«Si dice che ci siano centinaia di marath’damane laggiù» urlò Eliya contro la sua schiena. Nel cielo bisognava parlare forte, per via del vento. «Sai cosa voglio fare con la mia parte di bottino? Voglio comprare una locanda.
Da quel che ho visto, questa Ebou Dar mi pare un bel posto. Forse troverò persino un marito. Avrò dei figli. Cosa ne pensi?»
Chulein rise dietro il fazzoletto che le proteggeva bocca e naso dal vento forte. Tutti i volatori parlavano di comprare una locanda — o una taverna, a volte una fattoria — ma chi poteva davvero abbandonare il cielo? Ogni volatrice — tre su quattro erano donne — parlava di un marito e dei figli, ma anche i figli significavano niente più voli. Erano più le donne che lasciavano i Pugni del Cielo in un anno di quelle che abbandonavano il cielo in un mese.
«Penso che dovresti tenere gli occhi aperti» disse Chulein. Ma quelle chiacchiere non potevano far loro alcun male. Non le sarebbe sfuggito nemmeno un bambino in uno di quegli oliveti, men che mai qualcosa o qualcuno in grado di fare del male ai Pugni del Cielo. I soldati di quest’unità avevano le armature più leggere di tutti gli altri, ed erano duri almeno quanto quelli della Guardia della Veglia Funebre, secondo alcuni anche di più. «Io userò la mia parte per comprare una damane e ingaggiare una sul’dam.» Se il numero delle marath’damane presenti laggiù era anche solo la metà di quello che si diceva, la sua parte di bottino sarebbe stata sufficiente a comprare due damane. Tre! «Una damane addestrata per creare Luci del Cielo. Quando lascio il cielo, sarà ricca come una del Sangue.» In quelle terre avevano delle cose chiamate ‘fuochi d’artificio’ — lei stessa aveva visto dei tizi che cercavano di suscitare l’interesse del Sangue a Tanchico — ma a chi potevano piacere quegli spettacoli così penosi se paragonati alle Luci del Cielo? Quei tizi infatti erano stati mandati via, scaricati in strada fuori dalla città.
«La fattoria!» urlò Eliya, e all’improvviso Segani ricevette un duro colpo, più duro di qualsiasi raffica di tempesta che Chulein avesse mai sentito, un colpo che lo fece ruzzolare in aria con le ali una contro l’altra.
Il raken piombò verso il basso, lanciando le sue rauche strida, ruotando su sé stesso così velocemente che Chulein si sentì strattonare contro le cinghie di sicurezza. Tenne le mani sulle cosce, ben strette intorno alle redini ma ferme. Segani doveva uscire da solo da quella situazione: qualsiasi movimento delle redini lo avrebbe solo impacciato. Continuarono a cadere, vorticando come una di quelle ruote del gioco d’azzardo. Ai morat’raken veniva insegnato di non guardare verso terra se un raken cadeva, per nessun motivo, ma lei non poteva fare a meno di calcolare l’altitudine ogni volta che le veloci giravolte della sua cavalcatura le permettevano di vedere il terreno. Ottocento passi. Seicento. Quattro. Due. Che la Luce illumini la mia anima, pensò, e l’infinita pietà del Creatore mi protegga da...
Con uno schiocco delle ampie ali che la scagliò di lato e le fece battere i denti, Segani si mise in orizzontale, sfiorando con la punta delle ali le cime degli alberi che sfrecciavano sotto di loro. Con una calma frutto di un duro addestramento, Chulein controllò che le ali del raken non avessero subito danni per quello sforzo. Niente, ma lei avrebbe comunque chiesto a un der’morat’raken di esaminare a fondo Segani. Una piccolezza che il suo occhio poteva non vedere non sarebbe certo sfuggita a un maestro.
«A quanto pare abbiamo di nuovo evitato la Signora delle Ombre, Eliya.» Quando si girò indietro a controllare, Chulein si zittì. Un frammento di cinghia si agitava nel vento, ma il sedile alle sue spalle era vuoto. Tutti i volatori sapevano che la Signora li aspettava alla fine di una lunga caduta, ma saperlo non significava accettarlo facilmente.
Dopo una rapida preghiera per i morti, Chulein tornò con fermezza al suo dovere, e spronò Segani a risalire. Un’ascesa lenta e a spirale, nel caso in cui le fosse davvero sfuggito un lieve infortunio. La velocità non poteva essere maggiore delle precauzioni. Forse solo un po’. Il fumo che saliva dalla collina contorta davanti a lei la fece accigliare, ma ciò che vide quando ne ebbe superato la cima le seccò la gola. Le mani si immobilizzarono, strette ancora intorno alle redini, e Segani continuò a salire con poderosi battiti delle ali.
