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Sorilea agitò una mano in direzione del corridoio, ma Kiruna rimase a fissarla per un lungo istante, con una strana espressione in viso. Se doveva tirare a indovinare, Cadsuane avrebbe detto che Kiruna era compiaciuta per quel complimento e stupita per il compiacimento stesso. La donna dai capelli bianchi aprì bocca e Kiruna si scosse e uscì di corsa dalla stanza.

Uno spettacolo notevole.

«Credi davvero che imparerà i vostri modi di intessere saidar?» chiese Cadsuane, celando la sua incredulità. Kiruna e le altre le avevano parlato di queste lezioni, ma molte tessiture delle Sapienti erano diverse da quelle insegnate alla Torre Bianca. Il primo modo in cui si imparava a tessere i flussi restava impresso: apprenderne un secondo era quasi impossibile, e in ogni caso non avrebbe mai funzionato bene come il primo. Questo era uno dei motivi per cui alcune sorelle non accettavano di buon grado le selvatiche alla Torre, indipendentemente dall’età; si rischiava che avessero imparato già troppo, e non c’era modo per farglielo dimenticare.

Sorilea si strinse nelle spalle. «Forse. Imparare un secondo modo è già abbastanza difficile senza tutti quei gesti che voi Aes Sedai fate con le mani. La cosa più importante che Kiruna deve imparare è che il suo orgoglio le appartiene: non è lei ad appartenere all’orgoglio. Sarà una donna molto forte quando l’avrà capito.» Prese una sedia e la tirò di fronte a quella che Cadsuane aveva occupato, la guardò dubbiosa, poi si sedette. Sembrava rigida e a disagio come prima Kiruna, ma fece un cenno autoritario a Cadsuane perché si accomodasse, una donna dalla ferrea volontà abituata a comandare.

Cadsuane trattenne un mesto sorriso mentre si metteva a sedere. Era un bene tenere a mente che, selvatiche o meno, le Sapienti non erano affatto delle selvagge ignoranti. Era ovvio che fossero consapevoli di quella difficoltà. Riguardo alla questione dei gesti con le mani... Poche Aiel avevano incanalato in sua presenza, ma Cadsuane aveva notato che creavano alcune tessiture senza i gesti usati dalle sorelle. I movimenti delle mani non erano propriamente parte della tessitura, ma per certi versi lo erano, perché avevano fatto parte dell’apprendimento della tessitura stessa. Forse un tempo c’erano state Aes Sedai capaci, per esempio, di lanciare palle di fuoco anche senza mimare il gesto con le mani, ma in tal caso erano morte da tempo, portando con sé i loro insegnamenti. Ora alcune cose erano semplicemente irrealizzabili senza i gesti adeguati. Alcune sorelle sostenevano di poter riconoscere chi aveva insegnato a una sorella guardando i movimenti che questa usava per le varie tessiture.

«Insegnare qualcosa alle nuove allieve è stato nel migliore dei casi difficile, con ognuna di loro» proseguì Sorilea. «Non voglio essere offensiva, ma sembra che voi Aes Sedai prestiate il giuramento e subito cerchiate un modo per aggirarlo. Alanna Mosvani è un caso particolarmente difficile.»

All’improvviso i suoi occhi verdi erano penetranti, conficcati in quelli di Cadsuane. «Come possiamo punire i suoi ripetuti errori se corriamo il rischio di far del male al Car’a’carn?»

Cadsuane intrecciò le mani e se le poggiò in grembo. Mascherare la sorpresa non fu facile. Altro che segreto sul crimine di Alanna! Ma perché Sorilea le aveva fatto capire di esserne al corrente? Forse una rivelazione per ottenerne un’altra. «Il legame non funziona in quel modo» le spiegò Cadsuane. «Se la uccidete, lui morirà, nello stesso momento o poco dopo.

A parte questo, sarà cosciente di ciò che le accade ma non lo sentirà davvero. E visto quanto è lontano adesso, ne sarà solo vagamente consapevole.»

Sorilea annuì lentamente. Con le dita sfiorò il vassoio d’oro sul tavolo, poi le ritrasse. La sua espressione era illeggibile come il volto di una statua, ma Cadsuane sospettava che Alanna avrebbe avuto una sgradevole sorpresa la prossima volta che avesse lasciato esplodere il suo caratteraccio o messo su quel suo broncio dell’Arafel. Questo, però, non era importante.

Solo il ragazzo lo era.

