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«Quella fu opera di Rand al’Thor!» disse bruscamente Sevanna. «Invece di pensare a cosa ha fatto contro di noi, pensate a cosa potremo fare quando sarà nostro!» Quando sarà mio, pensò. Le Aes Sedai erano riuscite a prenderlo e trattenerlo per un po’, e lei aveva qualcosa che le Aes Sedai non avevano, altrimenti l’avrebbero usato. «Ricordate che avevamo sconfitto le Aes Sedai, prima che lui si schierasse dalla loro parte. Le Aes Sedai non valgono niente!»

Ancora una volta, il suo tentativo per rinsaldare i loro animi non produsse alcun effetto visibile. Quelle donne ricordavano solo che le lance si erano spezzate nel tentativo di catturare al’Thor, e che a loro era toccata la stessa sorte. Sembrava che Modarra stesse fissando la tomba di tutta la sua setta, e persino Tion era nervosamente accigliata, senza dubbio perché stava ricordando che anche lei era fuggita come una capra spaventata.

«Sapienti,» disse una voce maschile alle spalle di Sevanna «sono stato mandato a chiedere il vostro giudizio.»

In un istante i volti di tutte le donne tornarono sereni. Quell’uomo ottenne con la sua sola presenza ciò che Sevanna non era riuscita a fare nonostante i vari tentativi. Nessuna Sapiente avrebbe mai permesso a chiunque non fosse a sua volta una Sapiente di coglierla in un momento di difficoltà.

Alarys smise di carezzarsi i capelli, che si era passati sopra una spalla. Era evidente che nessuna aveva riconosciuto quell’individuo. Sevanna credeva invece di sapere chi fosse.

Lui le osservò con un’espressione solenne negli occhi verdi che erano molto più vecchi del suo volto liscio. Le labbra erano carnose, ma la bocca aveva la piega di chi ha dimenticato come si sorride. «Sono Kinhuin, dei Mera’din, Sapienti. I Jumai dicono che non possiamo prenderci la nostra parte dei possedimenti di questo luogo perché non siamo Jumai, ma la verità è che lo fanno perché altrimenti ce ne sarebbe di meno per loro visto che noi siamo due per ogni algai’d’siswai dei Jumai. I Senza Fratelli chiedono il vostro giudizio, Sapienti.»

Adesso che sapevano chi era, alcune di loro non riuscirono a nascondere il disprezzo per quegli uomini che avevano abbandonato clan e setta per unirsi agli Shaido pur di non seguire Rand al’Thor, che ritenevano un abitante delle terre bagnate e non il vero Car’a’carn. Tion si limitò a indurire il volto, ma Rhiale aveva gli occhi ardenti e Meira era lì lì per accigliarsi.

Solo Modarra mostrava interesse alla causa di quell’uomo, ma d’altronde lei avrebbe provato a mediare anche una disputa tra assassini dell’albero.

«Queste sei Sapienti daranno il loro giudizio dopo aver sentito entrambe le parti» disse Sevanna a Kinhuin con solennità pari alla sua.

Le altre la guardarono, celando a malapena la sorpresa per quella sua decisione di farsi da parte. Era stata proprio lei a volere che i Mera’din che accompagnavano i Jumai fossero in numero dieci volte superiore a quello destinato a tutte le altre sette. Sevanna sospettava davvero di Caddar, anche se non per quello che aveva fatto, e voleva avere quante più lance possibile intorno a sé. Inoltre, i Mera’din potevano sempre morire al posto dei Jumai.

Finse sorpresa per la sorpresa altrui. «Non sarebbe giusto se io prendessi parte al giudizio visto che è coinvolta la mia setta» disse alle Sapienti prima di rivolgersi di nuovo all’uomo dagli occhi verdi. «Ti daranno un giudizio onesto, Kinhuin. E sono sicura che parleranno a favore dei Mera’din.»

Le altre le rivolsero sguardi duri prima che Tion ordinasse con un brusco cenno a Kinhuin di fare strada. E lui dovette distogliere lo sguardo da Sevanna per obbedire. Con un lieve sorriso — l’uomo aveva fissato lei, non Someryn — Sevanna osservò il gruppo finché non svanì tra la massa di persone che si muovevano nei terreni del palazzo. Per quanto disprezzassero i Senza Fratelli — e per quanto avessero preso male la previsione che lei aveva fatto riguardo al loro giudizio — c’erano diverse possibilità che davvero le Sapienti decidessero in quel senso. In ogni caso, Kinhuin si sarebbe ricordato e avrebbe parlato con gli altri membri della sua cosiddetta società.

