«Credo che dovresti lasciare quello a me» disse a Sedore con un tono appena più caldo della neve all’esterno. «Come sai, alla Madre piace riflettere con cura sui suoi decreti. Questa non sarebbe la prima volta che cambia idea anche dopo aver apposto la sua firma.» Protese una mano sottile.
Sedore, la cui arroganza era notevole anche per le Gialle, esitò appena prima di darle la cartellina di cuoio.
Elaida digrignò i denti per la furia. Sedore aveva odiato i cinque giorni passati con le braccia fino ai gomiti nell’acqua calda per strofinare i panni.
Elaida avrebbe trovato qualcosa di ancor più sgradevole la prossima volta.
Forse l’avrebbe mandata da Silviana, dopo tutto. O magari a pulire le latrine!
Alviarin si spostò di lato senza dire una parola, e le Adunanti uscirono sistemandosi lo scialle, mormorando tra loro e riconquistando la dignità del loro ruolo. Alviarin chiuse energicamente la porta alle loro spalle e andò verso Elaida sfogliando le pagine nella cartellina. I decreti che lei aveva firmato sperando che Alviarin fosse morta. Ovviamente non si era limitata a sperare. Non aveva parlato con Seaine, in caso qualcuno potesse vederla e dirlo ad Alviarin al suo ritorno, ma di sicuro Seaine stava lavorando secondo le sue istruzioni, risaliva il percorso del tradimento che senza dubbio l’avrebbe portata ad Alviarin Freidhen. Ma Elaida aveva sperato. Oh, quanto aveva sperato.
Alviarin mormorava tra sé mentre frugava nella cartella. «Questo può andare, immagino. Ma questo no. E nemmeno questo. E sicuramente non questo!» Accartocciò un decreto, con la firma e il sigillo dell’Amyrlin Seat, e lo lanciò con spregio sul pavimento. Si fermò accanto alla sedia d’oro di Elaida, con la Fiamma di Tar Valon in pietre di luna in cima all’alto schienale, e sbatté sul tavolo la cartellina e il foglio di pergamena che aveva con sé. Poi schiaffeggiò il volto di Elaida così forte da farle vedere i puntolini neri.
«Credevo che avessimo risolto questa faccenda, Elaida.» La voce di quella donna mostruosa faceva sembrare calda la bufera di neve all’esterno. «So come salvare la Torre dai tuoi errori, e non ti permetterò di farne altri alle mie spalle. Se continui così, stai pur certa che ti farò deporre, quietare e ululare sotto i colpi della frusta davanti a tutte le iniziate e anche alla servitù!»
Con uno sforzo, Elaida riuscì a non portarsi una mano sulla guancia colpita. Non aveva bisogno di uno specchio per sapere che era rossa. Doveva fare attenzione. Seaine non aveva trovato ancora nulla, o sarebbe tornata.
Alviarin poteva andare davanti al Consiglio e rivelare tutto sul disastroso tentativo di rapimento del giovane al’Thor. Sarebbe bastato quello per farla deporre, quietare e frustare, ma Alviarin aveva un’altra freccia al suo arco.
Toveine Gazai era alla guida di cinquanta sorelle e duecento soldati della Guardia della Torre e doveva attaccare una Torre Nera che Elaida, quando aveva dato l’ordine, credeva contenesse non più di due o tre uomini capaci di incanalare. Eppure, malgrado le centinaia di Asha’man — centinaia! Nonostante Alviarin che la guardava freddamente dall’alto in basso, Elaida si sentì annodare lo stomaco al solo pensiero — lei credeva che per Toveine ci fossero ancora speranze. Aveva avuto una Premonizione nella quale la Torre Nera veniva distrutta con fuoco e sangue e le sorelle ne percorrevano il terreno. Di sicuro significava che, in qualche modo, Toveine avrebbe trionfato. Inoltre, il resto di quella Premonizione le aveva detto che la Torre Bianca sarebbe tornata all’antica gloria sotto il suo comando, e che lo stesso al’Thor avrebbe tremato per la sua rabbia. Alviarin aveva sentito le parole uscire fuori dalla sua bocca, quando lei aveva avuto la Premonizione.
E poi le aveva dimenticate, quando aveva cominciato a ricattarla, e non si rendeva conto del suo destino. Elaida aspettava, paziente. Avrebbe ripagato quella donna, restituendole ogni sofferenza triplicata! Ma poteva essere paziente. Per ora.
