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Con l’udito incrementato dal Potere, poteva sentire parte di ciò che si dicevano gli uomini alle sue spalle. Gregorin e Marcolin cavalcavano ginocchio contro ginocchio, cercavano di tener chiusi i mantelli contro il vento e parlavano degli uomini sulle colline, temendo che potessero decidere di combattere. Nessuno dei due dubitava che li avrebbero schiacciati se opponevano resistenza, ma temevano l’effetto che ciò poteva avere su Rand, e l’effetto di Rand sull’Illian se gli Illianesi si mettevano contro di lui ora che Brend era morto. Ancora non riuscivano a chiamare Brend col suo vero nome, Sammael. L’idea stessa che uno dei Reietti avesse regnato sull’Illian li spaventava ancor più del fatto che ora a regnare ci fosse il Drago Rinato.

Dashiva, accasciato in sella al suo grigio come se non avesse mai visto un cavallo, mormorava tra sé con rabbia. Nella Lingua Antica, che parlava e leggeva fluentemente come fosse uno studioso. Rand ne conosceva un po’, ma non abbastanza da capire cosa stava dicendo Dashiva. Probabilmente si lamentava per il clima; pur essendo un contadino, non gli piaceva stare all’aperto a meno che il cielo non fosse sgombro.

Solo Hopwil cavalcava in silenzio, lo sguardo accigliato e fisso oltre l’orizzonte, i capelli e il mantello che sventolavano all’impazzata come quelli di Dashiva. Di tanto in tanto stringeva inconsciamente l’elsa della spada.

Rand dovette parlargli tre volte, e la terza usando un tono brusco, prima che Hopwil trasalisse sorpreso e spronasse il suo grigio allampanato per farlo affiancare a Tai’daishar.

Rand osservò Hopwil. Il giovane uomo — non era più un ragazzo, nonostante l’età — si era irrobustito dall’ultima volta che l’aveva visto, ma naso e orecchie sembravano ancora fatti per una persona più grossa. Ora un drago, una spilla d’oro e smalto rosso, si accompagnava alla spada d’argento sull’alto colletto della sua giubba, e anche su quella di Dashiva. Un tempo, Hopwil aveva detto che avrebbe riso di gioia per un anno quando si fosse guadagnato il drago, ma adesso fissava Rand senza sbattere le palpebre come se gli guardasse attraverso.

«Le notizie che hai appreso sono buone» gli disse lui. Solo sforzandosi riusciva a non sbriciolare lo Scettro del Drago che stringeva nel pugno.

«Hai fatto un buon lavoro.» Aveva immaginato che i Seanchan sarebbero tornati, ma non così presto. Aveva sperato che non fosse così presto. E non balzando fuori dal nulla, ingoiando intere città in un sol boccone. Quando Rand aveva scoperto che i mercanti di Illian io avevano saputo per giorni prima di informare i Nove — in nome della Luce, non potevano mica perdere un’occasione di guadagnare facendo sapere troppe cose a troppe persone! — era stato a un passo dal bruciare la città fino alle fondamenta. Ma le ultime notizie erano buone, date le circostanze. Hopwil aveva Viaggiato ad Amador, e nella campagna circostante, e gli era sembrato che i Seanchan si fossero fermati ad aspettare. Forse per digerire quello che avevano divorato. Che la Luce li facesse strozzare! Rand si costrinse ad allentare la presa sul manico della lancia con il Drago inciso. «Se quelle di Morr sono buone anche solo la metà, avrò tempo di sistemare le cose in Illian prima di occuparmi di loro.» Avevano preso anche Ebou Dar! Che la Luce folgorasse i Seanchan! Erano una distrazione della quale lui non aveva bisogno e che non poteva permettersi di ignorare.

Hopwil non disse nulla, si limitava a guardarlo.

«Sei sconvolto perché hai dovuto uccidere delle donne?» Desora, dei Musara Reyn, e Lamelle, dei Miagoma Acqua Fumante, e... Rand soppresse quella litania non appena cominciò a fluttuare nel Vuoto. Nuovi nomi erano comparsi nell’elenco, nomi che lui non ricordava di aver aggiunto.

