Un ramoscello si spezzò sotto il piede di Faile e quelli intorno al fuoco si girarono di scatto, Tallanvor balzò in piedi e quasi estrasse la spada prima di vedere Faile che raccoglieva le vesti per avanzare sotto la luce della luna. Erano molto più sulle spine degli uomini dei Fiumi Gemelli che aveva appena superato. Per un attimo rimasero semplicemente a fissarla; poi Maighdin si alzò con grazia e fece un profondo inchino, esempio che gli altri si affrettarono a imitare con varietà di risultati. Solo Maighdin e Balwer sembravano davvero a loro agio. Il volto di Gill era tagliato in due da un sorriso nervoso.
«Andate pure avanti con quello che stavate facendo» disse Faile in tono gentile. «Ma non restate in piedi troppo a lungo; domani sarà una giornata piena di lavoro.» Andò via, ma quando si girò vide che erano ancora tutti immobili e la scrutavano. I viaggi che avevano fatto dovevano averli resi nervosi come conigli, sempre in guardia contro la volpe. Faile si chiese se sarebbero riusciti a integrarsi. Nelle prossime settimane, avrebbe dovuto impegnarsi a insegnare a quelle persone i suoi modi di fare e ad apprendere i loro. Entrambi gli aspetti di quel rapporto erano importanti per gestire bene i servitori. Avrebbe dovuto trovare il tempo necessario.
Ma Maighdin e gli altri non rimasero a lungo nei suoi pensieri quella notte. Ben presto Faile superò i carri, e si spinse quasi fino a dove gli uomini dei Fiumi Gemelli facevano la guardia arrampicati sugli alberi. Nessuna creatura più grande di un topo sarebbe sfuggita ai loro occhi — talvolta, riuscivano a scorgere persino le Fanciulle — ma erano all’erta contro tentativi di infiltrarsi nell’accampamento. Non contro chi aveva ogni diritto di trovarsi lì. In una piccola radura illuminata dalla luna, i ragazzi di Faile la stavano aspettando.
Alcuni uomini si inchinarono, e Parelean quasi si abbassò su un ginocchio prima di fermarsi. Diverse donne fecero d’istinto la riverenza, una scena bizzarra dati gli abiti da uomo, poi abbassarono lo sguardo o strusciarono i piedi, imbarazzate da ciò che avevano appena fatto. Le usanze della corte erano ben inculcate in loro, per quanto quei giovani si sforzassero di adottare le abitudini degli Aiel. O meglio, quelle che loro credevano essere le abitudini degli Aiel. In alcune circostanze, le loro convinzioni avevano sconcertato persino le Fanciulle. Perrin diceva che erano degli idioti, e per certi versi aveva ragione, ma le avevano giurato fedeltà, sia i Cairhienesi che i Tarenesi — parlavano di giuramenti d’acqua, imitando gli Aiel, o almeno provandoci — e ciò li rendeva una sua responsabilità. Avevano dato al loro gruppo il nome di ‘società’ Cha Faile, l’artiglio del falco, anche se si rendevano conto della necessità di tenerlo segreto. Non erano del tutto idioti. In effetti, almeno da un punto di vista superficiale non erano molto diversi dai ragazzi e le ragazze coi quali lei era cresciuta.
Quelli che aveva inviato in missione quel mattino presto erano appena tornati, e infatti le donne si stavano ancora cambiando gli abiti che avevano dovuto indossare. Già una sola donna vestita da uomo avrebbe attirato l’attenzione a Bethal, figurarsi cinque. La radura era animata da un gran mulinare di gonne e biancheria, giubbe, camicie e brache. Le donne davano a intendere di non essere a disagio se si trovavano nude davanti ad altre persone, anche davanti agli uomini, visto che era evidente che per le Aiel era così, ma la fretta e il respiro affannato le smentivano. Gli uomini strascicavano i piedi e voltavano il capo, non sapevano se distogliere lo sguardo o osservare, come secondo loro facevano gli Aiel, fingendo però di non star fissando delle donne mezzo svestite. Faile teneva la veste chiusa sopra la camicia da notte; non avrebbe potuto indossare altro senza svegliare Perrin, ma non per questo si sentiva a suo agio. Non era una di quelle Domanesi che ricevevano servitori e assistenti nella vasca da bagno.