Senza curarsi di nascondere una smorfia di derisione, Alviarin spinse la cartella da parte e mise davanti a Elaida quel foglio di pergamena. Aprì di scatto l’astuccio verde e d’oro, intinse la penna di Elaida nell’inchiostro e gliela porse bruscamente. «Firma.»
Elaida prese la penna chiedendosi quale follia avrebbe siglato col proprio nome questa volta. Un ulteriore incremento nelle Guardie della Torre, quando le ribelli sarebbero state sistemate prima ancora che i soldati entrassero in azione? Un altro tentativo di costringere le Ajah a rendere pubblico il nome delle sorelle che le guidavano? Quello era stato senza dubbio un fallimento! Quando diede una rapida scorsa sentì un nodo di ghiaccio stringerle il ventre per poi continuare a crescere. Dare a ogni Ajah l’autorità definitiva su qualsiasi sorella che si trovava nei suoi quartieri, anche se apparteneva a un’altra Ajah, era stata finora la peggiore follia — com’era possibile salvare la Torre strappando proprio il tessuto di cui era composta — ma questo...
Il mondo interno ormai sa che Rand al’Thor è il Drago Rinato. Sa che è un uomo in grado di toccare l’Unico Potere. Gli uomini come lui sono sottoposti all’autorità della Torre Bianca da tempo immemore. Il Drago Rinato ha la protezione delle Torre, ma chiunque provi ad avvicinarlo se non tramite la Torre Bianca sarà accusato di tradimento contro la Luce, e sarà maledetto ora e per sempre. Il mondo intero può riposare tranquillo perché sa che la Torre Bianca guiderà il Drago Rinato fino all’Ultima Battaglia e all’inevitabile trionfo.
Automaticamente, senza pensare, Elaida aggiunse ‘della Luce’ dopo ‘trionfo’, ma poi la sua mano si bloccò. Riconoscere pubblicamente al’Thor come il Drago Rinato era tollerabile, visto che lo era davvero, e forse avrebbe portato molti ad accettare le dicerie che lo volevano già in ginocchio al suo cospetto, cosa che si sarebbe rivelata utile, ma per il resto era difficile credere che un danno così grande potesse essere contenuto in così poche parole.
«Che la Luce abbia pietà» sospirò con fervore. «Se questo editto verrà proclamato, sarà impossibile convincere al’Thor che il suo rapimento non era autorizzato dalla Torre.» Sarebbe stato già abbastanza difficile senza l’editto, ma aveva già visto persone convincersi che eventi concreti e reali non si erano invece mai svolti, persino mentre gli eventi in questione erano ancora in atto. «E lui sarà estremamente in guardia contro un altro tentativo. Alviarin, nel migliore dei casi spaventeremo qualche suo seguace abbastanza da farlo allontanare da lui. Nel migliore dei casi!» Molti probabilmente si erano inabissati talmente insieme al Drago che non osavano neppure tentare da soli il viaggio di ritorno. Soprattutto se credevano di essere ormai già maledetti dalla Torre Bianca! «Tanto vale che dia fuoco alla Torre con le mie stesse mani se devo firmare questo foglio!»
Alviarin sospirò, spazientita. «Non hai dimenticato il tuo catechismo, vero? Ripetilo per me, come te l’ho insegnato.»
Le labbra di Elaida si tesero come se fossero dotate di vita propria. Uno dei piaceri dovuti all’assenza di quella donna — non il maggiore, ma comunque molto sentito — era stato non essere più costretta a ripetere ogni giorno quell’odiosa litania. «Farò come mi viene detto» recitò infine, con voce piatta. Ma lei era l’Amyrlin Seat! «Pronuncerò le parole che tu mi dirai di pronunciare, e solo quelle.» La Premonizione voleva il suo trionfo, ma, oh, che la Luce la facesse avverare in fretta! «Firmerò quello che mi dici di firmare, e nient’altro. Io...» Si strozzò su quell’ultima frase. «Io obbedisco alla tua volontà.»
«Mi sembra sia necessario ricordarti quanto tutto ciò è vero» disse Alviarin con un altro sospiro. «Suppongo di averti lasciata sola troppo a lungo.» Batté sulla pergamena un dito perentorio. «Firma.»
Elaida sospirò, trascinando la penna sul foglio. Non poteva fare altro.
Alviarin aspettò a malapena che la punta della penna si sollevasse prima di strappar via l’editto. «Lo sigillerò io stessa» dichiarò andando verso la porta. «Non avrei dovuto lasciare il sigillo dell’Amyrlin in un posto dove potevi trovarlo. Più tardi voglio parlarti. Ti ho decisamente lasciata sola troppo a lungo. Fatti trovare qui quando ritorno.»