Mancava una cosa, e Perrin se ne rese conto con un sobbalzo. Faile faceva sempre in modo che un uomo gli andasse subito incontro con una ciotola della farinata d’avena che mangiavano a colazione, ma quel mattino doveva essere stata troppo occupata per pensarci. Con gioia, Perrin si affrettò verso i fuochi, nella speranza di potersi riempire da solo la ciotola almeno per una volta. Speranza vana.
Flann Barstere, un uomo magro con una fossetta nel mento, gli andò incontro a metà strada per piazzargli in mano una ciotola incisa. Flann veniva dalle parti di Watch Hill e Perrin non lo conosceva bene, ma erano andati insieme a caccia una volta o due, e Perrin lo aveva anche aiutato a tirar fuori una delle vacche di suo padre da un pantano nel Bosco del Fiume.
«Lady Faile mi aveva chiesto di portartela, Perrin» spiegò Flann ansioso.
«Non glielo dirai che l’avevo dimenticato, vero? Non glielo dirai? Ho trovato del miele, e ce ne ho messo una bella cucchiaiata.» Perrin provò a non sospirare. Almeno Flann si ricordava il suo nome.
Bene, forse non poteva sbrigare da solo le faccende più semplici, ma era ancora responsabile degli uomini che mangiavano tra gli alberi. Se non fosse stato per lui sarebbero rimasti con le loro famiglie, e in quel momento avrebbero cominciato a prepararsi per il lavoro in fattoria, mungendo mucche e tagliando legna da ardere invece di chiedersi se di lì al tramonto avrebbero dovuto uccidere o sarebbero morti. Mangiando rapidamente la farinata col miele, Perrin disse ad Aram di prendersela comoda con la colazione, ma l’altro assunse un’aria così mesta che lui lasciò perdere, e così Aram lo seguì nel giro dell’accampamento. Un viaggio tutt’altro che piacevole.
Gli uomini mettevano giù la ciotola al suo arrivo, o addirittura si alzavano in piedi vedendolo passare. Perrin digrignava i denti ogni volta che si sentiva chiamare ‘lord’ da un uomo col quale era cresciuto o che, peggio ancora, lo aveva mandato a svolgere qualche commissione quando lui era ragazzo. Non lo facevano tutti, ma erano comunque troppi. Decisamente troppi. Dopo un po’ smise di chiedere che la smettessero, si arrese per stanchezza; fin troppo spesso la risposta era ‘Oh! Come desideri, lord Perrin.’ Era sufficiente a fargli venir voglia di ululare!
Ciò nonostante, si costrinse a fermarsi per scambiare due parole con ognuno di loro. Soprattutto, però, tenne gli occhi aperti. E il naso. Quegli uomini erano tutti abbastanza accorti da tenere l’arco in buone condizioni e badare all’impennatura e alla punta delle frecce, ma alcuni di loro erano capaci di consumare la suola degli stivali o il fondo dei pantaloni senza neanche accorgersene, o di lasciare che una vescica entrasse in suppurazione perché non potevano prendersi la briga di porvi rimedio. Diversi di loro avevano l’abitudine di procacciarsi acquavite quando era possibile, e due o tre non la reggevano bene. In un piccolo villaggio prima di Bethal avevano incontrato non meno di tre locande.
Era una strana sensazione. Quando comare Luhan o sua madre gli dicevano che gli servivano degli stivali nuovi o che le sue brache avevano bisogno di una ricucita, Perrin aveva sempre provato imbarazzo, ed era sicuro che si sarebbe irritato con chiunque altro avesse provato a fare una cosa del genere, ma gli uomini dei Fiumi Gemelli, a cominciare dal vecchio Jondyn Barran, si limitarono a rispondergli, ‘Accidenti, lord Perrin, hai ragione; me ne occupo subito’ o cose del genere. E Perrin ne colse alcuni che si scambiavano sorrisi mentre lui proseguiva il giro. E avevano un odore compiaciuto! Quando stanò una brocca d’argilla piena di acquavite alla pera nelle bisacce da sella di Jori Congar — un uomo pelle e ossa che mangiava il doppio degli altri e aveva sempre l’aria di chi non si fa un boccone da una settimana, Jori era bravo con l’arco, ma quando ne aveva l’occasione beveva fino a non reggersi in piedi e aveva anche la mano un po’ troppo lesta —, questi lo guardò a occhi sgranati e spalancò le braccia come a dire che non sapeva da dove venisse quella brocca. Ma quando Perrin andò via, svuotando l’acquavite a terra, Jori rise e dichiarò: «A lord Perrin non sfugge nulla!» E odorava di orgoglio! A volte Perrin credeva di essere l’ultima persona sana di mente rimasta in quel gruppo.