«Perdonaci se siamo arrivati in ritardo, lady Faile» ansimò Selande, sistemandosi la giubba con uno strattone. L’accento di Cairhien induriva la parlata della giovane. Selande era bassa anche per la media cairhienese.
Riusciva però a imbastire un portamento altezzoso piuttosto credibile, dove l’audacia era tutta espressa dall’inclinazione del capo e dalla linea dritta delle spalle. «Saremmo dovuti tornare prima, ma le guardie ci hanno messo un po’ a lasciarci uscire.»
«Come mai?» chiese di scatto Faile. Se solo avesse potuto vedere coi propri occhi e non con quelli di quei ragazzi; se solo Perrin avesse mandato lei invece di quella sgualdrina... No, non doveva pensare a Berelain.
Non era colpa di Perrin. Faile se lo ripeteva venti volte al giorno, come una preghiera. Ma perché il suo uomo doveva essere così cieco? «Perché vi hanno trattenuti?» Trasse un respiro, rattristata. Non doveva lasciare che i problemi con suo marito trasparissero dal tono che usava con i suoi vassalli.
«Niente di importante, mia signora.» Selande agganciò il cinturone con la spada e se lo sistemò sui fianchi. «Hanno fatto passare dei tizi con dei carri senza neanche dare un’occhiata, ma erano preoccupati all’idea di lasciar andare delle donne in giro di notte.» Alcune delle altre risero. I cinque uomini che erano andati a Bethal si agitarono, irritati, senza dubbio perché la loro presenza non era stata considerata una protezione sufficiente. Il resto della Cha Faile si dispose in semicerchio intorno a quei dieci, e tutti osservavano Faile con attenzione, concentrati sulle sue parole. La luce della luna disegnava ombre sui loro volti.
«Ditemi cosa avete visto» comandò lei, ma con un tono più pacato. Così andava molto meglio.
Selande fece un rapporto conciso e, nonostante il desiderio di andarci di persona, Faile dovette ammettere che quei dieci avevano visto più o meno tutto quello che c’era da vedere. Le strade di Bethal erano quasi vuote anche nelle ore più indaffarate. La gente restava quanto più possibile in casa.
Il commercio era un rivolo che scorreva in entrata e in uscita dalla città, ma erano pochi i mercanti che si avventuravano in quella parte del Ghealdan, e il cibo che veniva dalla campagna circostante era a malapena sufficiente a nutrire tutti. Quasi tutti gli abitanti parevano storditi, avevano paura di ciò che era al di là delle mura e sprofondavano sempre più nell’apatia e nella disperazione. Tutti tenevano la bocca chiusa per timore delle spie del Profeta, e chiusi erano anche gli occhi, per non essere scambiati proprio per una di quelle spie. Il Profeta stava avendo un profondo impatto.
Per esempio, per quanto numerosi fossero i banditi che vagavano tra le colline, a Bethal erano svaniti i tagliaborse e i ladri. Si diceva che la punizione somministrata dal Profeta per un furto fosse il taglio della mano.
Anche se questo non si applicava ai suoi seguaci.
«La regina fa il giro della città ogni giorno, si fa vedere per tenere alto il morale,» disse Selande «ma non credo che serva a molto. Questo suo viaggio a sud è mirato a ricordare al popolo che ha ancora una sovrana; forse da qualche parte ha avuto più successo. La Guardia regale è stata aggiunta alle sentinelle sulle mura, insieme a una manciata di soldati dell’esercito di sua maestà. Forse così i cittadini si sentono più sicuri. Finché lei non andrà via. A differenza degli altri, Alliandre non sembra temere che il Profeta possa scatenare la sua tempesta. Passeggia da sola nei giardini del palazzo di lord Telabin, di mattina e di sera, e ha al suo seguito pochi soldati, che passano gran parte del tempo nelle cucine. Tutti in città sembrano preoccupati per il cibo e la sua scarsità almeno quanto lo sono per il Profeta. In verità, mia signora, nonostante tutte le guardie lungo le mura, credo che se Masema si presentasse da solo ai cancelli gli consegnerebbero immediatamente la città.»