«Gli uomini prendono quasi tutti ciò che gli viene offerto, se è attraente e gradevole» disse la Sapiente. «Un tempo pensavamo che questo valesse anche per Rand al’Thor. Sfortunatamente, è troppo tardi per cambiare il percorso che abbiamo intrapreso. Ora egli sospetta di qualsiasi cosa gli venga liberamente offerta. Adesso, se volessi fargli accettare qualcosa, dovrei fingere di volere che non la ottenga. Se volessi stargli vicino, dovrei fingere che non mi importi di non rivederlo mai più.» Ancora una volta, i suoi occhi si concentrarono su Cadsuane, due trivelle verdi. Ma non stava cercando di vedere cosa lei avesse in testa. Quella donna lo sapeva già. In parte, almeno. Abbastanza, o forse troppo.

Eppure, Cadsuane sentì salire il brivido di quell’opportunità. Se aveva avuto dei dubbi sul fatto che Sorilea stava cercando di sondarla, ora erano svaniti. E se la stava testando in quel modo poteva essere solo perché sperava in qualche accordo. «Credi che un uomo debba essere duro?» le chiese. Aveva deciso di correre il rischio. «O forte?» Il suo tono rendeva chiaro che lei ci vedeva una differenza.

Di nuovo Sorilea toccò il vassoio; il più lieve dei sorrisi parve piegare per un attimo le sue labbra. Ma forse era un’illusione. «La maggior parte degli uomini vede le due caratteristiche come una sola cosa, Cadsuane Melaidhrin. Il forte resiste; il duro si spezza.»

Cadsuane trasse un respiro. Se qualsiasi altra donna avesse corso quel suo stesso rischio, lei l’avrebbe bruciata viva. Ma Cadsuane non era ‘qualsiasi altra donna’, e a volte era necessario rischiare. «Il ragazzo fa confusione tra le due cose» disse. «Ha bisogno di essere forte, e così si costringe a diventare più duro. Troppo duro, ormai, e non si fermerà finché non viene fermato. Ha dimenticato come ridere se non con amarezza; non ci sono più lacrime in lui. A meno che non ritrovi lacrime e risa, il mondo è condannato alla rovina. Deve imparare che anche il Drago Rinato è fatto di carne. Se affronta Tarmon Gai’don come è adesso, anche la sua vittoria potrebbe essere funesta come la sconfitta.»

Sorilea ascoltò con attenzione, e rimase in silenzio anche dopo che Cadsuane ebbe finito. Quegli occhi verdi la stavano studiando. «Il vostro Drago Rinato e la vostra Ultima Battaglia non sono nelle nostre profezie» disse infine la Aiel. «Abbiamo cercato di far conoscere a Rand al’Thor il suo stesso sangue, ma temo che ci veda solo come un’altra lancia. Se una lancia si spezza nella tua mano, non ti fermi a piangerla prima di prenderne un’altra. Forse io e te miriamo a obiettivi non troppo distanti.»

«Forse» disse cauta Cadsuane. Ma obiettivi separati anche solo da un palmo potevano non essere uguali.

A un tratto il bagliore di saidar circondò la donna dal volto coriaceo. Era abbastanza debole da far sembrare Daigian almeno mediamente forte. Ma d’altronde la forza di Sorilea non stava nel Potere. «C’è una cosa che potresti ritenere utile» disse la Aiel. «Io non riesco a farla funzionare, ma posso intessere i flussi per mostrartela.» Lo fece, gestendo esili fili che prendevano posto e si fondevano insieme, troppo deboli per fare ciò che avrebbero dovuto. «Si chiama ‘Viaggiare’» disse Sorilea. Questa volta, Cadsuane rimase davvero a bocca aperta. Alanna, Kiruna e le altre negavano di aver insegnato alle Sapienti come unirsi in un circolo o di aver mostrato loro i tanti Talenti che all’improvviso queste sembravano avere, e Cadsuane aveva dato per scontato che le Aiel fossero riuscite a estorcerli alle sorelle tenute nelle loro tende. Ma questo era...

Impossibile, avrebbe detto, eppure non credeva che Sorilea stesse mentendo. Dovette sforzarsi per non provare da subito la tessitura. Non che al momento le fosse di chissà quale utilità. Se anche avesse saputo con esattezza dov’era quel maledetto ragazzo, doveva costringere lui ad andare da lei. Su quello Sorilea aveva ragione. «Un dono davvero eccezionale» disse lentamente. «Non ho nulla da darti per ricompensarti in modo degno.»

Questa volta, un rapido sorriso guizzò inequivocabilmente sulle labbra di Sorilea. Sapeva fin troppo bene che Cadsuane era in debito con lei. Sollevando la pesante brocca dorata con entrambe le mani, riempì con cura le tazzine bianche. Con semplice acqua. Non ne versò fuori neppure una goccia.