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«Forse dovresti ripensarci, marito» mormorò Faile. Un leggero sorriso le piegò la bocca, come se per l’ennesima volta sapesse cosa lui stava pensando. «Dubito che chi ci ha visto da quando siamo entrati nel Ghealdan sapesse cosa significa l’aquila rossa. Ma nei pressi di una città grande come Bethal qualcuno di sicuro lo sa. E più a lungo dovremo dare la caccia a Masema, maggiore sarà la possibilità di incontrarne altri.»

Perrin non perse tempo a spiegarle che proprio per quello lui voleva liberarsi della bandiera. Faile non era stupida, e pensava più rapidamente di lui. «Allora perché dovrei tenerla,» le chiese lentamente «quando servirà solo ad attirare attenzioni sull’idiota che tutti penseranno sta cercando di dissotterrare il Manetheren dalla tomba?» Ci avevano già provato in passato, uomini e anche donne; il nome del Manetheren portava con sé possenti memorie, utili a chiunque volesse iniziare una rivolta.

«Appunto perché attirerà l’attenzione.» Faile si sporse verso di lui con fervore. «Su un uomo che sta cercando di far risorgere il Manetheren. La gente comune ti sorriderà, sperando che tu vada via subito, e si sforzerà di dimenticarsi di te non appena sarai passato. Riguardo ai potenti, hanno troppe cose a cui pensare al momento e non ti degneranno di un’occhiata a meno che non gli pizzichi il naso. A confronto dei Seanchan, del Profeta o dei Manti Bianchi, un uomo che tenta di far rinascere il Manetheren è ben poca cosa. E credo di poter dire che neanche la Torre ti degnerà di uno sguardo, non ora.» Il suo sorriso si allargò, e la luce nei suoi occhi disse che stava per passare al punto più convincente. «Ma la cosa più importante è che nessuno penserà che quell’uomo possa star facendo altro.» A un tratto il sorriso svanì; Faile gli batté un dito sul naso, forte. «E non darti dell’idiota, Perrin t’Bashere Aybara. Nemmeno in modo indiretto. Non lo sei, e non mi piace che lo credi.» Il suo odore era come un rovo di piccole spine, non rabbia vera e propria ma malcontento.

Argento vivo. Un martin pescatore che sfrecciava più rapido del pensiero. Di sicuro più rapido del pensiero di Perrin. A lui non sarebbe mai venuto in mente di nascondersi così... palesemente. Ma si rendeva conto che l’idea era buona. Era come nascondere di essere un assassino dichiarando di essere un ladro. Eppure poteva funzionare.

Ridacchiando, Faile gli baciò la punta delle dita. «La bandiera rimane» disse lui. Immaginò che, quindi, sarebbe rimasta anche la testa di lupo.

Sangue e maledette ceneri! «Alliandre deve sapere la verità, però. Se pensa che Rand vuole fare di me il re del Manetheren e prendere le sue terre...»

Faile si alzò così all’improvviso, girandosi di spalle, che lui temette di aver commesso un errore parlando della regina. Alliandre poteva portare troppo facilmente a Berelain, e Faile aveva un odore... pungente. Circospetto. Ma quello che disse, voltando solo il capo, fu: «Alliandre non costituirà alcun problema per Perrin Occhidoro. Quell’uccellino è già in gabbia, marito, quindi è tempo di pensare a come trovare Masema.» Si inginocchiò con grazia vicino a una piccola cassa poggiata contro una parete della tenda, l’unica cassa senza drappeggi, sollevò il coperchio e cominciò a tirar fuori mappe arrotolate.

Perrin si augurò che Faile avesse ragione su Alliandre, perché non sapeva cosa avrebbe fatto se si sbagliava. Se solo fosse stato degno di metà della considerazione che sua moglie aveva di lui... Alliandre era un uccellino in gabbia, i Seanchan sarebbero caduti come bambole davanti a Perrin Occhidoro, che avrebbe preso il Profeta per portarlo da Rand anche se Masema aveva migliaia di uomini a proteggerlo. Non per la prima volta, Perrin si rese conto che per quanto la rabbia di Faile lo addolorava e lo confondeva, lui temeva più che altro di deluderla. Se mai avesse visto delusione nei suoi occhi, gli si sarebbe squarciato il cuore.

Si inginocchiò accanto a lei e la aiutò a stendere la mappa più grande, che copriva il Sud del Ghealdan e il Nord dell’Amadicia, e prese a studiarla quasi come se il nome di Masema dovesse saltar fuori dalla pergamena.

