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Elaida strinse le labbra. Non le interessavano le cose impossibili, e se nessuna sorella era riuscita a recuperare quell’arte in tremila anni di tentativi, allora nessuna l’avrebbe mai fatto, e non c’era altro da aggiungere. La sua rabbia era dovuta alle informazioni che le erano sfuggite di mano mentre lei voleva tenerle segrete. Nonostante tutti i suoi sforzi, ogni singola iniziata della Torre era ormai venuta a sapere della radice biforcuta. E a nessuna di loro la notizia era piaciuta. A nessuna piaceva sapersi improvvisamente vulnerabile contro chiunque conoscesse le erbe e avesse un po’ di acqua calda. Quella notizia era peggio del veleno, come era chiaro guardando le Adunanti.

Sentendo parlare di quell’erba, i grandi occhi scuri di Duhara si fecero nervosi, e la donna dal volto ramato si irrigidì ancor più del solito, le mani avvinghiate su gonne rosse così scure che parevano quasi nere. Sedore addirittura deglutì, e le dita si strinsero sulla cartella di pelle lavorata che Elaida le aveva consegnato, nonostante la Gialla dal viso rotondo di solito mostrasse una gelida eleganza. Andaya tremava! E si avvolse convulsamente addosso lo scialle dalla frangia grigia.

Elaida si chiese cosa avrebbero fatto se avessero appreso che gli Asha’man avevano riscoperto come Viaggiare. Già adesso erano a malapena in grado di parlare di quegli uomini. Almeno era riuscita a non far diffondere quella notizia al di fuori di una manciata di sorelle.

«Credo faremmo meglio a preoccuparci per le cose che sappiamo essere vere, no?» disse con fermezza Andaya, di nuovo padrona di sé stessa. I capelli castano chiari, spazzolati fino a risplendere, fluivano lungo la schiena e il vestito blu screziato d’argento era tagliato secondo lo stile andorano, ma l’accento di Tarabon era ancora forte nella sua parlata. Pur non essendo particolarmente bassa o magra, a Elaida ricordava sempre un passero sul punto di saltellare su un ramo. Un aspetto poco probabile per una negoziatrice, che però si era guadagnata tutta la fama di cui godeva. Sorrise alle altre, in modo poco piacevole, e anche in quel momento sembrò un passero.

Forse era per il modo in cui teneva piegata la testa. «Le ipotesi oziose sono una perdita di tempo. Non ho voglia di sprecare ore preziose cianciando di una presunta logica o chiacchierando su cose che sanno anche gli idioti e le novizie. Qualcuna di voi ha qualcosa di utile da dire?» Le sue parole erano molto più acide del cinguettio di un passero. Velina divenne paonazza, e Shevan si adombrò.

Rubinde storse le labbra rivolta alla Grigia. Forse l’aveva inteso come un sorriso, ma non era molto diverso da una smorfia. Con capelli corvini e occhi come zaffiri, la Mayenese sembrava di solito pronta a camminare attraverso un muro di pietra, e in quel momento, con le mani piazzate sui fianchi, pareva pronta a sfondarne due. «Ci siamo occupate dei problemi che per il momento possiamo risolvere, Andaya. Della maggior parte, almeno. Le ribelli sono bloccate nel Murandy dalla neve, e faremo in modo che il loro inverno sia così bollente che a primavera torneranno strisciando, chiederanno scusa e imploreranno una penitenza. Ci prenderemo cura di Tear non appena scopriremo dov’è finito il Sommo Signore Darlin, e di Cairhien quando avremo stanato Caratine Damodred e Toram Riatin dai loro nascondigli. Al’Thor per adesso ha la corona di Illian, ma stiamo lavorando anche su questo. Quindi, a meno che non abbiate un piano per rapire al’Thor e portarlo alla Torre o per far sparire questi cosiddetti Asha’man, preferirei occuparmi degli affari della mia Ajah.»