Sevanna aveva già in tasca i Jumai, ma qualsiasi cosa potesse legare a lei anche i Mera’din sarebbe stata ben accetta.

Si girò e tornò tra gli alberi, anche se non si diresse verso la stalla. Adesso che era sola, poteva occuparsi di una questione ben più importante dei Senza Fratelli. Controllò l’oggetto che teneva infilato nella gonna, alla base della schiena, dove lo scialle poteva nasconderlo. Si sarebbe accorta se si fosse spostato anche solo di un pelo, ma voleva sentirne la liscia lunghezza con le dita. Nessuna Sapiente avrebbe più osato reputarla inferiore dopo che lei avesse usato quell’oggetto, forse quello stesso giorno. E prima o poi, sempre con quell’oggetto, avrebbe ottenuto Rand al’Thor. Dopo tutto, se Caddar aveva mentito su un argomento, poteva aver mentito anche su altri.

Attraverso uno sfocato velo di lacrime Galina Casban guardava in cagnesco la Sapiente che la teneva schermata. Come se davvero ci fosse bisogno dello schermo di quella donna slanciata. In quel momento, lei non avrebbe neppure potuto abbracciare la Fonte. Seduta a gambe incrociate tra due Fanciulle accovacciate, Belinde si sistemò lo scialle e le rivolse un lieve sorriso, come se avesse letto nei suoi pensieri. Belinde aveva un volto sottile e volpino, con capelli e sopracciglia schiariti dal sole fin quasi a sembrare bianchi. Galina si pentì di non averle spaccato la testa invece di limitarsi a schiaffeggiarla.

Non si era trattato di un tentativo di fuga, ma solo lo sfogo per una frustrazione maggiore di quella che poteva sopportare. Le sue giornate cominciavano e finivano nella stanchezza più totale, e ogni giorno era peggio di quello precedente. Galina non riusciva nemmeno più a ricordare da quanto l’avevano infilata in quella pesante tunica nera: i giorni scorrevano fusi in un torrente infinito. Una settimana? Un mese? Forse non così tanto.

Di sicuro non di più. Galina avrebbe preferito non aver mai toccato Belinde. Se quella donna non le avesse infilato un bavaglio in bocca per porre fine ai suoi piagnistei, l’avrebbe supplicata di poter ricominciare a trasportare rocce, spostare una pila di sassi pietra dopo pietra, o sottoporsi a una qualsiasi delle torture con le quali le riempivano le ore. Qualsiasi cosa, pur di porre fine a quella situazione.

Solo la testa sbucava dal sacco di cuoio appeso al grosso ramo di una quercia. Subito sotto il sacco, un braciere di bronzo era pieno di carboni ardenti, un fuoco lento che riscaldava l’aria all’interno del sacco. Galina era rannicchiata in quel caldo cocente coi pollici legati agli alluci e il sudore che ricopriva tutto il suo corpo nudo. I capelli madidi le si erano appiccicati al viso e, quando non piangeva, Galina ansimava, con le narici che si dilatavano in cerca d’aria. Eppure, quella tortura sarebbe stata comunque preferibile all’infinita, insensata, massacrante serie di fatiche alla quale la sottoponevano, se non fosse stato per un particolare. Prima di chiuderle il sacco sotto il mento, Belinde le aveva svuotato addosso un sacchetto contenente una qualche polvere sottile, e non appena lei aveva cominciato a sudare la polvere aveva preso a pizzicare come pepe lanciato negli occhi.

Sembrava che la ricoprisse dalle spalle in giù e, oh, Luce, quanto bruciava!

Quell’invocazione alla Luce era la misura della disperazione di Galina, ma ancora non l’avevano spezzata nonostante i ripetuti tentativi. Alla fine si sarebbe davvero liberata — oh, sì! — e a quel punto l’avrebbe fatta pagare a quei selvaggi, e la moneta sarebbe stata il sangue! Fiumi di sangue! Oceani! Li avrebbe scuoiati vivi, tutti! Avrebbe... Galina tirò indietro la testa e ululò; lo straccio infilato nella sua bocca attutì il suono, ma lei ululò, e non avrebbe saputo dire se il suo era un grido di rabbia o un pianto di supplica.