Un umido frusciare risuonò nel sottobosco tra gli alberi. Rand lo udì senza difficoltà, e a un tratto sentì che Hopwil era pieno di saidin. Lo sguardo non più perso nel vuoto, Hopwil fissava il limitare della foresta con una luce folle negli occhi. Dashiva, silenzioso e intento a spostare dal viso i capelli scuri, sembrava annoiato. Sporgendosi in avanti dalla sella con espressione furiosa, Gregorin fece per parlare. Fuoco e ghiaccio, ma non ancora morte.
«Calma, Gregorin.» Rand non alzò la voce, ma intessé dei flussi che trasportarono le sue parole, Aria e Fuoco, facendole tuonare contro la parete di alberi. «La mia offerta è generosa.» L’uomo dal naso lungo barcollò a quel suono, e il cavallo di Gregorin scalpitò. Gli uomini nascosti tra gli alberi stavano di sicuro sentendo quelle parole. «Deponete le armi, e quelli che vogliono tornare a casa potranno farlo. Quelli che invece vogliono seguirmi mi seguiranno. Ma nessuno andrà via di qui portando con sé le armi a meno che non scelga di seguirmi. So che molti di voi sono brave persone, che hanno risposto alla chiamata del re e del Consiglio dei Nove per difendere l’Illian, ma io sono il vostro re, adesso, e non lascerò a nessuno la possibilità di creare gruppi di banditi.» Marcolin annuì truce.
«E cosa ci dici allora dei tuoi fautori del Drago che bruciano le fattorie?» urlò un uomo spaventato nascosto tra gli alberi. «Quelli sì che sono dei maledetti banditi!»
«E i tuoi Aiel?» gridò un altro. «Ho saputo che hanno depredato interi villaggi!» Le voci di altri uomini nascosti nel bosco si unirono al coro, e tutti urlavano le stesse cose, fautori del Drago e Aiel, briganti assassini e selvaggi. Rand digrignò i denti.
Quando le urla si spensero, il tizio col volto stretto disse: «Vedi?» Si fermò per tossire, poi si raschiò la gola e sputò, forse per pulirsi i polmoni e forse per sottolineare il punto. Era pietoso a vedersi, zuppo e con l’armatura arrugginita, ma la sua spina dorsale era dritta e forte come la corda del suo arco. Ignorò con la stessa facilità lo sguardo torvo di Rand e quello di Gregorin. «Ci chiedi di tornare a casa disarmati, incapaci di difendere noi stessi e le nostre famiglie, mentre la tua gente appicca incendi, ruba e uccide. Si dice che la tempesta stia per arrivare» aggiunse, e per un attimo parve sorpreso di averlo fatto, sorpreso e confuso.
«Gli Aiel di cui avete sentito sono miei nemici!» Nessuna fiamma si diramò questa volta, ma solide pareti di furia che si strinsero intorno al vuoto. La voce di Rand, però, era glaciale; ruggiva come il secco crepitare dell’inverno. La tempesta stava per arrivare? In nome della Luce, lui era la tempesta! «I miei Aiel gli danno la caccia. I miei Aiel danno la caccia agli Shaido, e insieme a Davram Bashere e a gran parte dei Compagni danno la caccia ai banditi, in qualsiasi modo questi si facciano chiamare! Io sono il re di Illian, e non permetterò a nessuno di turbare la pace di questa nazione!»
«Anche se quello che dici fosse vero...» cominciò facciastretta.
«Lo è!» scattò Rand. «Avete fino a mezzogiorno per decidere.» L’altro si accigliò, dubbioso; a meno che le nuvole rigonfie non sparissero, avrebbe avuto difficoltà a capire quando era mezzogiorno. Rand non gli diede tregua. «Decidete con saggezza!» disse. Fece girare Tai’daishar e spronò il castrone lanciandolo al galoppo verso il crinale senza aspettare gli altri.
