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«Hai paura di lord Perrin Occhidoro?» gli chiese sprezzante Maighdin.

Per la Luce, quell’uomo spaventava anche lei. Aveva gli occhi di un lupo.

«Balwer è abbastanza intelligente da saper tenere a freno la lingua. Qualsiasi cosa dice gli si rivolterebbe contro; dopo tutto, ha scelto di venire con me. Se hai paura, allora vai pure via!»

«Mi sbatti sempre in faccia questa frase» sospirò lui, tornando ad accovacciarsi sui talloni. Maighdin non poteva vedergli gli occhi, ma ne sentiva il peso. «Vai pure via se desideri, dici. Un tempo c’era un soldato che amava una regina da lontano, sapendo che era impossibile, sapendo che non poteva neppure rivolgerle la parola. Ora la regina non c’è più, resta solo una donna, e io spero. Brucio di speranza! Se vuoi che me ne vada, Maighdin, dillo. Una sola parola. ‘Vai!’. Una semplice parola.»

Lei aprì la bocca. Una semplice parola, pensò. Per la Luce, è solo una parola. Perché non riesco a dirla? Luce, ti prego! E per la seconda volta quella notte, la Luce non la ascoltò. E Maighdin rimase seduta e avvolta nelle coperte come un’idiota, la bocca aperta, la faccia sempre più bollente.

Se Tallanvor avesse ridacchiato di nuovo, lo avrebbe infilzato con un pugnale. Se avesse riso o mostrato un qualsiasi segno di trionfo... Invece l’uomo si piegò in avanti e la baciò con delicatezza sugli occhi. Maighdin emise un suono dal fondo della gola; non riusciva a muoversi. A occhi sgranati, lo guardò rialzarsi. Alto sotto la luce della luna. Lei era una regina — lo era stata — abituata a comandare, abituata a prendere decisioni difficili in momenti difficili, ma in quel momento il battito del cuore copriva ogni suo pensiero.

«Se avessi detto ‘vai’,» dichiarò Tallanvor «avrei seppellito la speranza, ma non avrei mai potuto abbandonarti.»

Solo quando lui fu tornato alle sue coperte Maighdin poté stendersi di nuovo e tirarsi addosso le proprie. Ansimava come se avesse corso. La notte era davvero fresca: stava rabbrividendo, non tremando. Tallanvor era troppo giovane. Troppo giovane! Peggio ancora, aveva ragione. Che fosse folgorato per questo! La cameriera di una nobile non poteva in alcun modo cambiare il corso degli eventi, e se l’assassino dagli occhi di lupo al servizio del Drago Rinato scopriva di avere Morgase di Andor nelle sue mani poteva usarla contro Elayne invece di aiutarla. Tallanvor non aveva diritto di avere ragione visto che lei voleva che avesse torto! L’illogicità di quel pensiero la fece infuriare. C’era davvero la possibilità che lei potesse fare qualcosa di utile! Doveva esserci!

Dai recessi della mente, una piccola voce la derise. Non puoi dimenticare che sei Morgase Trakand, le disse sprezzante quella vocina, e anche dopo aver abdicato al trono la regina Morgase non riesce a smettere di provare a immischiarsi negli affari dei potenti, nonostante i disastri che ha combinato finora. E nemmeno riesce a dire a un uomo di andar via, perché non può smettere di pensare a quanto siano forti le sue mani, a come le sue labbra si piegano quando sorride, e...

Con rabbia, lei si tirò le coperte sulla testa, cercando di zittire quella voce. Non aveva deciso di rimanere perché era incapace di stare lontana dal potere. Quanto a Tallanvor... Lo avrebbe messo fermamente al suo posto.

La prossima volta lo avrebbe fatto! Ma... Qual era il suo posto, nei confronti di una donna che non era più regina? Provò a toglierselo dalla mente, e provò a ignorare quella voce beffarda che rifiutava di tacere, eppure quando il sonno finalmente arrivò, lei sentiva ancora la pressione delle sue labbra sulle palpebre.

9

Grovigli

Perrin si svegliò prima dell’alba come al solito, e come al solito Faile si era già alzata ed era in giro. Quella donna era capace di far sembrare rumoroso un topolino se voleva, e Perrin sospettava che, se anche si fosse svegliato un’ora dopo essersi messo a letto, lei sarebbe comunque riuscita ad alzarsi prima. I lembi dell’apertura della tenda erano legati all’indietro, i pannelli laterali un po’ rialzati sul fondo, e dal buco in cima entrava un po’ d’aria, abbastanza per dare un’illusione di frescura. Perrin addirittura rabbrividì mentre cercava camicia e brache. Be’, si supponeva fosse inverno, anche se il clima non se ne era ancora accorto.