Andaya si raddrizzò, le piume tutte arruffate. Anche Duhara serrò gli occhi: sentir parlare di uomini in grado di incanalare le accendeva sempre un fuoco nella testa. Shevan fece schioccare la lingua come per riprendere delle bambine che bisticciavano — anche se era sembrata contenta di vederlo succedere — e Velina si accigliò, convinta chissà perché che Shevan ce l’avesse con lei. La situazione era divertente, ma stava andando fuori dai binari.

«Gli affari delle Ajah sono importanti, figlie.» Elaida non aveva alzato la voce, ma tutte si girarono nella sua direzione. Lei rimise la statuina d’avorio tra le altre della sua collezione in una grande scatola coperta di rose e volute d’oro, aggiustò con cura la posizione dell’astuccio da scrittura e della scatola per la corrispondenza in modo da allineare sul tavolo tutti e tre i contenitori e, quando il silenzio delle Adunanti fu totale, proseguì: «Gli affari della Torre sono più importanti, però. Sono sicura che metterete prontamente in atto i miei decreti. Vedo troppa accidia nella Torre. Temo che Silviana si ritroverà molto occupata se la situazione non migliora in fretta.» Non pronunciò altre minacce. Si limitò a sorridere.

«Come comandi, Madre» mormorarono sei voci, meno ferme di quanto avrebbero voluto le sei donne cui appartenevano. Persino Duhara era pallida in viso quando fece la riverenza insieme alle altre. Già due Adunanti erano state private della loro poltrona, e cinque o sei avevano ricevuto come penitenza diversi giorni di Fatiche — cosa abbastanza umiliante nella loro posizione da essere anche una Mortificazione dello Spirito; Shevan e Sedore di sicuro si adombravano ancora al ricordo fin troppo vivo dei pavimenti strofinati e del lavoro nella lavanderia — ma nessuna era stata mandata da Silviana per la Mortificazione della Carne. E nessuna lo desiderava.

La maestra delle novizie riceveva due o tre visite a settimana da sorelle cui era stata assegnata una penitenza dalle loro Ajah o da loro stesse — le cinghiate, per quanto dolorose, erano molto più rapide rispetto al dover rastrellare per un mese i vialetti del giardino — ma Silviana era notevolmente meno compassionevole con le sorelle che con le novizie e le Ammesse di cui si occupava. Più di un’Aes Sedai avrebbe trascorso i prossimi giorni chiedendosi se un mese di rastrello non era poi in fondo preferibile.

Le sei donne si affrettarono verso la porta, ansiose di andar via. Adunanti o meno, nessuna avrebbe messo piede così in alto nella Torre senza la diretta convocazione di Elaida. Questa, carezzando la stola a strisce, lasciò che il suo sorriso diventasse compiaciuto. Sì, era la padrona nella Torre Bianca. Ed era solo giusto, trattandosi dell’Amyrlin Seat.

Prima che il gruppetto di Adunanti in corsa ebbe raggiunto la porta, il battente di sinistra si aprì ed entrò Alviarin, con la stretta stola bianca da Custode che quasi spariva su un vestito di seta che faceva sembrare sporco quello di Velina.

Elaida sentì che il sorriso le si torceva e cominciava a scivolarle via dal viso. Alviarin aveva un unico foglio di pergamena nella mano affusolata.

Strano, quello che si riusciva a notare in momenti del genere. Quella donna era via da quasi due settimane, sparita dalla Torre senza una parola o un biglietto, senza che nessuno la vedesse partire, ed Elaida aveva cominciato a nutrire dolci pensieri di Alviarin stesa in un banco di neve, o spazzata via dalla corrente di un fiume, il corpo alla deriva sotto la superficie gelata.

Le sei Adunanti, confuse, si fermarono di scatto quando Alviarin non si spostò per farle passare. Nemmeno una Custode potente come Alviarin poteva sbarrare la strada alle Adunanti. Eppure Velina, di solito la donna più controllata di tutta la Torre, trasalì. Alviarin lanciò una sola, fredda occhiata a Elaida, studiò le Adunanti per un momento, e capì tutto.