Perrin aveva motivazioni più profonde di quelle di Rand. Qualsiasi cosa succedesse, lui non poteva deludere Faile.

Faile rimase stesa al buio ad ascoltare finché non fu sicura che il respiro di Perrin aveva il ritmo lento e profondo del sonno, poi scivolò via dalle coperte. Avvertì un malinconico divertimento mentre si infilava la camicia da notte di lino da sopra la testa. Davvero Perrin credeva che lei non avrebbe scoperto come un mattino aveva nascosto il letto in un bosco mentre venivano caricati i carri? Non che le importasse; non molto, almeno. Di sicuro lei aveva dormito per terra altrettanto spesso di Perrin. Aveva finto di essere sorpresa dalla scomparsa del letto, ovviamente, e non aveva dato molto peso alla faccenda. Se avesse reagito in qualsiasi altro modo, lui avrebbe chiesto scusa e forse sarebbe persino tornato indietro a prendere il letto. Gestire un marito è un’arte, così le aveva detto sua madre. Ma Deira ni Ghaline aveva mai avuto tutte queste difficoltà?

Infilando i piedi nelle scarpette, scrollò le spalle nella sopravveste di seta, poi esitò guardando Perrin. Se si svegliava l’avrebbe vista chiaramente, mentre per lei sarebbe rimasto un rigonfiamento nell’ombra. Si rammaricò che sua madre non fosse lì a consigliarla. Amava Perrin con ogni fibra del suo essere, ma quell’uomo la confondeva. Capire davvero gli uomini era impossibile, ovviamente, ma Perrin era così diverso da chiunque altro...

Non si vantava mai, e invece di gloriarsi di sé stesso era... modesto. Faile non aveva mai creduto che un uomo potesse essere modesto! Perrin insisteva nel sostenere che solo il caso aveva fatto di lui un condottiero, dichiarava di non esser capace di guidare gli altri nonostante gli uomini che incontrava fossero pronti a seguirlo un’ora dopo averlo conosciuto. Sminuiva il proprio intelletto considerandolo lento, quando quei lenti pensieri erano così profondi che lei doveva danzare una giga vivace per poter conservare i suoi segreti. Era un uomo meraviglioso, il suo lupo dai capelli ricci. Così forte. E così delicato. Sospirando, Faile uscì in punta di piedi dalla tenda. L’udito di Perrin le aveva già causato diversi problemi.

Il campo giaceva silenzioso sotto un quarto di luna che, dal cielo senza nuvole, emanava la stessa luce di una luna piena, un bagliore che pareva cancellare le stelle. Qualche uccello notturno lanciò i suoi striduli richiami, poi si zittì quando un gufo fece sentire il suo cupo verso. C’era una lieve brezza e, cosa strana, sembrava davvero fresca. Ma forse era solo frutto della sua immaginazione. Le notti erano fresche solo rispetto al giorno.

Gli uomini dormivano quasi tutti, forme scure tra le ombre in mezzo agli alberi. In pochi erano rimasti svegli, e chiacchieravano intorno alla manciata di fuochi ancora accesi. Faile non fece alcuno sforzo per passare inosservata, ma nessuno si accorse di lei. Alcuni sembravano mezzo addormentati, con la testa che ciondolava. Se non avesse saputo quanto scrupolosamente le sentinelle facevano il loro dovere, avrebbe pensato che quell’accampamento poteva essere colto di sorpresa anche da una mandria di bovini selvatici. Ovviamente, nella notte stavano facendo la guardia anche le Fanciulle. Ma a Faile non importava che potessero vederla.

I carri dalle grandi ruote erano disposti in una lunga fila, con i servitori già rannicchiati sotto a russare. La maggior parte dei servitori. C’era ancora un fuoco che crepitava. Maighdin e i suoi amici sedevano intorno alle fiamme. Tallanvor stava parlando e gesticolava con foga, ma solo gli altri uomini sembravano prestargli attenzione, nonostante lui si stesse rivolgendo a Maighdin. Faile aveva immaginato che quei fagotti potessero celare abiti migliori degli stracci che indossavano prima, ma la loro padrona precedente doveva essere stata di manica davvero larga se aveva donato seta ai suoi servitori, e Maighdin indossava un abito dal taglio davvero fine in seta azzurro pastello. Nessuno degli altri era vestito così bene, quindi forse Maighdin era stata la preferita della sua signora.