Non appena ebbe chiuso le dita sulla liscia superficie di quell’oggetto, il piede di Therava si abbatté con forza, intrappolandole dolorosamente la mano contro il terreno. Nessuna delle Sapienti degnò Galina anche solo di un’occhiata, e lei rimase lì a contorcersi nel vano tentativo di liberarsi. Ma non riusciva a metterci troppa forza; ricordava vagamente di aver fatto impallidire di paura re e regine, ma adesso non osava spostare il piede di quella donna.
«Se deve giurare,» disse Therava guardando Sevanna in cagnesco «sarà per obbedire a tutte noi.» Le altre annuirono, alcune dando anche voce al loro assenso, tutte tranne Belinde, che increspò le labbra in un’espressione pensosa.
Sevanna ricambiò lo sguardo con altrettanta durezza. «Molto bene» concesse infine. «Ma a me prima che a chiunque altri. Non sono solo una Sapiente, ma parlo anche in vece del capoclan.»
Therava le rivolse un sorriso sottile. «È vero. Allora obbedirà a due di noi prima che alle altre. Obbedirà a te e a me.» Il volto di Sevanna non perse neanche un po’ della sua aria di sfida, ma la donna annuì. Malvolentieri. Solo allora Therava tolse il piede. La luce di saidar la avvolse, e un flusso di Spirito sfiorò i numeri sull’estremità del bastone che Galina ancora aveva tra le mani. Proprio come si faceva con il Bastone dei Giuramenti.
Galina esitò un istante, flettendo le dita calpestate. Quell’oggetto sembrava il Bastone dei Giuramenti anche al tatto; non proprio avorio, non proprio vetro, decisamente freddo sui suoi palmi. Se era un secondo Bastone dei Giuramenti, allora poteva usarlo per annullare qualsiasi impegno avrebbe preso. Se ne avesse avuto l’occasione. Ma Galina non se la sentiva di correre il rischio, non voleva giurare a Therava. Prima di quel momento era stata sempre lei a comandare; da quando era stata catturata la vita era diventata una miseria, ma Therava l’avrebbe trasformata in un cucciolo al guinzaglio! D’altronde, se non giurava, forse le altre avrebbero dato a Therava il permesso di spezzarla. E Galina non aveva il minimo dubbio che quella donna l’avrebbe spezzata. Nel modo più totale.
«In nome della Luce e sulla mia speranza di salvezza e rinascita» non credeva più nella Luce né sperava nella salvezza, e sarebbe bastato anche pronunciare una semplice promessa, ma quelle donne si aspettavano un giuramento solenne «giuro di obbedire a ogni ordine delle Sapienti qui riunite, e a Therava e Sevanna prima ancora che a loro.» L’ultima speranza che quel ‘legatore’ potesse essere qualcos’altro svanì quando Galina sentì il giuramento che si imponeva su di lei, come se all’improvviso avesse indossato un abito fin troppo stretto che la copriva dalla testa ai piedi. Lanciò indietro la testa e urlò. In parte perché a un tratto le sembrava che il bruciore della pelle si fosse spinto più in profondità nelle carni, ma soprattutto urlò per mera disperazione.
«Zitta!» le disse bruscamente Sevanna. «Non voglio sentire i tuoi lamenti!» Galina serrò di scatto i denti, quasi mordendosi la lingua, e si sforzò per trattenere i singhiozzi. Adesso non poteva fare altro che obbedire. Therava la guardò torva. «Vediamo se funziona davvero» mormorò, piegandosi verso di lei. «Hai progettato di fare violenza a una qualsiasi delle Sapienti qui presenti? Rispondi sinceramente, e chiedi di essere punita se l’hai fatto. La punizione per la violenza contro una Sapiente» aggiunse come se le fosse venuto in mente solo allora «è venire uccisa come una bestia.» Si passò un dito davanti alla gola in un gesto inequivocabile, poi con la stessa mano afferrò il pugnale che portava alla cintura.
Ingoiando aria, terrorizzata e in preda al panico, Galina si ritrasse da Therava. Ma non riusciva a distogliere lo sguardo da lei, né poté fermare le parole che le risuonarono tra i denti. «Sì, volevo f-fare violenza a t-tutte voi! P-per favore, p-punitemi!» L’avrebbero uccisa? Dopo tutto quello che aveva passato, le toccava morire lì, adesso?
