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Chiamando anche Breane, le guidò verso la tenda. A un cenno del capo di Perrin, Aram indicò agli uomini di seguirlo.

«Non appena hai finito di lavarti, mastro Gill, vorrei parlare con te» disse Perrin.

Fu come se avesse creato anche lui un disco di fuoco. Maighdin si girò di scatto a fissarlo, e le altre due donne si fermarono, raggelate. Tallanvor all’improvviso aveva di nuovo una mano stretta intorno all’elsa della spada, e Balwer stava in punta di piedi, guardando da sopra il suo fagotto, con la testa piegata prima da un lato e poi dall’altro. Non un lupo, forse; qualche specie di uccello, in guardia contro i gatti. L’uomo corpulento, Basel Gill, lasciò cadere le sue cose e fece un balzò di mezzo metro.

«Accidenti, Perrin» balbettò, togliendosi il cappello di paglia. Il sudore disegnava scie nello sporco sulle sue guance. L’uomo si piegò a riprendere il fagotto, cambiò idea e si raddrizzò in tutta fretta. «Voglio dire, lord Perrin. Io... ehm... avevo pensato che fossi tu, ma... ma quando loro hanno preso a chiamarti lord ero sicuro che non volessi essere riconosciuto da un vecchio locandiere.» Passandosi un fazzoletto sulla testa quasi calva, rise nervosamente. «Ovviamente, parlerò con te. Il bagno può aspettare un altro po’.»

«Ciao, Perrin» disse l’uomo muscoloso. Con quelle palpebre pesanti, Lamgwin Dorn sembrava pigro nonostante i muscoli e le cicatrici su faccia e mani. «Avevamo saputo che il giovane Rand è il Drago Rinato, io e mastro Gill. Avremmo dovuto immaginarcelo che anche tu saresti spuntato fuori. Perrin Aybara è una brava persona, signora Maighdin. Penso che potresti concedergli tutta la tua fiducia.» Non era pigro, e nemmeno stupido.

Aram si girò di scatto, impaziente, e Lamgwin e gli altri due lo seguirono, anche se Tallanvor e Balwer strascicavano i piedi, lanciando sguardi pieni di domande a Perrin e mastro Gill. Pieni di domande e preoccupazioni. Poi guadarono le donne. Faile fece rimettere in cammino anche loro, e di nuovo le occhiate saettarono verso Perrin e mastro Gill, e verso gli uomini che seguivano Aram. All’improvviso, quelle persone non erano molto contente di separarsi.

Mastro Gill si asciugò la fronte e sorrise nervosamente. Per la luce, perché odorava di paura? Perrin non capiva. Aveva paura di lui? O del fatto che era legato al Drago Rinato, si faceva chiamare ‘lord’ e guidava un esercito, per quanto piccolo, e minacciava il Profeta? Tanto valeva aggiungere al tutto anche la faccenda dell’Aes Sedai imbavagliata: in un modo o nell’altro, la colpa sarebbe caduta su di lui. No, pensò Perrin con amaro sarcasmo, questo non spaventerebbe nessuno. Probabilmente hanno paura che io possa ucciderli.

Nel tentativo di mettere mastro Gill a suo agio, Perrin lo portò verso una grande quercia a un centinaio di passi dalla tenda bianca e rossa. L’albero aveva perso gran parte delle sue grandi foglie e quelle rimaste erano marroni, ma i massicci rami che spuntavano più in basso fornivano un po’ d’ombra e alcune delle radici contorte erano abbastanza alte da poter essere usate come panche. E Perrin se ne era già servito, sedendosi a girarsi i pollici mentre gli altri montavano il campo. Ogni volta che lui provava a fare qualcosa di utile, c’erano sempre una decina di mani pronte a impedirglielo.

Basel Gill non si rilassò nemmeno quando Perrin gli chiese della Benedizione della Regina, la locanda che l’uomo aveva a Caemlyn, o parlò dell’ultima volta in cui lui stesso c’era stato. Ma d’altronde forse Gill stava ricordando proprio quella visita, un evento dal quale era difficile trarre calma, tra Aes Sedai, discorsi sul Tenebroso e fughe notturne. Gill camminava nervosamente e si teneva il fagotto stretto contro il torace, lo passava da un braccio all’altro e rispondeva con poche parole, leccandosi le labbra tra una e l’altra.

«Mastro Gill,» gli disse Perrin dopo un po’ «smettila di chiamarmi lord.

Non lo sono. È una storia complicata, ma io non sono un nobile. E lo sai.»

