Nel corso della sua intera esistenza, il gholam era stato costretto a obbedire a qualche essere umano, ma la sua mente ancora conservava il concetto di assenza di obblighi. Desiderava seguire quelle donne. Il momento della morte, quando sentiva che la capacità di incanalare si spegneva con la vita, era fonte di estasi e rapimento. Ma il gholam aveva anche fame, e c’era tempo. Poteva raggiungere quelle donne, ovunque fossero fuggite. Il sangue da poco versato, il sangue caldo, era necessario per il gholam, ma quello umano aveva sempre il sapore più dolce.
3
Una piacevole cavalcata
Fattorie, pascoli e oliveti coprivano gran parte del terreno intorno a Ebou Dar, ma c’erano anche molte piccole foreste, e sebbene il territorio fosse assai più pianeggiante rispetto alle Colline di Rhannon a sud, era pur sempre ondulato e in alcuni punti si levavano alture di trenta metri o più, abbastanza perché il sole pomeridiano proiettasse lunghe ombre. Tutto considerato, quell’ambiente forniva coperture più che sufficienti per celare a sguardi indesiderati quella che poteva sembrare una bizzarra carovana di mercanti, circa cinquanta persone a cavallo e quasi altrettante a piedi, bizzarra soprattutto per i Custodi che si occupavano di trovare sentieri poco praticati nel sottobosco. Elayne non individuò alcun segno di presenza umana, a parte la manciata di capre che brucavano in cima a qualche collina.
Anche le piante e gli alberi più abituati al caldo cominciavano ad avvizzire e a morire, eppure in un altro momento lei si sarebbe goduta il semplice spettacolo della campagna. Sembrava di essere a migliaia di chilometri di distanza dalla terra che aveva visto cavalcando sull’altra riva dell’Eldar.
Le colline erano sagome strane e nodose, come se una mano immensa e distratta le avesse strizzate insieme. Stormi di uccelli dalle sfumature brillanti si alzavano in volo al loro passaggio, e decine di uccelletti simili a colibrì svolazzavano lontano dai cavalli, gioielli sospesi a mezz’aria con le ali che battevano così velocemente da sembrare macchie sfocate. Qua e là, dai rami degli alberi pendevano viticci spessi come corde, mentre altri alberi avevano gruppi di fronde in cima al posto del fogliame, e cose che sembravano grandi piume verdi alte quanto un uomo. Su una manciata di piante ingannate dal caldo erano spuntati i primi boccioli, rosso accesso e giallo vivido, alcuni grandi il doppio delle sue mani messe insieme. Il profumo era ricco e... ‘voluttuoso’ era la parola che le veniva in mente. Vide dei macigni che, ci avrebbe scommesso, un tempo erano le dita dei piedi di una statua, anche se non capiva perché qualcuno avesse voluto creare una statua così grande di una persona a piedi nudi, poi il loro cammino li portò in una foresta di alberi e spesse pietre scanalate, ceppi di colonne erose dalle intemperie, alcune cadute e da tempo saccheggiate fino alla base dai contadini del posto in cerca di pietre per costruire. Una piacevole cavalcata, malgrado la polvere che gli zoccoli dei cavalli alzavano dal terreno secco.
Il caldo non la infastidiva, ovviamente, e non c’erano molte mosche. Si erano lasciate tutti i pericoli alle spalle: avevano superato i Reietti, e non c’erano possibilità che loro o i loro servitori le potessero raggiungere. Sarebbe stata una piacevole cavalcata, se non...
Tanto per cominciare, Aviendha aveva scoperto che il suo messaggio sui nemici che arrivano quando meno te lo aspetti non era stato consegnato.
All’inizio Elayne aveva provato sollievo per qualsiasi cosa le permettesse di cambiare argomento e non parlare più di Rand. Non era un riaccendersi della gelosia; piuttosto, stava scoprendo di desiderare sempre più ciò che Aviendha aveva condiviso con lui. Non era gelosia. Ma invidia. Avrebbe quasi preferito la gelosia. Poi cominciò ad ascoltare davvero ciò che l’amica le stava dicendo a voce bassa e in tono uniforme, e le si drizzarono i capelli.