«A quanto pare, questo legatore funziona proprio come ha detto il tuo amico, Sevanna.» Therava prese il bastone dalle flosce mani di Galina e se lo infilò nella cintura mentre si raddrizzava. «E pare anche che, dopo tutto, tu dovrai indossare il bianco, Galina Casban.» Per qualche motivo, nel pronunciare questa frase sorrise compiaciuta. Ma diede anche altri ordini. «Ti comporterai umilmente, come si addice a una gai’shain. Se un bambino ti dice di saltare, tu salterai a meno che una di noi non ti abbia ordinato di fare altrimenti. E non toccherai saidar né incanalerai senza il nostro permesso. Liberala dallo schermo, Belinde.»
Lo schermo svanì, e Galina rimase in ginocchio, occhi vuoti e sgranati.
La Fonte splendeva appena al di là della sua visuale, una forte tentazione.
Ma protendersi verso la Fonte era per lei impossibile come farsi spuntare le ali.
Si sentì un tintinnare di bracciali quando Sevanna si sistemò lo scialle in un moto di rabbia. «Stai esagerando, Therava. Quello è mio, ridammelo!»
Protese una mano, ma Therava si limitò a incrociare le braccia al petto.
«Ci sono stati incontri tra le Sapienti» disse a Sevanna guardandola con i suoi occhi duri. «Abbiamo preso alcune decisioni.» Le donne che erano arrivate lì con lei si disposero alle sue spalle, tutte rivolte verso Sevanna, e Belinde si affrettò a raggiungerle.
«Senza di me?» scattò Sevanna. «Avete osato prendere decisioni senza di me?» Il tono era forte come sempre, ma gli occhi guizzarono verso il bastone infilato nella cintura di Therava, e a Galina parve di scorgere un’ombra di insicurezza in quegli occhi. In altre circostanze, ne sarebbe stata deliziata.
«Una decisione doveva essere presa senza di te» disse Tion con voce piatta.
«Come spesso sottolinei, tu parli in vece del capoclan» aggiunse Emerys, i grandi occhi grigi accesi da una scintilla di derisione. «A volte le Sapienti devono poter parlare senza farsi sentire dal capoclan. O da chi parla in vece sua.»
«Abbiamo deciso» ripresa Therava «che proprio come un capoclan deve avere una Sapiente che lo consigli, tu devi avere il consiglio di una Sapiente. E sarò io a dartelo.»
Stringendosi addosso lo scialle, Sevanna studiò le donne che aveva davanti. L’espressione del suo volto era illeggibile. Come ci riusciva? Quelle donne avrebbero potuto schiacciarla come un uovo sotto un martello. «E quale consiglio mi offri, Therava?» disse infine con voce di ghiaccio.
«Il mio sentito consiglio è di partire senza altri indugi» replicò Therava con altrettanta freddezza. «Questi Seanchan sono troppo numerosi e troppo vicini. Dovremmo spostarci a nord, su queste Montagne di Nebbia, e stabilire una fortezza. Da lì, potremo mandare dei gruppi alla ricerca delle altre sette. Potrebbe volerci molto tempo per riunire gli Shaido, Sevanna. Il tuo amico, quell’abitante delle terre bagnate, forse ci ha sparpagliati ai nove angoli del mondo. Ma finché non ci saremo riuniti, resteremo vulnerabili.»
«Partiremo domani.» Se Galina non fosse stata sicura di conoscere Sevanna come le sue tasche, avrebbe pensato che in quel momento sembrava petulante, oltre che adirata. Quegli occhi verdi lampeggiavano. «Ma andremo a est. È comunque lontano dai Seanchan, e le terre che incontreremo sono in tumulto, mature per il nostro raccolto.»
Ci fu un lungo silenzio, poi Therava annuì. «Est.» Lo disse dolcemente, la dolcezza di un velo di seta poggiato sull’acciaio. «Ma ricorda quanti capiclan hanno rimpianto per tutta la vita di aver rifiutato troppo spesso i consigli di una Sapiente. Potrebbe succedere anche a te.» Il suo volto era minaccioso quanto le parole che aveva pronunciato, eppure Sevanna rise!
«Anche tu devi ricordare una cosa, Therava! Tutte voi dovete ricordarla!
Se mi lasciate agli avvoltoi, farete la stessa fine! Ho già preso i dovuti accorgimenti.»