La fattoria era... sparita. Degli edifici bianchi restavano solo le fondamenta, e le grosse strutture costruite nel fianco di una collina erano ridotte in cumuli di macerie. Tutto era annerito e bruciato. Il fuoco divampava nel sottobosco sui pendii circostanti e disegnava ventagli per cento passi negli oliveti e nei boschi, stendendosi negli spazi tra le colline. E più in là c’erano ancora alberi spezzati, per altri cento passi o più, tutti piegati in direzione opposta rispetto alla fattoria. Chulein non aveva mai visto nulla del genere. Nessuno poteva essere sopravvissuto, laggiù. Niente poteva vivere in quelle condizioni. Qualsiasi cosa le avesse causate.
Chulein tornò rapidamente in sé, e fece girare Segani verso sud. In lontananza, vide i to’raken che, data la breve distanza, portavano una decina di Pugni del Cielo ognuno, Pugni del Cielo e sul’dam che sarebbero arrivati troppo tardi. Cominciò a comporre mentalmente il suo rapporto; di sicuro non c’era nessun altro che potesse presentarlo. Tutti dicevano che quella terra era piena di marath’damane in attesa del collare, ma, con quella nuova arma, le donne che si facevano chiamare Aes Sedai potevano essere un vero pericolo. Bisognava fare qualcosa, qualcosa di decisivo. Forse, se la Somma Signora Suroth era in viaggio per Ebou Dar, avrebbe visto anche lei la necessità di agire.
7
Un recinto per capre
Il cielo del Ghealdan era privo di nuvole e sulle colline boscose il feroce sole del mattino batteva come un martello. Non era ancora mezzogiorno, e già il caldo era soffocante. Pini ed ericacee si stavano ingiallendo per via della siccità, e la stessa sorte stava capitando ad altri alberi che, sospettava Perrin, avrebbero dovuto essere dei sempreverdi. Non c’era un refolo di vento. Il sudore che gli colava dalla fronte scendeva fino alla barba corta. I capelli ricci erano appiccicati alla testa. Gli parve di sentire un tuono da qualche parte a occidente, ma ormai aveva quasi smesso di sperare nella pioggia. Batti il ferro che c’è sull’incudine invece di sognare di lavorare l’argento.
Dall’alto di un pendio poco alberato, osservò attraverso un cannocchiale di ottone la città di Bethal con la sua cinta di mura. Nonostante la sua ottima vista, data la distanza quello strumento gli era comunque utile. La città era grande e gli edifici avevano i tetti di tegole; c’era anche una mezza dozzina di alte strutture in pietra che potevano essere i palazzi di nobili minori o le case di ricchi mercanti. Perrin non riusciva a vedere bene la bandiera scarlatta che pendeva floscia in cima alla torre più alta del palazzo più grosso, l’unica in vista, ma sapeva a chi apparteneva. Alliandre Maritha Kigarin, regina del Ghealdan, lontana da Jehannah, la capitale.
Le porte della città erano aperte, ognuna protetta da almeno una ventina di guardie, ma nessuno ne usciva e le strade che lui poteva vedere erano vuote, tranne che per un cavaliere solitario che da nord galoppava veloce verso Bethal. I soldati erano nervosi, alcuni mossero la picca o l’arco alla vista del cavaliere, quasi brandisse una spada sporca di sangue. Altri soldati di guardia affollavano le torri o marciavano sulle mura. E anche lassù in molti incoccarono le frecce o sollevarono le balestre. Anche lassù regnava la paura.
Una tempesta si era abbattuta su quella zona del Ghealdan. E imperversava ancora. Le bande del Profeta creavano scompiglio, i banditi ne approfittavano e i Manti Bianchi che facevano incursioni oltre i confini con l’Amadicia potevano facilmente spingersi fin lì. Le sparse colonne di fumo a sud con ogni probabilità contrassegnavano fattorie in fiamme, opera dei Manti Bianchi o del Profeta. I banditi non perdevano tempo ad appiccare incendi, e in ogni caso gli altri due lasciavano ben poco. Come se la situazione non fosse già abbastanza ingarbugliata, in tutti i villaggi che aveva attraversato negli ultimi giorni Perrin aveva sentito dire che Amador era caduta, per mano del Profeta, dei Tarabonesi o delle Aes Sedai, a seconda di chi raccontava la storia. Alcuni sostenevano che Pedron Niall in persona era morto nel tentativo di difendere la città. Tutto considerato, la regina faceva più che bene a preoccuparsi per la propria incolumità. Ma forse i soldati erano laggiù proprio per Perrin. Per quanto si fosse sforzato, il suo viaggio a sud non era passato inosservato.