Si vestì al buio e si strofinò i denti col sale, senza bisogno di lampade, e quando uscì dalla tenda battendo i piedi per farli entrare meglio negli stivali, vide che Faile aveva già i suoi nuovi servitori raccolti attorno a sé, nello scuro grigiore del primo mattino, alcuni di loro muniti di lanterne. La figlia di un lord aveva bisogno di servitori: avrebbe dovuto provvedere prima lui stesso. A Caemlyn Faile aveva addestrato allo scopo alcune persone dei Fiumi Gemelli, ma vista la necessità di segretezza non avevano potuto portarle in quel viaggio. Mastro Gill sarebbe di sicuro tornato a casa non appena possibile, e con lui Lamgwin e Breane, ma forse Maighdin e Lini sarebbero rimaste.

Aram, seduto a gambe incrociate accanto alla tenda, si raddrizzò e aspettò Perrin in silenzio. Se Perrin non gliel’avesse impedito, quel ragazzo avrebbe dormito sulla soglia della tenda. Quel mattino indossava una giubba a strisce bianche e rosse, anche se il bianco era un po’ lercio, e già adesso l’elsa col pomello a testa di lupo gli spuntava da sopra una spalla. Perrin aveva lasciato la sua ascia nella tenda, lieto di poterne fare a meno. Tallanvor portava ancora la spada appesa al cinturone che chiudeva la giubba, ma mastro Gill e gli altri due uomini erano disarmati.

Faile doveva averlo osservato per tutto il tempo, perché non appena Perrin uscì lei indicò la tenda, dando chiaramente degli ordini. Maighdin e Breane passarono di gran carriera accanto a lui e ad Aram; portavano con sé le lanterne, tenevano la mascella serrata e, chissà perché, odoravano di ferma determinazione. Nessuna delle due gli fece la riverenza, una piacevole sorpresa. Lini sì, un rapido piegarsi delle ginocchia prima di scattare dietro le altre due mormorando qualcosa sulla necessità di ‘saper stare al proprio posto’. Perrin sospettava che Lini fosse una di quelle donne il cui posto, secondo loro, era ovviamente al comando. A pensarci bene, quasi tutte le donne erano così. E dappertutto, non solo nei Fiumi Gemelli.

Tallanvor e Lamgwin seguirono le donne da presso, e Lamgwin si inchinò con gravità appena minore di Tallanvor, che era quasi cupo. Perrin sospirò e ricambiò l’inchino, ed entrambi sobbalzarono, guardandolo a bocca aperta. Un urlo brusco da parte di Lini li fece scattare nella tenda.

Dopo avergli rivolto appena un sorriso fulmineo, Faile si avviò verso i carri, parlando di volta in volta con Basel Gill e Sebban Balwer che le stavano ai lati. Ognuno reggeva una lanterna, per illuminarle il cammino.

Ovviamente, un nutrito numero di quei giovani idioti li seguiva tenendosi a una distanza dalla quale avrebbero sentito se lei alzava la voce, camminavano impettiti carezzando le else delle spade e si guardavano intorno nella luce fioca come se si aspettassero un attacco o sperassero che ne arrivasse uno. Perrin si tirò la barba corta. Faile trovava sempre un bel po’ di cose da fare per riempirsi la giornata, e nessuno glielo impediva. Nessuno osava.

All’orizzonte si vedevano appena le prime dita di luce dell’alba, ma i Cairhienesi cominciavano già a destarsi tra i carri, e si muovevano più in fretta man mano che Faile si avvicinava. Quando lei li ebbe raggiunti, sembrava ormai che trottassero, le lanterne che sobbalzavano e oscillavano nell’oscurità. Gli uomini dei Fiumi Gemelli, abituati ai tempi della fattoria, stavano già facendo colazione, alcuni ridevano e facevano chiasso intorno ai fuochi per cucinare, altri brontolavano, ma quasi tutti facevano il loro dovere. Pochi di loro provarono a restare tra le coperte, e ne furono tirati fuori senza cerimonie. Anche Grady e Neald erano già in piedi, come sempre in disparte, ombre in giubba nera in mezzo agli alberi. Perrin non ricordava di averli mai visti senza quelle giubbe, sempre abbottonate fino al collo, sempre pulite e stirate sin dall’alba, per quanto malconce potevano esser state la notte prima. Eseguendo le forme all’unisono, si stavano esercitando con la spada come ogni altra mattina. Quello era meglio dell’allenamento serale, quando sedevano a gambe incrociate, mani sulle ginocchia, fissando il nulla. Non facevano mai niente che gli altri potessero vedere, ma tutti gli uomini dell’accampamento sapevano in cosa i due si esercitavano, e si tenevano alla larga. Nemmeno le Fanciulle si avvicinavano più di tanto, in quei momenti.