Laigin Arnault, una sorella Rossa morta nel tentativo di farlo prigioniero e portarlo a Tar Valon. Di sicuro non aveva diritto a un posto in quella lista, eppure ne aveva reclamato uno. Colavaere Saighan, che si era impiccata pur di non accettare la giustizia. E altre. Gli uomini erano morti a migliaia, per un suo ordine o per mano sua, ma i volti che infestavano i suoi sogni erano quelli delle donne. Ogni notte, Rand si costringeva ad affrontare la silenziosa accusa dei loro occhi. Forse erano proprio quegli occhi la sensazione che avvertiva da qualche tempo.

«Ti ho già parlato di damane e sul’dam» disse Rand con calma, ma dentro di lui la rabbia era un incendio, fuoco che si diramava nel nulla del Vuoto. Che la Luce mi folgori, pensò, ho ucciso più donne io di quante tu potresti contarne in tutti i tuoi incubi! Le mie mani sono nere per il sangue di quelle donne! «Se tu non avessi spazzato via quella pattuglia Seanchan, loro avrebbero ucciso te.» Non disse a Hopwil che se avesse evitato quella pattuglia, avrebbe evitato anche la necessità di uccidere i suoi componenti.

Era troppo tardi per quel tipo di discorsi. «Dubito che le damane siano in grado di schermare un uomo. Ti avrebbero semplicemente ucciso. Non avevi scelta.» Ed era meglio che quei Seanchan fossero tutti morti, che nessuno fosse fuggito per riferire di un uomo in grado di incanalare, un uomo cui dare la caccia.

Hopwil si toccò distrattamente la manica sinistra, dove il colore nero nascondeva un pezzo di lana bruciata. I Seanchan non erano morti facilmente né in fretta. «Ho ammucchiato i cadaveri in una conca» disse con voce piatta. «I cavalli, tutto il resto. Ho bruciato tutto fino a ridurlo in cenere.

Cenere bianca che fluttuava come neve al vento. Non mi ha dato alcun problema.»

Rand sentì la bugia nelle sue parole, ma Hopwil doveva imparare. E, dopo tutto, aveva imparato. Gli Asha’man erano ciò che erano, e non ci si poteva far nulla. Proprio nulla. Liah, dei Cosaida Chareen, un nome scritto nel fuoco. Moiraine Damodred, un altro nome che gli incendiava l’anima invece di limitarsi ad ardere. Un’Amica delle Tenebre senza nome, rappresentata solo da un volto, uccisa dalla spada di Rand vicino...

«Maestà» disse Gregorin a voce alta, puntando un dito in avanti. Un uomo solitario era uscito dagli alberi alla base della collina più vicina e si era fermato ad aspettarli in una posa di sfida. Aveva con sé un arco, e indossava un elmo a punta d’acciaio e una cotta di maglia cinta in vita che gli arrivava fin quasi alle ginocchia.

Rand spronò Tai’daishar per andargli incontro, ribollente di Potere. Saidin poteva proteggerlo dagli uomini.

Visto da vicino, quell’uomo non sembrava più così arrogante. Cotta ed elmo erano striati di ruggine e lui era zuppo d’acqua, sporco di fango fino alle cosce, i capelli bagnati che scendevano sul volto stretto. Fece un sordo colpo di tosse, e col dorso di una mano si grattò il lungo naso. La corda dell’arco, però, era ben tesa: almeno quella l’aveva protetta dalla pioggia. E anche le impennature delle frecce nella sua faretra erano asciutte.

«Sei tu il capo qui?» gli chiese Rand.

«Diciamo che parlo per lui» rispose diffidente l’uomo dal volto stretto.

«Perché?» Quando gli altri raggiunsero Rand al galoppo, lui strascicò i piedi e i suoi occhi scuri sembrarono quelli di un tasso chiuso in un angolo. I tassi erano pericolosi, se messi alle strette.

«Bada a come parli!» scattò Gregorin. «Hai davanti a te Rand al’Thor, il Drago Rinato, Signore del Mattino e re di Illian! Inginocchiati al cospetto del tuo sovrano! Come ti chiami?»

«Questo è il Drago Rinato?» chiese l’altro dubbioso. Osservò Rand dalla testa ai piedi, soffermandosi un attimo sulla fibbia del cinturone, un drago dorato, poi scosse il capo come se si fosse aspettato qualcuno più adulto, o più grandioso. «Ed è anche il Signore del Mattino, dici? Il nostro re non si è mai vestito a quel modo.» Non accennò a inginocchiarsi, né a dire il suo nome. Gregorin si adombrò per il tono usato da quell’uomo e forse anche per il suo indiretto rifiuto di riconoscere Rand come re. Marcolin annuì appena, come se avesse previsto tutto.