«Ti propongo un giuramento d’acqua» disse solenne, prendendo una delle tazze. «Con questo, siamo legate insieme dall’obbligo di insegnare a Rand al’Thor lacrime e risa.» Bevve un sorso, e Cadsuane la imitò.
«Siamo legate insieme.» E se i loro obiettivi si rivelavano tutt’altro che uguali? Cadsuane non sottovalutava Sorilea come alleata o nemica, ma sapeva qual era il bersaglio da colpire, a ogni costo.
13
Come neve al vento
A nord l’orizzonte era purpureo per la pioggia violenta che aveva martellato la parte orientale dell’Illian per tutta la notte. In alto, il cielo del mattino pieno di nuvole scure e gonfie minacciava altra pioggia, e i venti forti strapazzavano i mantelli, facevano schioccare e crepitare come fruste i vessilli sulla cresta dell’altura, la bandiera bianca del Drago e quella cremisi della Luce insieme agli stendardi dai colori accesi dei nobili di Illian, Cairhien e Tear. Questi restavano divisi per nazionalità, tre piccoli gruppi separati da ampie distanze, cosparsi di acciaio placcato d’oro e argento, di seta, velluto e merletti, ma tutti si guardavano intorno a disagio. Anche i cavalli meglio addestrati scuotevano la testa e scalpitavano sul terreno fangoso. Il vento era freddo, e sembrava ancor più freddo dopo il caldo che aveva bruscamente sostituito, proprio come la pioggia era stata una forte sorpresa dopo la sua lunga assenza. I nobili di ogni nazione avevano pregato per la fine di quella cocente siccità, ma nessuno di loro sapeva che farsene delle implacabili tempeste giunte in risposta alle loro preghiere.
Alcuni guardavano Rand quando pensavano che lui non lo notasse. Forse si chiedevano se era stato il Drago a esaudire a quel modo i loro desideri. Il pensiero lo faceva ridere, piano e con amarezza.
Diede una pacca sul collo del suo castrone nero con una mano infilata in un guanto di pelle, lieto che Tai’daishar non mostrasse alcun segno di nervosismo. Il grosso animale sembrava una statua, in attesa che le redini o la pressione delle sue ginocchia gli dicessero di muoversi. Era un bene che il cavallo del Drago Rinato si mostrasse freddo quanto il suo padrone, come se fluttuassero entrambi nel Vuoto. Nonostante l’Unico Potere che imperversava dentro di lui, fuoco e ghiaccio e morte, Rand era a malapena consapevole del vento anche se agitava il suo mantello ricamato d’oro e gli si infilava nella giubba di seta verde, anche questa decorata in oro e non adatta a quel tipo di clima. Le ferite sul fianco facevano male e pulsavano, la vecchia e la nuova che la attraversava in diagonale, le ferite che non potevano guarire, ma anche quel dolore era lontano, nella carne di qualcun altro. Anche la Corona di Spade pareva pungere le tempie di un’altra persona con le estremità acuminate delle piccole lame sotto le auree foglie d’alloro.
Persino la lordura intessuta in saidin sembrava meno fastidiosa del solito; sempre meschina, sempre disgustosa, ma non più degna di nota. Lo sguardo dei nobili alle sue spalle fisso su di lui, però, era palpabile.
Rand spostò l’elsa della spada e si sporse in avanti. Vedeva chiaramente il gruppo serrato di colline basse e boscose a circa un chilometro a est come se stesse usando un cannocchiale. Quella regione era piatta, le uniche alture che si levavano dalla brughiera erano quelle colline e il lungo crinale sul quale si trovava lui. E per trovare un altro boschetto abbastanza fitto da meritare quel nome bisognava spostarsi di una quindicina di chilometri.
Sulle colline erano visibili solo i grovigli del sottobosco e alberi mezzo spogli e rovinati dalla tempesta, ma lui sapeva cosa nascondevano. Due, forse tremila degli uomini che Sammael aveva messo insieme nel tentativo di impedirgli di conquistare l’Illian.
Quell’esercito si era sciolto quando i soldati avevano appreso che l’uomo che li aveva convocati era morto, che Mattin Stepaneos era sparito, forse anche lui finito nella tomba, e che c’era un nuovo re in Illian. Molti erano tornati a casa, ma altrettanti si erano riuniti. Di solito in gruppi di venti o trenta elementi, ma se si riorganizzavano potevano dar vita a un grande esercito, o a un’infinità di piccole bande armate. In entrambi i casi, Rand non poteva permettere che continuassero ad aggirarsi in quella zona. Il tempo pesava sulle sue spalle come piombo. Non c’era mai abbastanza tempo, ma forse questa volta... Fuoco e ghiaccio e morte.
