«Come preferisci, signora Maighdin» rispose lui lentamente. E celando con difficoltà il suo stupore. Soprattutto visto che aveva appena riconosciuto i due uomini che si sforzavano di restare nascosti dietro ai cavalli.
Era stata la sua influenza di ta’veren a portarli lì? In ogni caso, era una strana svolta. «Potreste davvero averne bisogno.»
8
Una semplice donna di campagna
Il campo era a circa una lega di distanza, ben lontano dalla strada e nascosto in mezzo a basse colline boscose, subito oltre un torrente che era pietra per dieci passi di ampiezza e acqua per cinque, ma mai più profonda di un metro. Piccoli pesci verdi e argento guizzavano via dagli zoccoli dei cavalli. Era improbabile che da quelle parti passasse qualcuno. La fattoria abitata più vicina era a quasi due chilometri, e Perrin aveva controllato di persona per assicurarsi che quella gente portasse le bestie ad abbeverarsi altrove.
Si era davvero impegnato a destare meno attenzioni possibile, viaggiando su vie secondarie e minuscoli sentieri di campagna quando non potevano restare tra i boschi. Uno sforzo inutile, alla fine. I cavalli potevano pascolare ovunque ci fosse dell’erba, ma avevano bisogno almeno di un po’ di grano, e anche il più piccolo degli eserciti doveva comprare cibo, tanto cibo. Ogni uomo ne consumava quasi due chili al giorno, tra carne, farina e legumi. Le voci dovevano essere arrivate fino al Ghealdan, ormai, anche se con un po’ di fortuna nessuno sospettava chi fossero loro. Perrin fece una smorfia. Forse \ prima era così, ma ormai lui aveva rovinato tutto con la sua boccaccia. Eppure, tornando indietro avrebbe rifatto le stesse cose.
In realtà di accampamenti ce n’erano tre, uno vicino all’altro e non lontani dal corso d’acqua. Quelle persone viaggiavano insieme e seguivano tutte lui, si supponeva che gli obbedissero, ma erano coinvolte troppe individualità, e nessuno era sicuro che gli altri perseguissero lo stesso obiettivo. Circa novecento Guardie Alate avevano acceso i loro fuochi da campo tra file di cavalli impastoiati in un prato di erba marrone tutta calpestata. Perrin provò a tenere fuori dal naso gli odori misti di cavalli, sudore, letame e carne di capra messa a bollire, una combinazione sgradevole in una giornata calda. Le sentinelle a cavallo facevano i loro giri di pattuglia divise per coppie, erano in tutto una decina e le lunghe lance con il fiocco rosso erano inclinate tutte allo stesso, identico angolo, ma gli altri Mayenesi si erano tolti elmi e pettorali. Senza giubba e spesso anche senza camicia per via del sole, se ne stavano stesi o giocavano a dadi mentre aspettavano di mangiare. Alcuni alzarono lo sguardo al passaggio di Perrin, altri si distolsero da quello che stavano facendo per studiare le nuove aggiunte al suo gruppo, ma nessuno arrivò di corsa, quindi i soldati di pattuglia dovevano essere ancora in giro. Piccoli gruppi, senza lance, che potevano vedere senza essere visti. Be’, quella era la speranza. Prima, almeno.
Una manciata di gai’shain svolgevano le loro svariate commissioni tra le basse tende grigie e marroni delle Sapienti sulla cima poco alberata della collina che sovrastava il campo dei Mayenesi. Da lontano, quelle figure vestite di bianco sembravano innocue, sguardi bassi e portamento umile.
Da vicino l’impressione restava identica, ma erano quasi tutti Shaido. Le Sapienti sostenevano che i gai’shain erano solo gai’shain, ma Perrin non si fidava di nessuno Shaido. Su un lato di quel pendio, sotto un albero malconcio, circa dieci Fanciulle in cadin’sor erano inginocchiate in cerchio intorno a Sulin, la più dura di tutte nonostante i capelli bianchi. Anche lei aveva mandato le sue sentinelle, donne che a piedi potevano essere veloci come gli uomini di Mayene a cavallo e avevano molte più possibilità di evitare attenzioni indesiderate. Nessuna delle Sapienti era all’aperto, ma una donna slanciata che stava mescolando lo stufato in una grande pentola si raddrizzò, con i pugni premuti alla base della schiena, e osservò il passaggio di Perrin e gli altri. Indossava un abito da cavallerizza in seta verde.
Perrin poté vedere la rabbia sul volto di Masuri. Di solito le Aes Sedai non rimestavano stufati né svolgevano le decine di altri compiti che le Sapienti continuavano ad assegnare a Seonid e le altre. Masuri dava la colpa di tutto questo a Rand, ma lì non c’era lui, c’era Perrin. E se solo avesse potuto, la donna lo avrebbe scuoiato al posto di Rand.