Lasciò andare il Potere con riluttanza, si costrinse a non restarvi aggrappato, a non stringere quell’ancora di salvezza con le unghie mentre la vita e la lordura fluivano insieme via da lui. Per un attimo ci vide doppio; il mondo parve inclinarsi vertiginosamente. Questo problema era recente, e Rand temeva fosse parte della malattia che uccideva gli uomini in grado di incanalare, ma lo stordimento non durava mai più di pochi attimi. Erano altri i motivi che gli facevano rimpiangere l’assenza di saidin. Il mondo che pareva offuscarsi. No, si offuscava davvero, e diventava per certi versi meno reale. I colori erano slavati e il cielo più piccolo rispetto a come lo vedeva prima. Rand voleva disperatamente afferrare di nuovo la Fonte e strapparne via l’Unico Potere. Era sempre così, quando il Potere lo lasciava.
Non appena saidin fu svanito, tuttavia, la rabbia ribollì al suo posto, una rabbia al calore bianco, incandescente quasi quanto il Potere stesso. I Seanchan non erano abbastanza, adesso c’erano anche questi banditi che si nascondevano dietro il suo nome? Distrazioni letali che lui non si poteva permettere. Era opera di Sammael, che si affacciava dalla tomba? Aveva seminato Shaido perché spuntassero come rovi ovunque Rand poggiava la mano? Perché? Era impossibile che Sammael avesse davvero creduto di poter morire. E se metà delle storie che Rand aveva sentito erano vere, c’erano Shaido anche nel Murandy, in Altara e la Luce sapeva dove! Molti di quelli presi prigionieri avevano parlato di un’Aes Sedai. Possibile che la Torre Bianca fosse in qualche modo coinvolta? La Torre Bianca non gli avrebbe mai dato pace? Mai? Mai.
Impegnato a combattere la furia, ignorò Gregorin e gli altri che lo seguivano. Quando arrivarono in cima all’altura tra i nobili che lo aspettavano, Rand tirò le redini così bruscamente che Tai’daishar si impennò, scalciando l’aria con le zampe anteriori e schizzando fango dagli zoccoli. I nobili fecero arretrare i loro cavalli, allontanandosi dal castrone, allontanandosi da lui.
«Gli ho lasciato tempo fino a mezzogiorno» annunciò Rand. «Teneteli d’occhio. Non voglio che si dividano in cinquanta gruppi più piccoli e fuggano via. Sarò nella mia tenda.» Se non fosse stato per i mantelli mossi dal vento, i nobili sarebbero parsi di pietra, inchiodati sul posto come se avesse ordinato a loro stessi di fare la guardia. In quel momento, a Rand non importava nulla di loro, potevano anche restare lì fino a congelare o a squagliarsi.
Senza dire altro discese al trotto l’altro versante del crinale, seguito dai due Asha’man in giubba nera e dai portabandiera illianesi. Fuoco e ghiaccio, e morte a venire. Ma lui era acciaio. Era acciaio.
14
Un messaggio del M’Hael
Un chilometro e mezzo a ovest dell’altura cominciavano gli accampamenti, uomini, cavalli e fuochi per cucinare, bandiere agitate dal vento e tende sparse raggruppate per nazionalità, per casata, ogni accampamento un lago di fango smosso separato dagli altri da distese d’erba e cespugli.
Gli uomini a cavallo e a piedi guardavano passare le fluenti bandiere di Rand, e scrutavano gli altri accampamenti per valutarne le reazioni. Quando c’erano stati anche gli Aiel, quegli uomini si erano uniti in un unico, immenso accampamento, spinti insieme da una delle poche cose che condividevano. Loro non erano Aiel, e li temevano per quanto si sforzassero di negarlo. Il mondo sarebbe finito se Rand non aveva successo, ma lui non si faceva illusione che quegli uomini gli fossero fedeli, sapeva che erano convinti di poter costringere il mondo stesso a piegarsi alle loro preoccupazioni, al loro desiderio d’oro, di gloria o di potere. Forse una manciata gli era davvero fedele, appena una manciata, ma per lo più seguivano la sua causa perché lo temevano ancor più degli Aiel. Forse più del Tenebroso, nel quale alcuni di loro non credevano davvero, non in fondo al cuore, non credevano che potesse o volesse toccare il mondo più duramente di quanto aveva già fatto. Rand era davanti ai loro occhi, e loro credevano in questo. Lui ormai lo accettava. Aveva troppe battaglie da combattere per sprecare le forze in una che non poteva vincere. Finché lo seguivano e gli obbedivano, doveva accontentarsi.