Tu cosa faresti?, pensò. Sei lì? E poi, dubbioso e odiandosi per quel dubbio, aggiunse: ma ci sei mai stato? Gli rispose il silenzio, profondo e mortale nel vuoto che lo circondava. O risuonava una folle risata da qualche parte nei recessi della sua mente? Se la stava immaginando? Forse era come quando aveva la sensazione di qualcuno che lo guardasse da dietro, qualcuno abbastanza vicino da potergli toccare la schiena. O come quando gli pareva che dei colori vorticassero appena fuori dalla sua visuale, e sembravano più che semplici colori, ma subito svanivano. Segni della pazzia. Col pollice sfiorò le incisioni che serpeggiavano sullo Scettro del Drago. I lunghi fiocchi verdi e bianchi alla base di quella lucida punta di lancia fluttuavano nel vento. Fuoco e ghiaccio, e morte in arrivo.
«Andrò io stesso a parlare con loro» annunciò Rand. Cosa che suscitò scalpore.
Lord Gregorin, la fascia verde del Consiglio dei Nove messa di traverso sui pettorali dorati e decorati, si staccò dal gruppo degli Illianesi spronando il suo castrone bianco dalle caviglie sottili, seguito da presso da Demetre Marcolin, primo capitano dei Compagni, in groppa a un grosso baio. Marcolin era l’unico a non indossare seta e a non avere una briciola di merletto, l’unico con un armatura semplice anche se lucidata a specchio, ma l’elmo conico poggiato sull’alto pomello della sella aveva tre sottili piume d’oro.
Lord Marac sollevò le redini, poi le lasciò ricadere con aria esitante quando vide che nessun altro dei Nove si era mosso. Grosso e flemmatico, da poco entrato nel Consiglio, sembrava spesso più un artigiano che un nobile, a dispetto delle ricche sete sotto la lussuosa armatura e delle cascate di merletto che ne fuoriuscivano. I Sommi Signori Weiramon e Tolmeran si allontanarono insieme dagli altri Tarenesi, ricoperti d’oro e argento almeno quanto i Nove, poi li seguì Rosana, da poco eletta Somma Signora e con addosso un pettorale decorato col falco e le stelle della sua casata. Anche tra i nobili di Tear altri accennarono a spronare i cavalli e poi si trattennero, l’ansia dipinta sul viso. Aracome, alto e magro come la lama di una spada, Maraconn con gli occhi azzurri e Gueyam con la testa calva erano uomini morti ormai; non lo sapevano, ma per quanto volessero trovarsi al centro del potere temevano che Rand potesse ucciderli. Solo lord Semaradrid uscì dal gruppo dei Cairhienesi, in groppa a un grigio che aveva visto tempi migliori e con addosso un armatura rovinata, con le dorature intaccate. Il suo volto era scarno e duro, la parte anteriore della testa rasata e cosparsa di polvere come fosse un soldato comune e gli occhi scuri accesi di disprezzo per i Tarenesi, più alti di lui.
Il disprezzo davvero non scarseggiava. I Tarenesi e i Cairhienesi si odiavano a vicenda. Gli Illianesi e i Tarenesi si disprezzavano. Solo Cairhienesi e Illianesi andavano d’accordo entro certi limiti, ma anche tra loro cominciava a esserci una certa acredine. Le due nazioni forse non avevano una lunga storia di cattivo sangue come quella condivisa da Tear e Illian, ma i Cairhienesi erano pur sempre forestieri armati sul suolo Illianese, accolti senza entusiasmo nel migliore dei casi e solo perché seguivano Rand.
Ma nonostante gli sguardi accigliati, il nervosismo e i tentativi di parlare tutti insieme mentre si agitavano intorno a Rand in un mulinare di mantelli mossi dal vento, ora avevano un obiettivo comune. In un certo senso.
«Maestà,» si affrettò a dire Gregorin, inchinandosi sulla sua sella lavorata in oro «ti prego di lasciare che io o il primo capitano Marcolin andiamo in vece tua.» La barba quadrata che lasciava scoperto il labbro superiore faceva da cornice a un volto rotondo corrugato per la preoccupazione.