Io vi raggiungerò non appena posso.»
«Elayne» fece Aviendha, con una sorprendente ansia nella voce, e nello stesso momento Nynaeve disse con durezza: «Cosa credi di...»
C’era un solo modo per mettere fine a quella situazione. Elayne liberò dalla tessitura uno dei pochi fili visibili, che tremolò e si agitò come un tentacolo, quasi fosse vivo; si increspò e parve schizzare dei piccoli batuffoli di saidar, che subito si dissolsero svanendo nell’aria. Non l’aveva visto succedere, quando Aviendha aveva disfatto la sua tessitura, ma in realtà aveva seguito solo la parte finale di quel procedimento. «Vai avanti» disse a Nynaeve. «Aspetterò le altre finché non sarete tutti spariti.» Nynaeve sgranò gli occhi e rimase a bocca aperta. «È necessario» sospirò Elayne.
«Tra qualche ora i Seanchan arriveranno di sicuro alla fattoria. E se anche aspetteranno fino a domani, che succederà se una damane ha il Talento necessario a individuare i residui? Nynaeve, non voglio insegnare ai Seanchan come Viaggiare. Non lo farò!»
Nynaeve mugugnò tra sé un commento sui Seanchan che, a giudicare dal tono, doveva essere piuttosto incisivo. «Be’, io non voglio che tu ti bruci da sola!» disse poi a voce alta. «Ora, rimetti a posto quel filo! Prima che questa cosa esploda come ha detto Vandene. Potresti ucciderci tutti!»
«Non può rimetterlo» intervenne Aviendha, poggiandole una mano su un braccio. «Ha cominciato, e ora deve finire. E tu devi fare come ti ha detto, Nynaeve.»
Nynaeve si accigliò ancora di più. ‘Devi’ era una parola che non le piaceva affatto, non quando si applicava a lei. Però non era una stupida, e così dopo qualche sguardo torvo — a Elayne, al passaggio, ad Aviendha e al mondo in generale — abbracciò Elayne così forte da farle scricchiolare le costole.
«Stammi a sentire: ti conviene fare attenzione» sussurrò. «Se ti ammazzi, giuro che ti scuoierò viva!» Nonostante tutto, Elayne scoppiò a ridere.
Nynaeve sbuffò, allontanandola da sé ma continuando a tenerla per le spalle. «Hai capito quello che volevo dire» brontolò. «E non credere che non faccia sul serio, perché non è così! Sono seria, eccome» aggiunse più dolcemente. «Stai attenta.»
Nynaeve ci mise un attimo a tornare in sé, sbatté le palpebre e si sistemò i guanti azzurri da cavallerizza. C’era forse un accenno di lacrime nei suoi occhi, anche se la cosa era impossibile: Nynaeve faceva piangere gli altri, lei non piangeva mai. «Bene, allora» disse. «Alise, se non sono ancora tutte pronte...» Si girò, e la voce le morì in gola con un verso strozzato.
Quelle che dovevano essere a cavallo erano a cavallo, incluse le Atha’an Miere. I Custodi erano tutti intorno alle altre sorelle; Lan e Birgitte erano tornati, e la bionda arciera osservava Elayne con ansia. I servitori tenevano in fila gli animali da soma, e le donne della Famiglia aspettavano pazienti, quasi tutte a piedi tranne quelle del Circolo della Maglia. Alcuni cavalli che avrebbero potuto essere usati per il viaggio erano carichi di cibo e pacchi vari. Chi aveva portato più di quanto Alise aveva concesso — nessun membro della Famiglia aveva commesso questo errore — si trascinava sulle spalle gli oggetti in eccesso. La nobile slanciata con la cicatrice in faccia era piegata in una scomoda posizione sotto il peso dei suoi pacchi, e guardava in cagnesco tutti, tranne Alise. Tutte quelle in grado di incanalare tenevano gli occhi fissi sul passaggio. E tutte quelle che avevano sentito i commenti di Vandene sui rischi di quell’operazione osservavano quel singolo filamento che frustava l’aria e sembravano guardare una vipera rossa.
Fu proprio Alise a portare a Nynaeve il suo cavallo. E raddrizzò il cappello con le piume azzurre quando lei mise un piede in una staffa. Nynaeve fece girare la grassa giumenta verso nord, con Lan in sella a Mandarb al suo fianco e un’espressione di totale mortificazione in viso. Elayne non riusciva a capire come mai la sua amica non avesse ancora messo Alise al suo posto. A sentir parlare lei, già quando era poco più che una ragazzina aveva fatto abbassare la cresta a donne molto più grandi. E adesso, dopo tutto, era una Aes Sedai: con una qualsiasi donna della Famiglia, questo argomento aveva più peso di una montagna.