«Non puoi fare una cosa del genere» protestò Elayne, portando il suo cavallo più vicino a quello di Aviendha. In realtà, immaginava che la Aiel non avrebbe avuto grandi problemi a malmenare Kurin, ad appenderla per i piedi o a mettere in pratica le altre minacce che andava ripetendo. O meglio, non ne avrebbe avuti se le altre donne del Popolo del Mare non si fossero messe in mezzo. «Non possiamo cominciare una guerra con loro, di sicuro non prima di aver usato la Scodella. E non per un motivo del genere» aggiunse in tutta fretta. «Proprio no.» Non avrebbero assolutamente cominciato una guerra, né prima né dopo aver usato la Scodella. Non potevano cominciare una guerra solo perché le Cercavento si comportavano in modo sempre più dispotico. Solo perché... Elayne trasse un respiro, poi subito riprese a parlare. «Se anche me l’avesse detto, non avrei capito cosa intendevi. Mi rendo conto che non potevi parlare con maggior chiarezza, ma tu devi comprendere la mia posizione.»
Aviendha teneva lo sguardo fisso in avanti, e scacciava distrattamente via le mosche che le ronzavano intorno al viso. «Le avevo raccomandato di dirtelo» brontolò. «Gliel’avevo raccomandato! E se ci fosse stata un’Anima dell’Ombra su quella torre? Se fosse riuscita a varcare il passaggio e vi avesse colto di sorpresa? E se...» Rivolse a Elayne un improvviso sguardo pieno di desolazione. «Morderò il mio pugnale,» disse con tristezza «ma mi brucerà lo stomaco.»
Elayne stava per dirle che ingoiare la rabbia era la cosa giusta da fare, e che il boccone poteva essere grosso quanto le pareva purché non lo rovesciasse addosso alle Atha’an Miere — era questo il senso di quel discorso su fegato e pugnale —, ma prima che lei potesse aprir bocca, Adeleas la affiancò con il suo magro grigio. La sorella canuta aveva comprato una nuova sella a Ebou Dar, un oggetto appariscente, lavorato in argento sul pomello e sulla parte posteriore. Le mosche sembravano evitare quella donna, anche se aveva addosso un profumo forte quanto quello dei fiori.
«Chiedo scusa, ma mio malgrado ho origliato l’ultima parte del vostro discorso.» Adeleas non sembrava affatto pentita, ed Elayne si chiese quanto in realtà aveva sentito. Si rese conto di essere arrossita. Alcune delle cose che Aviendha aveva detto su Rand erano state notevolmente sincere e dirette. E anche alcune di quelle che aveva detto lei. Parlare in quel modo con la tua più intima amica era un conto, ma immaginare che qualcun’altra potesse sentirti era assai diverso. Aviendha sembrava pensarla allo stesso modo: non arrossì, ma l’occhiata amara che lanciò alla Marrone avrebbe fatto l’invidia di Nynaeve.
Adeleas si limitò a sorridere, un sorriso vago e insipido come l’acquacotta. «Forse sarebbe meglio lasciare la tua amica a briglia sciolta con le Atha’an Miere.» Scrutò Aviendha, battendo le palpebre. «Be’, magari solo allentata, non sciolta. Se quelle donne avessero un po’ di timore delle Luce sarebbe già sufficiente. Sono già quasi cotte al punto giusto, in caso non te ne fossi accorta. Sono molto più timorose della Aiel ‘selvaggia’ — ti chiedo scusa, Aviendha — che delle Aes Sedai. Anche Merilille vi avrebbe fatto la mia proposta, ma le bruciano ancora le orecchie.»
Aviendha non lasciava mai trasparire nulla, ma in quel momento sembrò perplessa quanto Elayne, che si girò nella sella per guardare indietro, accigliata. Merilille cavalcava fianco a fianco con Vandene, Careane e Sareitha poco lontano, e tutte si sforzavano di guardare ovunque tranne che verso Elayne. Dietro le sorelle c’erano le donne del Popolo del Mare, ancora in fila per uno, e poi venivano quelle del Circolo della Maglia, che per il momento si tenevano fuori vista, vicino ai cavalli da soma. Stavano avanzando tra le colonne troncate. Circa un centinaio di uccelli rossi e verdi dalla coda lunga volavano riempiendo l’aria con i loro richiami.
«Perché?» chiese bruscamente Elayne. Le sembrava da stupidi voler aggravare la situazione che già ribolliva appena sotto la superficie — e a volte anche al di sopra — ma non le era mai parso che Adeleas fosse stupida. La sorella Marrone inarcò le sopracciglia in un’evidente espressione di sorpresa. Forse era davvero sorpresa: di solito credeva che chiunque fosse in grado di capire quello che capiva lei. Forse.