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«Mia signora,» disse concitata Alliandre «metà di quei nobili manderanno notizie al Profeta non appena ricevono la mia lettera. Sono terrorizzati da quell’uomo, e solo la Luce sa cosa egli potrebbe fare.» Proprio la risposta che Faile si era augurata.

«Motivo per cui tu scriverai anche a lui, per dirgli che hai messo insieme un manipolo di soldati per occuparti personalmente di quest’uomo. Dopo tutto, il Profeta del lord Drago è troppo importante per poter volgere la sua attenzione a un problema così insignificante.»

«Molto bene» mormorò Annoura. «Nessuno sarà più in grado di capirci qualcosa.»

Berelain rise e approvò con gioia, che fosse folgorata!

«Mia signora,» sussurrò Alliandre «prima ho detto che lord Perrin è eccezionale. Posso aggiungere che sua moglie lo è altrettanto?»

Faile si sforzò di non gioire troppo visibilmente. Adesso doveva richiamare gli uomini che aveva lasciato a Bethal. Di questo, in un certo senso, era pentita. Spiegare tutto a Perrin sarebbe stato più che difficile, ma nemmeno lui sarebbe riuscito a controllarsi se sua moglie avesse rapito la regina del Ghealdan.

Quasi tutta la Guardia Alata pareva raccolta al confine dell’accampamento, intorno a dieci cavalieri, membri di quello stesso corpo. L’assenza di lance li identificava come esploratori. Gli uomini a terra si agitavano e spingevano nel tentativo di arrivare più vicino. A Perrin parve di sentire di nuovo il tuono, non molto lontano, ma quella percezione sfiorò appena la sua consapevolezza.

Mentre lui si preparava a farsi largo con la forza, Gallenne ruggì: «Fateci passare, cani rognosi!» Le teste si girarono di scatto, e nella ressa alcuni uomini si spostarono di lato, aprendo uno stretto sentiero. Perrin si chiese cosa sarebbe successo se avesse chiamato ‘cani rognosi’ gli uomini dei Fiumi Gemelli. Forse gli avrebbero tirato un pugno sul naso. Valeva la pena tentare.

Nurelle e gli altri ufficiali erano con gli esploratori. E insieme a loro c’erano anche altri sette uomini a piedi con le mani legate dietro la schiena e guidati con una corda introno al collo; strascicavano i piedi, tenevano le spalle abbassate e si guardavano intorno con paura, con aria di sfida o con entrambe le espressioni insieme. Cosa strana, avevano un pesante odore di fumo. E in effetti alcuni dei soldati a cavallo avevano il volto sporco di fuliggine, e un paio di loro pareva si stessero curando delle bruciature. Aram stava studiando i prigionieri, leggermente accigliato.

Gallenne prese posizione, gambe larghe e pugni sui fianchi, e con il suo unico occhio buono si guardò intorno in cagnesco, facendo un lavoro migliore di quello di tanti altri uomini dotati di entrambi gli occhi. «Che è successo?» chiese. «I miei esploratori devono tornare all’accampamento carichi di notizie, non di straccioni!»

«Lascerò che sia Ortis a fare rapporto, mio signore» disse Nurelle. «Lui c’era. Soldato Ortis!»

Un uomo di mezza età scese precipitosamente di sella e si inchinò, la mano guantata premuta sul cuore. Il suo elmo era semplice, senza le piume sottili e le ali che erano incise ai lati degli elmi degli ufficiali. Sotto il bordo, una bruciatura livida spiccava chiaramente sul suo volto. Sull’altra guancia c’era una cicatrice che piegava all’insù l’angolo della bocca. «Lord Gallenne, lord Perrin» salutò con voce roca. «Ci siamo imbattuti in questi mangiarape circa due leghe a ovest, signori. Stavano bruciando una fattoria, con i contadini dentro. Una donna ha provato a uscire da una finestra e uno di questi infami le ha spinto la testa dentro. Sapendo come la pensa lord Aybara, abbiamo messo fine alle loro malefatte. Era troppo tardi per salvare tutti i contadini, ma abbiamo catturato questi sette. Gli altri sono fuggiti.»