Quando la carovana cominciò a serpeggiare verso le colline, Elayne guardò Aviendha e Birgitte. La Aiel si limitava a starsene immobile, a braccia conserte; in una mano stringeva l’angreal della donna ammantata dai propri capelli. Birgitte prese le redini di Leonessa da Elayne, reggendole insieme a quelle del suo cavallo e di quello di Aviendha, poi andò verso un piccolo macigno a venti passi di distanza e si sedette.
«Voi due dovete...» cominciò a dire Elayne, poi si interruppe con un colpo di tosse quando vide Aviendha sbarrare gli occhi per la sorpresa.
Mandare la Aiel lontano dal pericolo era impossibile senza farle perdere l’onore. O forse era impossibile del tutto. «Voglio che tu vada con gli altri» disse allora Elayne a Birgitte. «E porta Leonessa con te. Io e Aviendha possiamo cavalcare il suo castrone a turno. Mi piacerebbe farmi una passeggiata prima che scenda la notte.»
«Se rivolgerai a un uomo anche solo la metà delle attenzioni che riservi a quella cavalla,» osservò Birgitte con sarcasmo «sarà tuo per l’eternità.
Penso che me ne resterò qui seduta per un po’: per oggi ho cavalcato abbastanza. Possiamo portare avanti questa recita davanti alle sorelle e agli altri Custodi, così non dovrai arrossire, ma io e te sappiamo la verità.» Nonostante quelle parole sbeffeggianti, quello che Elayne avvertiva nella sua Custode era affetto. No, un sentimento più forte del semplice affetto.
All’improvviso, si sentì gli occhi bruciare per le lacrime. Se fosse morta, avrebbe ferito Birgitte fin nell’anima — era una diretta conseguenza del legame con i Custodi — ma la donna aveva deciso di restare per amicizia.
«Sono grata di avere due amiche come voi» si limitò a dire Elayne. Birgitte le rivolse uno strano sorriso, come se avesse appena detto qualcosa di sciocco.
Aviendha, tuttavia, arrossì e guardò con furia la bionda arciera, occhi sgranati ed espressione confusa, come se la presenza della Custode fosse la causa delle sue guance paonazze. Spostò in tutta fretta lo sguardo sulla colonna di persone che non era ancora arrivata alla prima collina, a circa un chilometro di distanza. «È meglio aspettare finché non saranno spariti tutti,» disse «ma non troppo a lungo. Una volta cominciato a disfare la tessitura, i flussi cominciano a diventare... sfuggenti... dopo un po’. Se lasci che uno scivoli via prima di averlo liberato dalla trama, sarà come se ti fossi lasciata sfuggire l’intera tessitura; a quel punto, non si può più sapere cosa succederà. Ma nemmeno devi avere fretta. Ogni filo deve essere allentato il più possibile. Più ne liberi, più gli altri verranno via facilmente, ma devi sempre scegliere il filo più facile da identificare.» Con un caloroso sorriso, premette forte le dita contro una guancia di Elayne. «Te la caverai, se agirai con cura.»
Non sembrava molto difficile. Doveva solo fare attenzione. Parve passare tanto tempo prima che svanisse oltre la collina anche l’ultima donna, la nobile slanciata curva sotto la massa dei suoi vestiti. Il sole si era mosso appena, eppure a Elayne era sembrato che trascorressero diverse ore. Che intendeva precisamente Aviendha con ‘sfuggenti’? La Aiel non riuscì a spiegarglielo se non parafrasando quella stessa parola: i fili diventavano difficili da maneggiare, da tenere, tutto qua.
Elayne lo scoprì da sola non appena ricominciò a lavorare sulla tessitura.
‘Sfuggenti’ voleva dire come anguille vive ricoperte di grasso. Digrignò i denti già solo per lo sforzo di mantenere la presa su quel primo filo, e ancora non aveva provato ad allentarlo. Quando quel filamento di Aria cominciò a scudisciare nel vento, finalmente libero, Elayne non sospirò di sollievo solo perché ce n’erano ancora altri sui quali lavorare. Se diventavano ancor più ‘sfuggenti’, non era sicura di potercela fare. Aviendha osservava con attenzione, ma non disse più nulla, anche se le rivolgeva un sorriso di incoraggiamento ogni volta che lei ne aveva bisogno. Elayne non riusciva a vedere Birgitte — non osava distogliere lo sguardo dalla tessitura — ma poteva percepirla, un piccolo nodo roccioso di sicurezza dentro la sua mente, sufficiente a far sentire più sicura anche lei.