Edarra e Nevarin si diressero verso Masuri, e nonostante le gonne ingombranti agitarono appena gli strati di foglie morte che ricoprivano il terreno. Seonid le seguì, le guance ancora rigonfie per via del fazzoletto. Si girò sulla sella, per guardare Perrin. Lui non credeva che le Aes Sedai potessero sembrare ansiose, eppure era proprio questa l’espressione di Seonid. Furen e Teryl che cavalcavano dietro di lei erano invece torvi.
Masuri vide arrivare le Sapienti e si piegò subito verso il pentolone, mescolando con rinnovato vigore nel tentativo di dare a vedere che non si era mai fermata. Finché quella donna restava in mano alle Sapienti, Perrin pensava che non avrebbe dovuto preoccuparsi di essere scuoiato. Le Sapienti la tenevano a un guinzaglio molto corto.
Nevarin si girò indietro a guardare Perrin, un’altra di quelle cupe occhiate che lei e Edarra non facevano che rivolgergli da quando aveva avvisato, minacciato, l’uomo con la barba corta e ispida. Perrin sospirò per l’esasperazione. Non doveva preoccuparsi di essere scuoiato, a meno che le Sapienti non decidessero di volere loro la sua pellaccia. Troppe individualità.
Troppi obiettivi.
Maighdin cavalcava accanto a Faile e mostrava di non prestare alcuna attenzione a ciò che aveva intorno, ma Perrin non ci avrebbe scommesso una monetina di rame sulla sincerità di quell’atteggiamento. Gli occhi della donna si erano appena un po’ allargati alla vista delle sentinelle di Mayene.
Oltre a essere in grado di riconoscere il volto di un’Aes Sedai, sapeva cos’erano quei pettorali rossi e quegli elmi simili a pentole con l’orlo. Moltissime persone, soprattutto se vestite come lei, non avrebbero potuto identificare né una sorella né quei soldati. Era un mistero, questa Maighdin. E per qualche motivo gli sembrava vagamente familiare.
Lini e Tallanvor — questo era il nome col quale Maighdin si era rivolta all’uomo che l’aveva seguita, ‘giovane’ Tallanvor, nonostante tra i due ci fossero al massimo quattro o cinque anni di differenza — stavano vicino a Maighdin per quanto glielo concedeva la presenza di Aram, che si teneva alle calcagna di Perrin. E vicino a Maighdin provava a starci anche uno stecco d’uomo con la bocca increspata, un tale Balwer, che sembrava prestare ancor meno attenzione di lei a ciò che aveva intorno. Ciò nonostante, Perrin pensava che Balwer vedesse e capisse ancor più di quella donna.
Non si sapeva spiegare il motivo di questa convinzione, ma le poche volte che era riuscito a cogliere l’odore di quell’individuo ossuto aveva pensato a un lupo che annusa l’aria. Stranamente, non c’era paura in Balwer, solo punte di irritazione subito soppresse che guizzavano nel tremolante odore dell’impazienza. Gli altri compagni di Maighdin seguivano il gruppo più da lontano. La terza donna, Breane, sussurrava con foga a un tizio massiccio che teneva lo sguardo basso e a volte annuiva in silenzio, altre scuoteva il capo. Lui sembrava il tipico bullo rissoso, ma anche la donna per quanto piccola aveva un aspetto di durezza. A chiudere il gruppo dietro questi due c’era un uomo grosso con un malconcio cappello di paglia premuto basso sulla testa. Addosso a lui, la spada che portavano tutti gli altri faceva un effetto strano come quella di Balwer.
La terza parte dell’accampamento si stendeva tra gli alberi intorno alla curva della collina dei Mayenesi e copriva quasi la stessa superficie del campo delle Guardie Alate, pur ospitando molte meno persone. Qui i cavalli erano impastoiati ben lontano dai fuochi per cucinare, e l’aria era piena solo del profumo della cena. Capra arrosto, in questo caso, e rape dure che i contadini avrebbero dato ai maiali anche in tempi duri come quelli attuali. I circa trecento uomini dei Fiumi Gemelli che avevano seguito Perrin da casa si stavano occupando della carne sugli spiedi, rammendavano i vestiti, controllavano archi e frecce, tutti sparsi in gruppi disordinati di cinque o sei amici intorno ai fuochi. Quasi tutti salutarono e acclamarono il suo arrivo, anche se si sentì fin troppe volte ‘lord Perrin’ e ‘Perrin Occhidoro’. Faile almeno aveva diritto ai titoli coi quali la chiamavano.