Si rese conto di un’altra cosa. Gli uomini erano tutti interessati a ciò che lui non aveva detto. Uno dopo l’altro, guardarono verso le bandiere che di tanto in tanto sventolavano in cima ai loro pali spinte da una breve raffica di vento, la testa di lupo rossa e l’aquila rossa. Guardavano le bandiere e guardavano lui, in attesa dell’ordine che aveva dato ogni volta in cui i due vessilli erano spuntati fuori da quando avevano raggiunto il Ghealdan. E spesso anche prima di arrivare in quella terra. Solo che il giorno addietro lui non aveva detto nulla, e non disse nulla neppure durante questo giro, e vide il fiorire delle ipotesi sui volti degli uomini. Si lasciò alle spalle gruppi di individui che scrutavano le bandiere e poi lui, mormorando tra di loro con trasporto. Perrin non provò ad ascoltare ciò che dicevano. Che avrebbero detto se lui si fosse sbagliato, se i Manti Bianchi o re Ailron avessero deciso che potevano distogliere lo sguardo dal Profeta e dai Seanchan abbastanza a lungo per poter soffocare una presunta ribellione? Quegli uomini erano sotto la sua responsabilità, e per colpa sua ne erano morti già troppi.
Il sole cominciava ad affacciarsi oltre l’orizzonte e diffondeva la forte luce del mattino quando lui ebbe finito il giro; di ritorno alla tenda, vide che Tallanvor e Lamgwin stavano trascinando fuori i bauli sotto gli ordini di Lini, mentre Maighdin e Breane parevano intente a riordinarne il contenuto su un’ampia zona di erba marrone. Si trattava soprattutto di lenzuola e tovaglie, e lunghe fasce di seta lucente che avrebbero dovuto drappeggiare il letto smarrito da Perrin. Faile doveva trovarsi dentro la tenda, perché la banda di giovani idioti era poco distante a girarsi i pollici. Niente lavori pesanti per loro. Erano utili come ratti in un fienile.
Perrin pensò di dare un’occhiata a Resistenza e Stepper, ma quando guardò oltre gli alberi verso dove erano impastoiati i cavalli, qualcuno lo vide. Almeno tre dei maniscalchi si fecero avanti con ansia e lo guardarono. Uomini massicci in grembiuli di cuoio, simili tra loro come le uova di un paniere, anche se Falton aveva solo una frangia di capelli bianchi intorno alla testa, quelli di Aemin cominciavano a ingrigire e Jerasid era appena entrato nell’età adulta. Perrin ringhiò quando li vide. Sarebbero andati da lui se avesse poggiato una mano su uno dei due cavalli, e avrebbero strabuzzato gli occhi se avesse sollevato una zampa per controllare uno zoccolo. L’unica volta che Perrin aveva provato a cambiare da solo uno zoccolo consumato, a Resistenza, tutti e sei i maniscalchi gli erano sfrecciati intorno per strappargli gli strumenti prima ancora che potesse toccarli, facendo quasi cadere il baio nella fretta di fare il lavoro al posto suo.
«Temono che non ti fidi di loro» gli disse Aram all’improvviso. Perrin lo guardò sorpreso, e Aram mosse le spalle sotto la giubba. «Ho parlato un po’ con loro. Credono che se un lord bada da solo ai propri cavalli deve essere perché non si fida dei suoi maniscalchi. Hanno paura che tu possa mandarli via, e non saprebbero come tornare a casa.» A giudicare dal suo tono, secondo lui dovevano essere degli idioti a fare dei pensieri del genere, ma guardò Perrin di sottecchi e scrollò di nuovo le spalle, a disagio. «E credo che siano anche imbarazzati. Secondo quegli individui, se non ti comporti come loro pensano debba comportarsi un lord questo si riflette anche sulla loro dignità.»