copriva gran parte del pavimento in piastrelle rosso scuro, davano strattoni agli scialli decorati con ricami di viticci facendone danzare la frangia colorata e, in generale, sembravano un gruppetto di stizzose servitrici che avrebbero voluto avere il coraggio di saltare una alla gola dell’altra in presenza della loro padrona. I riquadri di vetro delle finestre erano coperti di brina, così era quasi impossibile vedere la neve che vorticava all’esterno, ma di tanto in tanto si udiva il vento che ululava con gelida rabbia. Elaida si sentiva piuttosto riscaldata, e non solo per i grossi ciocchi di legno che ardevano nel camino di marmo bianco.

Che quelle donne lo sapessero o meno — be’, Duhara lo sapeva di sicuro, e forse anche qualcun’altra — lei era davvero la loro padrona. L’elaborato orologio coperto d’oro che Cemaile stessa aveva commissionato ticchettava scandendo il tempo. Alla fine, l’antico sogno di Cemaile si sarebbe avverato: la Torre restituita alla sua gloria. E ben salda nelle abili mani di Elaida do Avriny a’Roihan.

«Non è mai stato trovato un ter’angreal che possa ‘controllare’ una donna che incanala» disse Velina con una voce fredda e precisa ma acuta quasi come quella di una ragazzina, una voce che si addiceva ben poco al suo naso adunco come il becco di un’aquila e ai penetranti occhi oblunghi. Era l’Adunante delle Bianche, ed era il perfetto modello di un’Aes Sedai Bianca, in tutto tranne che nel fervore del suo portamento. Il suo semplice e candido vestito sembrava rigido e freddo. «E ne sono stati trovati pochissimi che svolgano la funzione di una donna che incanala. Quindi, secondo logica, se mai si dovesse trovare un ter’angreal del genere, o più d’uno, per quanto la cosa sia improbabile, non potrebbero comunque essercene a sufficienza per controllare più di due o tre donne al massimo. Ne consegue che i rapporti su questi cosiddetti Seanchan sono largamente esagerati.

Non nego che questo popolo abbia preso Ebou Dar, Amador e forse qualche altra città, ma sono chiaramente solo una creazione di al’Thor, forse per spaventare la gente perché si muova in gregge verso di lui. Come quel suo Profeta. È una semplice questione di logica.»

«Sono molto lieta che almeno non neghi i fatti di Amador ed Ebou Dar, Velina» disse seccamente Shevan. E sapeva davvero essere secca. Alta come la maggior parte degli uomini, nonché magra come un chiodo, l’Adunante delle Marroni aveva un volto spigoloso con il mento lungo, tutt’altro che abbellito dalla matassa di capelli ricci. Si sistemò lo scialle con dita ossute simili a zampe di ragno, lisciò le gonne di scura seta dorata, e parlò con un pungente tono divertito. «Io sono a disagio quando si tratta di decidere cosa e possibile e cosa no. Per esempio, non molto tempo fa, tutti ‘sapevano’ che solo uno schermo intessuto da una sorella poteva impedire a un’altra donna di incanalare. Poi arriva una semplice erba, la radice biforcuta, e chiunque ti può offrire un tè che ti lascia assolutamente incapace di incanalare per ore. Utile con le selvatiche indisciplinate o in occasioni del genere, suppongo, ma è stata una piccola e brutta sorpresa per chi credeva di sapere tutto, no? Forse tra un po’ qualcuno imparerà di nuovo a costruire i ter’angreal.»