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Elayne rabbrividì. Neanche lei era abbastanza forte per quello. A meno che non ne stessero usando quanto ne avevano usato loro in cima a quella collina. Cinquanta o magari cento Aes Sedai, che incanalavano tutte nello stesso momento. Oppure... «Non può essere un Reietto» mormorò. Qualcuna alle sue spalle gemette.

«Uno da solo non potrebbe fare una cosa del genere» concordò Nynaeve a voce bassa. «Forse loro non hanno percepito quello che abbiamo fatto, forse, ma a meno che non siano tutti ciechi ci hanno visto. Che la Luce folgori la nostra malasorte!» Voce bassa o meno, era agitata: più di una volta aveva ripreso Elayne per aver usato espressioni simili. «Porta con te chiunque voglia venire in Andor, Elayne. Io... ti raggiungerò lì. Mat è in città. Devo tornare da lui, che sia folgorato. Quel ragazzo è venuto per me, glielo devo.»

Elayne si strinse nelle spalle e trasse un lungo respiro. Poteva anche lasciare la regina Tylin alla misericordia della Luce: sarebbe sopravvissuta, se era possibile. Ma Mat Cauthon, il suo stranissimo, interessantissimo suddito, il più improbabile dei salvatori... Era venuto anche per lei, e le aveva offerto di più. E poi c’era Thom Merrilin, il caro Thom, che lei a volte ancora desiderava si rivelasse il suo vero padre, e che la Luce si occupasse di ciò che questo avrebbe fatto di sua madre. E il ragazzo, Olver, e Chel Vanin, e... Doveva pensare come una regina. La Corona di Rose è più pesante di una montagna, le aveva detto sua madre, e il dovere ti farà piangere, ma tu devi sopportare e fare ciò che è necessario.

«No» disse Elayne. Poi, con maggiore fermezza: «No. Guardati, Nynaeve: ti reggi a stento in piedi. Se anche andassimo tutte noi, cosa potremmo fare? Quanti Reietti ci saranno? Moriremmo, o ci toccherebbe una sorte anche peggiore, e sarebbe comunque inutile. I Reietti non hanno motivo di cercare Mat e gli altri. È a noi che danno la caccia.»

Nynaeve la guardò a bocca aperta. La cocciuta Nynaeve, con il sudore che le colava sul viso e le gambe malferme. La meravigliosa, valorosa, folle Nynaeve. «Stai suggerendo di abbandonarlo, Elayne? Aviendha, dille qualcosa. Dille qualcosa su quell’onore del quale non fai altro che parlare!»

La Aiel esitò, poi scosse il capo. Era sudata quasi quanto Nynaeve, e a giudicare da come si muoveva era altrettanto stanca. «Ci sono momenti in cui si combatte anche se non si hanno speranze di vittoria, Nynaeve, ma Elayne ha ragione. Le Anime dell’Ombra non stanno cercando Mat Cauthon, ma noi e la Scodella. Forse lui ha già lasciato la città. Se andiamo lì, rischiamo di dare al nemico il modo di disfare ciò che abbiamo appena fatto. Ovunque mandiamo la Scodella, riusciranno a farci dire con chi l’abbiamo mandata e dove.»

Il volto di Nynaeve si accartocciò in una smorfia di dolore. Elayne le si avvicinò per abbracciarla.

«Progenie dell’Ombra» urlò qualcuna, e all’improvviso le donne sulla collina stavano tutte abbracciando saidar. Dalle mani di Merilille, Careane e Sareitha partirono palle di fuoco, lanciate quanto più rapidamente possibile. Un’immensa forma alata avvolta dalle fiamme cadde giù dal cielo lasciandosi dietro una scia di fumo oleoso e finì appena oltre il dirupo.

«Ce n’è un altro!» gridò Kirstian indicando verso l’alto. Una seconda creatura alata sfrecciò via dalla collina, il corpo grande come quello di un cavallo, il collo lungo proteso in avanti e una coda ancor più lunga tesa all’indietro. Due figure erano accovacciate in groppa a quell’animale, schiacciate contro la sua schiena. Una tempesta di fuoco inseguì la bestia, fuoco che Aviendha e le Atha’an Miere furono le più rapide a scagliare, anche se la tessitura delle donne del Popolo del Mare non comprendeva il gesto delle mani per lanciare le sfere fiammeggianti. Una raffica di fuoco così fitta che era come se Fuoco, uno dei Cinque Poteri, si fosse autonomamente creato dal nulla, e la bestia scartò oltre una collina dal lato opposto della fattoria, e parve svanire.

