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Domande e un giuramento
Nella grande stalla c’era odore di paglia vecchia e sterco di cavallo. E di sangue, e di carne bruciata. Con tutte le porte chiuse, l’aria era pesante. Le due lanterne davano poca luce, e le ombre occupavano gran parte dello spazio. Nelle lunghe file di piccoli recinti, i cavalli nitrivano nervosi.
L’uomo appeso per i polsi a una trave del soffitto gemette debolmente, poi fece un secco colpo di tosse. La testa gli ricadde sul petto. Era alto, muscoloso, anche se assai malconcio.
A un tratto Sevanna si rese conto che il suo torace non si muoveva più.
Gli anelli tempestati di gemme sulle sue dita scintillarono di rosso e verde quando fece un brusco cenno a Rhiale.
La donna dai capelli di fiamma spinse in alto la testa dell’uomo e con un pollice aprì una palpebra, poi schiacciò un orecchio contro il torace, incurante delle schegge ancora ardenti che lo punteggiavano. Si raddrizzò, con un verso di disgusto. «È morto. Avremmo dovuto lasciarlo alle Fanciulle, Sevanna, o agli Occhi Neri. Sono sicura che l’abbiamo ucciso per ignoranza.»
Sevanna tese le labbra e si sistemò lo scialle facendo tintinnare i braccialetti. La coprivano fin quasi ai gomiti, un notevole carico di oro, avorio e gemme, eppure lei avrebbe indossato anche tutti gli altri che possedeva se le fosse stato possibile. Le altre donne non dissero nulla. Sottoporre i prigionieri a interrogatorio non era compito delle Sapienti, ma Rhiale sapeva perché dovevano occuparsene loro. Unico sopravvissuto di dieci cavalieri che pensavano di poter sconfiggere venti Fanciulle solo perché erano in groppa a dei cavalli, quell’uomo era anche stato il primo Seanchan catturato nei dieci giorni trascorsi dal loro arrivo in quella regione.
«Non sarebbe morto se non si fosse opposto così duramente al dolore, Rhiale» disse infine Someryn scuotendo il capo. «Era forte, per essere un abitante delle terre bagnate, ma non è stato capace di accettare il dolore. E comunque ci ha rivelato molte cose.»
Sevanna la guardò di sottecchi, cercando di capire se stava facendo del sarcasmo. Alta quanto la maggior parte degli uomini, Someryn indossava più collane e bracciali di tutte le donne presenti nella stalla tranne Sevanna stessa, strati di gocce di fuoco e smeraldi, rubini e zaffiri che quasi nascondevano un seno troppo pieno che altrimenti sarebbe stato mezzo esposto con quella blusa sbottonata fin quasi alla gonna. Lo scialle, legato intorno alla vita, non copriva nulla. A volte per Sevanna era difficile stabilire se Someryn la emulava o cercava di competere con lei.
«Molte!» esclamò Meira. Alla luce della lanterna che reggeva, il suo volto lungo era più truce del solito, per quanto la cosa sembrasse impossibile. Meira era capace di trovare un lato buio anche nel sole di mezzogiorno. «Che la sua gente è a due giorni di viaggio verso ovest, nella città chiamata Amador? Lo sapevamo già. Ci ha raccontato solo storie. Artur Hawkwing! Bah! Le Fanciulle avrebbero dovuto tenerselo e fare ciò che era necessario.»
«Voi... sareste disposte a rischiare che tutti sappiano troppo e troppo presto?» Sevanna si morse le labbra per la preoccupazione. Aveva quasi detto ‘voi stupide’. Troppe persone già sapevano troppe cose, secondo lei, comprese le Sapienti, ma non poteva rischiare di offendere quelle donne. E questa consapevolezza la irritava! «La gente ha paura.» Almeno, in questo caso non c’era bisogno di nascondere il suo disprezzo. Quello che la sconvolgeva e la faceva infuriare non era il fatto che tanti avessero paura, ma che in pochi si sforzassero di nasconderlo. «Gli Occhi Neri, i Cani di Pietra e persino le Fanciulle avrebbero parlato di ciò che ha detto quell’uomo.
Sapete che è così! E le sue menzogne si sarebbero diffuse ancor più in fretta.» Dovevano essere per forza menzogne. Sevanna immaginava che il mare fosse come i laghi che aveva incontrato nelle terre bagnate, ma con la riva opposta non visibile. Se davvero stavano arrivando altre centinaia di migliaia di persone, anche dall’altro lato di una distesa d’acqua così grande, gli altri prigionieri che aveva interrogato avrebbero dovuto saperlo. E nessuno era stato interrogato senza che lei fosse presente.