«Certo» rispose l’uomo corpulento, sedendosi infine su una radice della quercia. Parve riluttante a mettere giù l’involto con le sue cose, e ritrasse lentamente le mani. «Come vuoi, lord Perrin. Ehm, Rand... il Drago Rinato... vuole davvero che lady Elayne abbia il trono? Non che io osi mettere in dubbio la tua parola, ovviamente» si affrettò ad aggiungere. Si tolse il cappello, e ricominciò ad asciugarsi la fronte. Anche se era piuttosto grasso, sudava molto più di quanto fosse attribuibile al caldo. «Sono sicuro che il lord Drago farà proprio come hai detto.» La sua risata fu tremante. «Volevi parlare con me. E non della mia vecchia locanda, sono sicuro.»

Perrin sospirò esausto. Aveva pensato che niente potesse essere peggio della vista dei suoi vecchi amici che si inchinavano e lo riverivano, ma almeno loro ogni tanto dimenticavano tutto e parlavano sinceramente. E non avevano paura di lui. «Sei molto lontano da casa» disse con voce gentile.

Non era necessario andare troppo di fretta, non con un uomo pronto a saltar fuori dalla propria pelle. «Mi stavo chiedendo cosa ti avesse portato qui. Spero non si tratti di problemi.»

«Raccontagli la verità, mastro Gill» disse brusca Lini, marciando verso la quercia. «Niente infiorettature, mi raccomando.» Non era rimasta via a lungo, eppure era in qualche modo riuscita a trovare il tempo per lavarsi faccia e mani e acconciarsi i capelli in una crocchia ordinata sulla nuca. E per spazzolare gran parte della polvere dal suo semplice abito di lana. Dopo essersi piegata in un inchino di circostanza rivolto a Perrin, si girò per agitare un dito nodoso contro Gill. «Tre cose sono particolarmente irritanti: un dente cariato, una scarpa stretta e un uomo che chiacchiera. Quindi limitati ai fatti e non dire al giovane lord più di quanto egli desideri sentire.» Per un attimo fissò lo sconcertato locandiere con un’occhiata ammonitrice, poi all’improvviso rivolse a Perrin un’altra rapida riverenza. «Adora il suono della propria voce — come gran parte degli uomini — ma ora ti racconterà la storia nel modo giusto, mio signore.»

Mastro Gill la guardò adirato, mormorando tra sé quando lei gli fece un cenno brusco per invitarlo a parlare. «Vecchia ossuta...» sentì Perrin. «La verità — semplice e diretta» L’uomo corpulento guardò di nuovo Lini in cagnesco, ma lei non parve notarlo «è che avevo degli affari a Lugard. L’occasione di importare del vino. Ma di sicuro questo non ti interessa. Ho portato Lamgwin con me, ovviamente, e Breane, che non vuole togliergli gli occhi di dosso per più di un’ora a meno che non sia necessario. Lungo il viaggio, abbiamo incontrato la signora Dorlain, la signora Maighdin come la chiamiamo noi, insieme a Lini e Tallanvor. E Balwer, ovviamente. Per strada. Vicino a Lugard.»

«Io e Maighdin avevamo un lavoro nel Murandy» intervenne Lini con impazienza. «Finché non sono cominciati i problemi. Tallanvor era un armigero della casata presso la quale noi prestavamo servizio, e Balwer era il segretario. Dei banditi bruciarono il castello e la nostra signora non poteva più permettersi di mantenerci, così abbiamo deciso di viaggiare insieme per proteggerci l’un l’altro.»

«Ci stavo arrivando, Lini» borbottò mastro Gill, grattandosi dietro un orecchio. «I mercanti di vino avevano lasciato Lugard e, chissà perché, erano andati in campagna, e...» Scosse il capo. «È una storia davvero troppo lunga, Perrin. Lord Perrin, voglio dire. Scusami. Sai che oggigiorno ci sono problemi dappertutto, di un tipo o dell’altro. Per farla breve, ogni volta che ne evitavamo uno ne trovavamo un altro, allontanandoci sempre più da Caemlyn. E adesso eccoci qua, stanchi e grati per quest’occasione di riposare.»

Perrin annuì lentamente. Quella poteva essere la semplice verità, anche se lui aveva imparato che le persone avevano centinaia di motivi per mentire o anche solo per celare la verità. Con una smorfia, si passò le dita tra i capelli. Per la luce! Stava diventando sospettoso come un Cairhienese, e più si impelagava con Rand peggio andavano le cose. Perché mai Basel Gill, tra tante persone, avrebbe dovuto mentirgli? La cameriera personale di una nobile, abituata agli agi e caduta in disgrazia: questo spiegava la personalità di Maighdin. Le cose potevano davvero essere semplici.