«L’abbiamo ucciso?» chiese Sareitha. Aveva gli occhi accesi e il respiro pesante per l’agitazione.

«L’abbiamo almeno colpito?» ruggì disgustata una Atha’an Miere.

«Progenie dell’Ombra» mormorò sbalordita Merilille. «Qui! Quanto meno abbiamo la prova che a Ebou Dar ci sono i Reietti.»

«Non era progenie dell’Ombra» disse cupa Elayne. Il volto di Nynaeve era dipinto d’angoscia: anche lei aveva capito. «Si chiama ‘raken’. Sono arrivati i Seanchan. Dobbiamo andare, Nynaeve, e porteremo con noi tutte le donne della fattoria. Che abbiamo ucciso o meno quella bestia, ne verranno altre. Chiunque lasciamo indietro entro domattina porterà il collare e il guinzaglio di una damane.» Nynaeve annuì, lentamente, con dolore; a Elayne parve di sentirle mormorare: «Oh, Mat.»

Renaile si avviò di gran carriera con la Scodella tra le braccia, di nuovo coperta di bianco. «Alcune delle nostre navi hanno incontrato questi Seanchan. Se sono a Ebou Dar, allora i vascelli battono il mare. La mia nave sta combattendo per la vita, e io non sono sul ponte! Andiamo!» Formò subito la tessitura per un passaggio.

Si aggrovigliò inutilmente, com’era ovvio, lampeggiò per un istante prima di ridursi al nulla, ma Elayne non riuscì a trattenere un grido. Aveva provato ad aprire un passaggio proprio lì, in mezzo a tutte loro! «Non andrai da nessuna parte da qui, a meno che non abbia intenzione di restare in cima a questa collina abbastanza a lungo da conoscerla bene!» scattò. Si augurò che nessuna delle donne che avevano preso parte al circolo tentasse di realizzare la tessitura: maneggiare saidar era il modo più rapido per conoscere un posto. Lei sarebbe riuscita ad aprire un passaggio sin da subito, e con ogni probabilità lo stesso valeva per le altre. «E da nessun posto puoi andare su una nave in movimento; non credo che sia nemmeno possibile

Merilille annuì, anche se questo significava ben poco; le Aes Sedai credevano che un sacco di cose fossero reali, e solo alcune lo erano davvero. In ogni caso, era un bene se le donne del Popolo del Mare si accontentavano di quell’approvazione. Nynaeve, il volto tirato e gli occhi sgranati, non era affatto in condizione di comandare o guidare le altre, così Elayne andò avanti. Si augurò di riuscire a rendere omaggio alla memoria di sua madre.

«Ma, soprattutto, non andrai da nessuna parte se non dove andremo noi, perché l’accordo non è ancora completo: la Scodella dei Venti non vi apparterrà finché il tempo non sarà tornato normale.» Non era proprio vero, a meno di non distorcere un po’ il senso del patto, e infatti Renaile fece per protestare, ma Elayne proseguì senza darle tempo di parlare: «E anche perché hai fatto un accordo con Matrim Cauthon, un mio suddito. Vai dove decido io, oppure finisci legata a una sella. Tu stessa hai accettato queste condizioni. Quindi per adesso noi scendiamo da questa collina, Renaile din Calon Stella Azzurra, prima che i Seanchan ci travolgano con un’armata e qualche centinaio di donne capaci di incanalare che non aspettano altro che vederci al guinzaglio insieme a loro. Subito! Di corsa!»

Con sua sorpresa, le obbedirono.

6

Fili

Anche lei correva, ovviamente, tenendosi su le gonne, e ben presto si mise in testa al gruppo lungo il sentiero di terra battuta. Solo Aviendha le restò vicino, anche se non aveva idea di come correre indossando l’abito, nonostante la gonna divisa; malgrado la stanchezza, se non fosse stato per quel vestito l’avrebbe di sicuro superata. Tutte le altre erano dietro di loro lungo quella pista stretta e tortuosa. Nessuna Atha’an Miere osava spingersi oltre Renaile, che nonostante i pantaloni di seta non poteva andare molto veloce con la Scodella stretta al petto. Nynaeve però non aveva gli stessi obblighi delle Cercavento, e si fece largo a gomitate correndo a rotta di collo; quando si trovava qualcuna davanti urlava per farla spostare, che si trattasse di una donna del Popolo del Mare, della Famiglia o di un’Aes Sedai.