Tion sollevò la seconda lanterna e osservò Sevanna senza sbattere le palpebre sui suoi occhi grigi. Un bel po’ più bassa di Someryn, Tion era comunque più alta di Sevanna. E grossa il doppio. Il suo viso rotondo spesso sembrava placido, ma pensare che lo fosse anche il suo carattere era un grosso errore. «Fanno bene ad aver paura» disse con voce di pietra. «Io stessa ho paura, e non me ne vergogno affatto. I Seanchan sarebbero tanti anche se fossero solo quelli che hanno preso Amador, e noi siamo pochi.
Tu hai la tua setta con te, Sevanna, ma dov’è la mia? Caddar, il tuo amico delle terre bagnate, e la sua Aes Sedai addomesticata ci hanno mandati a morire attraverso quei buchi nell’aria. Dove sono gli altri Shaido?»
Rhiale si spostò per mettersi con aria di sfida accanto a Tion, e subito le due furono raggiunte da Alarys, che anche in quel momento continuava a giocherellare coi capelli neri per attirare su di essi l’attenzione. O forse per evitare di incrociare lo sguardo di Sevanna. Dopo un attimo, Meira si aggiunse accigliata al gruppo, e poi lo stesso fece Modarra. Modarra sarebbe stata semplicemente magra se non fosse stata anche più alta di Someryn, il che la faceva sembrare nel migliore dei casi macilenta. Sevanna credeva di avere su Modarra una presa ferrea come quella degli anelli che le cingevano le dita. Una presa ferrea come quella che aveva su... Someryn la guardò e sospirò, poi guardò le altre. Lentamente, andò a mettersi accanto a loro.
Sevanna rimase da sola, al limitare della pozza di luce proiettata dalle lanterne. Di tutte le donne legate a lei dall’uccisione di Desaine, queste erano quelle delle quali si fidava di più. Non che si fidasse molto di qualcuno, ovviamente. Ma prima era sicura che Someryn e Modarra fossero in suo potere, come se avessero dichiarato con un giuramento d’acqua di seguirla ovunque. E adesso osavano affrontarla con quegli sguardi d’accusa.
Persino Alarys la guardava, continuando a tormentarsi i capelli.
Sevanna resse quegli sguardi con un sorriso freddo e quasi derisorio.
Decise che non era il momento di ricordare a quelle donne il crimine che legava i loro destini al suo. Non era tempo per il bastone. «Sospetto che Caddar potrebbe provare a tradirci» disse invece. Gli occhi azzurri di Rhiale si sgranarono per quell’ammissione, e Tion aprì la bocca. Sevanna proseguì, senza dar loro modo di parlare. «Avreste preferito restare al Pugnale del Kinslayer e farvi distruggere? Avreste preferito essere inseguite come bestie da quattro clan le cui Sapienti sono capaci di creare quei buchi senza le scatole per viaggiare? E invece ci troviamo nel cuore di una terra ricca e debole. Più ricca anche delle terre degli assassini dell’albero. Guardate cosa abbiamo preso in soli dieci giorni. Quanto altro potremo prendere in una città di queste terre bagnate? Avete paura dei Seanchan perché sono numerosi? Ricordate che ho portato con me tutte le Sapienti Shaido in grado di incanalare.» Il fatto che lei stessa non sapesse farlo ormai le sovveniva di rado. Presto avrebbe posto rimedio anche a quello. «Siamo più forti di qualsiasi armata che questi abitanti delle terre bagnate potranno mai mandarci contro. Anche se avessero davvero delle lucertole volanti.» Tirò su col naso forte, per dimostrare come la pensava al riguardo. Nessuna di loro aveva mai visto una di quelle bestie, e nemmeno nessun esploratore, ma quasi tutti i prigionieri avevano raccontato quelle ridicole storie. «Dopo che avremo trovato le altre sette, ci impadroniremo di questa terra. La prenderemo tutta! E chiederemo un pagamento dieci volte più alto alle Aes Sedai. E troveremo Caddar e lo faremo morire urlando pietà.»
Questo avrebbe dovuto ridare coraggio alle altre, avrebbe dovuto rincuorarle come era già successo in passato. Ma nessuna di loro cambiò espressione. Nessuna.