«La gente è sempre tentata di scivolare nell’Ombra» disse all’improvviso uno dei prigionieri. «Bisogna ricordare a ogni costo la retta via.» Alto e magro e con un’aria imponente, l’uomo aveva voce gentile e parlata colta, ma la sua giubba era sporca come quelle degli altri, e dovevano essere passati due o tre giorni dalla sua ultima rasatura. A quanto pareva, il Profeta non reputava necessario sprecare tempo con oggetti come i rasoi. O i bagni. Mani legate dietro la schiena e una corda intorno al collo, il prigioniero guardava in cagnesco gli uomini che lo avevano catturato e non mostrava il minimo timore. Era arrogante e sfrontato. «I vostri soldati non mi fanno paura» disse. «Il Profeta del lord Drago, che il suo nome sia benedetto dalla Luce, ha distrutto armate ben più grandi della vostra combriccola. Potete ucciderci, ma saremo vendicati quando il Profeta annaffierà il terreno col vostro sangue. Nessuno di voi vivrà a lungo dopo la nostra morte. Il Profeta trionferà nel fuoco e nel sangue.» Sul finire la voce divenne tonante, la schiena dritta come un bastone di ferro. I soldati lì intorno cominciarono a mormorare. Sapevano benissimo che Masema aveva già annientato eserciti più grandi del loro.

«Impiccateli» disse Perrin. Di nuovo, sentì quel tuono.

Dopo aver dato l’ordine, si costrinse ad assistere. Nonostante i mormorii, non mancarono le mani pronte a eseguirlo. Alcuni prigionieri cominciarono a piagnucolare quando le loro corde furono lanciate sui rami degli alberi. Un uomo che un tempo doveva essere stato grasso a giudicare dai bargigli che pendevano in pieghe dal suo collo gridò di essere pentito e promise di servire qualsiasi padrone loro gli avessero dato. Un tizio calvo che sembrava duro quanto Lamgwin si agitò e urlò finché la corda non strozzò le sue proteste. Solo l’uomo dalla voce gentile non scalciò né si oppose, nemmeno quando il cappio gli si strinse intorno al collo. Fino alla fine, continuò a lanciare la sua sfida furiosa.

«Almeno uno di loro sapeva come morire dignitosamente» ruggì Gallenne quando anche l’ultimo corpo si fu afflosciato. Guardò accigliato gli uomini che ora decoravano gli alberi, quasi gli dispiacesse che non avevano opposto una più violenta resistenza.

«Se quelle persone erano davvero al servizio dell’Ombra...» cominciò Aram, poi esitò. «Perdonami, lord Perrin, ma siamo sicuri che il lord Drago approverà tutto ciò?»

Perrin sobbalzò, poi si girò a fissarlo, sbalordito. «Per la Luce, Aram, ma hai sentito che hanno fatto? Rand avrebbe messo lui stesso la corda intorno ai loro colli!» Lui pensava che l’avrebbe fatto, lo sperava. Rand aveva questa fissazione di unire le nazioni prima dell’Ultima Battaglia, e non badava molto al prezzo da pagare.

I soldati alzarono di scatto lo sguardo quando il tuono rimbombò una prima volta abbastanza forte perché tutti lo sentissero, poi di nuovo e più vicino, poi più vicino ancora. Soffiò una raffica di vento, poi smise e poi soffiò di nuovo, tirando la giubba di Perrin da una parte e dall’altra. I fulmini si biforcarono in un cielo senza nuvole. Nel campo dei Mayenesi, i cavalli nitrirono e si impennarono tendendo le corde. Il tuono risuonò ancora e ancora, e i fulmini si contorsero come argentei serpenti azzurri, e sotto il sole cocente cominciò a scendere la pioggia, gocce grosse e sparse che alzavano fontane di polvere quando colpivano il terreno. Perrin se ne asciugò una da una guancia e guardò meravigliato le dita bagnate.

Pochi istanti e la tempesta cessò, il tuono e il fulmine rotolarono verso est. Il terreno assetato assorbì le gocce cadute, il sole splendeva torrido come sempre, e solo le luci tremolanti nel cielo e i lontani boati provavano che era davvero successo qualcosa. I soldati si fissavano, perplessi. Gallenne staccò le dita dall’elsa della spada con uno sforzo visibile.

«Questa... questa non può essere opera del Tenebroso» disse Aram, e sobbalzò. Nessuno aveva mai visto un temporale naturale di quel tipo.

«Significa che il clima sta cambiando, vero, lord Perrin? Sta tornando normale, giusto?»

Perrin aprì la bocca per dirgli di non chiamarlo ‘lord’, ma poi la richiuse con un sospiro. «Non lo so» rispose. Cosa aveva detto Gaul? «Tutto cambia, Aram.» Perrin però non aveva mai pensato che sarebbe dovuto cambiare anche lui.